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I sentieri di Cimbricus / Ritorno a Stanford, nel nome della tradizione

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Lunedì 29 Aprile 2019

 

stanford

 

Siamo a Stanford, California. Non è lo Stadio delle Terme, anche se ci somiglia molto. Ma solo nell'aspetto, perchè gli americani hanno - a differenza nostra - un gran rispetto per la storia e per la tradizione dello sport. Sarà forse per questo che sono i primi al mondo.

 

Giorgio Cimbrico

A Eugene sono cominciati i lavori per i Mondiali 2021 (fatalmente il delizioso Hayward Field verrĂ  “anabolizzato”) e così il Prefontaine Classic, in calendario il 30 giugno, da Eugene, Oregon, si sposterĂ  a Stanford, California, contea di Santa Clara, a un tiro di sasso da Palo Alto, una sessantina di chilometri a sud di San Francisco. A chi non è piĂą giovane Stanford ridesta vecchi e piacevoli ricordi: nell’appassionata lettura di risultati riportati – al tempo – dai quotidiani sportivi o disponibili attraverso abbonamento a riviste che arrivavano sempre troppo tardi, quel nome faceva spesso capolino: una specie di tempio del salto con l’asta, da Cornelius Warmerdam (e anche prima delle ascensioni dell’Olandese Volante…) a Stacy Dragila, un buon posto per i lanciatori di peso e di disco e in un giorno lontano ormai quasi sessant’anni, un luogo di pace, di sospetti accantonati, di indimenticabile spettacolo.  

Nel 1962 la fallita invasione di Cuba, con il disastro della Baia dei Porci, e l’abbattimento dell’aereo spia di Gary Powers avevano reso tesissimi i rapporti tra Washington e Mosca. Una vignetta mostrava John Kennedy e Nikita Krushev impegnati in un braccio di ferro, seduti su bombe atomiche che facevano tic tic tic. In uno scenario da Dottor Stranamore, i destini del mondo erano affacciati su un conflitto nucleare.

Ma la sfida tra USA e URSS venne organizzata ugualmente e il merito deve esser assegnato a Payton Jordan, capo coach dell’Università di Stanford, e a Gavil Korobkov, commissario tecnico dell’URSS. Lavorarono di comune accordo e realizzarono quel che vecchi storici definiscono ancora il più grande incontro della storia. Per giustificare l’etichetta è sufficiente ricordare il numero degli spettatori: 72.500 la prima giornata, 81.000 la seconda, il pubblico più folto registrato in un evento non olimpico. Qualcuno preferì un’altra definizione: il Barnum dell’atletica. E qualcun altro, come Ralph Boston, lo spogliò del suo significato politico: “Non pensavo alla Guerra Fredda, vedevo solo quella grande squadra che era venuta dall’altra parte del mondo”.

Il cast era formidabile: Bob Hayes, Al Oerter, Wilma Rudolph, Igor Ter Ovanesian, Boston, le sorelle Press, Hal Connolly (che sparò il martello a 71.05, il suo quinto record mondiale, battendo Balkovski e Bakarinov) e Valeri Brumel. Un anno prima, nello scontro dei titani, il re del ventrale era stato il protagonista del faccia a faccia di Mosca, scavalcando 2.24, il secondo dei suoi sei record mondiali, e lasciando a 2.19 John Thomas che proprio a Stanford, il 1° luglio del ’60, aveva affiancato la vittoria nei Trials a un mondiale portato a 2.22.

Il 22 luglio 1962, nello Stanford Stadium, Brumel salì a 2,26 dopo otto salti e un solo errore a 2,18 prima di concludere con tre tentativi a 2.28 che avrebbe superato, ancora in un match contro gli USA, il 21 luglio 1963 nella capitale sovietica. Destò stupore la quota che chiese a vittoria ottenuta: 2.30. Il confronto tra americani e russi ha sempre fatto accendere le polveri dei saltatori: nel ’71, a Berkeley, Pat Matzdorf con 2.29 strappò il record a Brumel e nel ’77, a Richmond, in un match junior, il meraviglioso Volodja Yashchenko andò al di là di 2.33. Non era solo un record per la sua categoria di età.

Nel rispetto della tradizione (che pesca sino al 1893 e annovera due edizioni dei Trials e due campionati USA) e potendo contare sulla munificenza della Nike, la macchina organizzativa del Pre Classic sta mettendo assieme un cast formidabile destinato al palcoscenico di quello che oggi si chiama Cobb and Track Angell Field: mai nella storia si erano affrontati sette 6-metristi (Lavillene, Duplantis, Braz, Barber, Kendricks, Morgunov e Lisek), mai nella storia si erano dati appuntamento nove 22-metristi. Con la concreta chance che il 23.12 non privo di ombre e datato 1990 di Randy Barnes soccomba davanti alle bordate di Ryan Crouser o di Tom Walsh il kiwi XXXL che non ha scelto il rugby.

 

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