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I sentieri di Cimbricus / Iddio strabenedica gli Inglesi

Venerdì 10 Maggio 2019

 

red devils


Elogio del calcio British al tempo della Brexit. En-plein nelle finali delle Coppe con quattro allenatori giunti dal Continente. Quasi una contraddizione. Ma anche riprova di un calcio ricco, di una ordinata Babele, di un mondo organizzato. Una nuova frontiera. Che altro?

Giorgio Cimbrico


Quattro su quattro, mai capitato. Il contrario della Brexit, il ritorno al tempo della Guerra dei Cent’Anni, con le truppe inglesi nel cuore del continente, al di là della Manica. I primi versi dell’Enrico V sono i più eloquenti, i più adatti: “Ci vorrebbe una musa di fuoco per narrare quel che tenteremo di farvi rivivere su questi poveri tavolacci”.
La vertiginosa bellezza del calcio giocato senza paura, i rovesciamenti di fronte e di risultato, i pronostici che colano a picco in una gran procella, l’imprevedibilità che diventa il mezzo più sbrigativo e affascinante per raggiungere la dimensione, non solo letteraria, del meraviglioso. Mai stato un fanatico del gioco con la palla rotonda ma dopo queste dosi assunte nelle ultime settimane comincio a pensare che il mio amato rugby, così cambiato ma ancora tolemaico, non possa reggere il confronto quanto a galoppo imposto al cuore, quanto a scioglimenti imprevisti, violenti.

Nel giudizio entusiastico pesa la mia dichiarata anglofilia, il mio amore, vicino all’idolatria, per Londra. A contendersi le due coppe, a Madrid e a Baku, il Liverpool, club di estrazione popolare, con una gradinata – la kop – che ricorda la guerra anglo boera; una società del borgo di Haringey, il Tottenham; una del più elegante e ricco West End, il Chelsea; e una ben radicata nel quartiere di Highbury-Islington, l’Arsenal ...

Il calcio inglese non più quello dei cross, dei grappoli in area, dei vecchi stadi che trasudavano umidità, delle terraces dove si assisteva in piedi, bagnati come pulcini dopo aver pagato tre sterline in banconote che non esistono più Non è più quello degli stranieri che si riducevano a scozzesi, gallesi, irlandesi e nordirlandesi. quando al Newcastle comprarono Mirandinha i ragazzi correvano a guardarlo come fosse stato un esemplare raro e quando negli Spurs giocavano due argentini (Ardiles e Villa) durante la guerra thatcheriana per le Falkland-Malvinas, qualcuno non mancò di notare che la tolleranza aveva sempre abitato da quelle parti. Non è neppure più il calcio dei miseri e angusti spogliatoi, della vasca comune per darsi una lavata, dei massaggiatori che andavano a palmi, dei giocatori beoni, dei manager che parevano – e in certi casi erano – veterani di guerra.

È diventato un calcio ricco, popolato di investitori stranieri (arabi e americani, soprattutto), con stadi bellissimi che in alcuni casi hanno preso il posto di monumenti memorabili: il vecchio Wembley, Highbury, White Hart Lane e Upton Park sono spariti lasciando spazio a impianti meravigliosi, confortevoli, sempre addossati al tutto esaurito.

Il calcio inglese è diventato una Babele, come un’ordinata Babele è Londra, un melting pot in cui confluiscono tutte le razze del mondo (a cominciare dai mangiarane francesi), un’irresistibile calamita per tecnici stranieri che hanno subito un impatto e hanno finito per imporre mutazioni, una fucina di Vulcano nell’impiantistica (ultimo esempio il nuovo White Hart Lane da 60.000 posti, costato un miliardo di sterline ammortizzabili in dieci anni e un’assenza dal mercato che dura da un anno abbondante), un esempio di rivoluzione sociale: la politica dei biglietti cari ha emarginato le frange violente.

È un mondo organizzato, con un merchandising che raggiunge le zone più lontane del pianeta. Un tempo a dominare era il marchio Manchester United, ora a Tokyo, Singapore, Seul e nel mondo arabo Liverpool e Tottenham contendono il primato ai Red Devils. E un mondo in cui vige l’uguaglianza nella spartizione dei diritti tv e che non ha bisogno di chiedere aiuto alle istituzioni: sufficiente dare un’occhiata all’esiguità o all’assenza di forze dell’ordine, anche nel caso di match che in Italia chiamano a rischio, da blindare.  

Ma c’è un aspetto che i soldi, gli investimenti e tutto il bric-à-brac di un mondo in costante mutazione non hanno cambiato: lo spirito e i diretti derivati, il ritmo, l’idea di una resa che deve essere respinta, che esiste sempre uno spazio per invertire la corrente, come fanno i salmoni. Con i suoi cross Stanley Matthews ribaltò una finale di Coppa d’Inghilterra che sembrava segnata: da 1-3 a 4-3. La partita era Blackpool-Bolton e Stan Mortensen, quello del gol impossibile a Torino, ne fece tre, sempre su “inviti” del vecchio Stan. O, più vicino a noi, vent’anni fa, il miracolo di Barcellona, quando tra il 90’ e il 91’30” lo United rovesciò il punteggio e l’esito e Lothar Matthaeus se n’era andato da campione d’Europa prima di vivere da bordocampo quell’agghiacciante e bollente finale di partita, assurdo e meraviglioso.

È un mondo lontano e diverso, dove Alex Ferguson e Arsene Wenger hanno avuto in sorte regni lunghi come quelli di longevi sovrani, senza che nessun pensasse di discutere le loro scelte, i loro risultati. E ora tocca a loro spartirsi l’Europa, sul’asse infinito che corre tra la Castiglia e l’Azerbajan.

 

 

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