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I sentieri di Cimbricus / Giocate e moltiplicatevi, e' la parola d'ordine

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Martedì 30 Aprile 2019

 

rugby-generica 2

 

"Il rugby che non c’è più, artigliato dai profittatori, da quelli che dicono che intanto sarebbe andata a finire così, bisogna rassegnarsi. E intanto i maestri del nuovo pensiero ovale disegnano nuovi orizzonti ed offrono idee stantie".


Giorgio Cimbrico

 

Provare a seguire le vicende del rugby è come chiedere informazioni nella metropolitana di Tokyo verso le 18 alla stazione della Ginza. Non è difficile trovare persone gentili che danno l’informazione desiderata ma le parole vengono soffocate dallo scalpiccio della folla, dallo sferragliare dei treni, dagli annunci che si accavallano. Non si capisce niente. E dopo un po’ si può finire nel panico.


I proclami di World Rugby, il calendario globale, il Nations Championship, l’arrivo in scena dei soldi della CVC (non c’entrano le finestre ermetiche …), l’avidità del Sud, specie quello All Black, i tentatiyi di difesa del Nord, le tradizioni calpestate, i giocatori gonfiati come l’ometto Michelin, il proliferare delle partite che la gente comincia a disertare. A sud (visto un match Sharks-Jaguares che, come si diceva una volta, ha richiamato parenti e fidanzate), ma anche a nord.

Il motivo? Il rugby è stato derubato del suo spirito, dei suoi avventurieri, dei rodomonti, dei centauri, dei picari, dei principi e dei poveri, ma soprattutto è stato derubato delle sue scadenze, poche e meravigliose, legate al campanile e alla giornata del dì di festa, nel tempio, nella cattedrale: la definizione è a piacere.

C’è un libro giovanile di Jack Kerouac, “The town and the City”, il paese e la città: in quel titolo c’è il rugby che non c’è più, artigliato dai profittatori, da quelli che dicono che intanto sarebbe andata a finire così, bisogna rassegnarsi. E intanto i maestri del nuovo pensiero ovale disegnano nuovi orizzonti, offrono idee stantie che spruzzano del profumo a buon mercato del nuovo. Che ne direste di una finale tra chi vince la Premiership e il Pro-14? La tanto disprezzata Rugby League la organizza da anni e a livello globale, tra australiani e inglesi del nord. Sono loro i veri depositari della palla ovale: un paio di campionati nazionali, una piccola Coppa del Mondo organizzata alla buona, il tour dei Kangaroos nel sudovest della Francia, in Lancashire e in Yorkshire, ed è tutto.

Senza risalire la corrente sino alle sorgenti, era tutto anche nel gioco a XV sino a trent’anni fa quando in Inghilterra stavano abbozzando un campionato dopo che i primi soldini erano comparsi quando la John Player (sigarette, che orrore) aveva sponsorizzato la Coppa d’Inghilterra, poi diventata Coppa Anglo-Gallese. E poi si è alzato il vento ed è diventato un turbine, una tempesta che ha sradicato, che ha sottoposto a cambiamenti che sono mutazioni, che ha permesso quello che non era concepibile. Quelli della League erano degli eretici, degli apostati, degli idolatri del denaro e non potevano neppure entrare negli stadi della Union. Adesso sono arrivati e stanno arrivando a frotte portando stile e schemi, perché nel codice degli ex-dilettanti si guadagna molto più che tra gli spregevoli professionisti d’antan.

Giocate e moltiplicatevi, è la parola d’ordine di chi comanda. Nel senso di moltiplicare le scadenze, le date, le partite, i regolamenti astrusi (prendete quello riformato del Pro14 e capirete), le possibilità offerte e imposte dalle tv, i mercati reali o potenziali (cosa darebbero a World Rugby se negli Usa il gioco sfondasse), gli infortunati cronici, quelli che alzano bandiera bianca. Era umanissimo, il rugby, ed è diventato indifferente e spietato, una macchina da profitto esattamente come le compagnie di scommesse on line che hanno invaso gli interstizi, sempre più larghi, tra un programma e l’altro. Promettono guadagni sicuri mentre i signori dell’ovale (minuscolo sia signori che ovale) assicurano uno sport ricco di valori. Quali valori?

Di sicuro c’è che l’opera che riuscì splendidamente a Gesù con i pani e con i pesci durante uno degli spontanei e frequentatissimi raduni che sapeva provocare, non è un fenomeno che sta investendo il Nuovo Testamento del rugby: ad assistere a queste nuove creature, più o meno ibridate, va poca gente e qualcuno comincia a preoccuparsi e così, per esempio, la semifinale di Champions potrebbe raddoppiare. Avanti così, sino alla saturazione.

Ma a Twickenham non fanno sempre il tutto esaurito? Non è una cornucopia che erutta denaro? Vero, ma Twickenham, con tutti gli abbellimenti del caso, è vecchio rugby, è Bayreuth dove va sempre in scena la tetralogia o il Tristano o i Maestri Cantori. È un luogo e una meta. Il giorno che i suddetti signori proveranno ad attaccare anche Twickenham, entreremo nella valle di Megiddo dove si scontrarono le forze del bene e del male. E sarà Armageddon.

 

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