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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Terza pagina / A ricordo di una persona dolce

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Venerdì 19 Aprile 2019

 

cacchi 2

 

Viveva da tempo appartato, Bruno Cacchi, ma nessuno dell’atletica pre-social lo aveva dimenticato. Né i suoi contributi al mezzofondo, lui direttore d’orchestra di una grande solista che apriva un percorso, fino alla costruzione delle vittorie olimpiche nel pentathlon moderno. Un innovatore, certo, ma soprattutto una grande e bella persona.

Giorgio Lo Giudice

Avevo conosciuto Bruno Cacchi all’Arena di Milano in forma ufficiale, nel 1967, anche se ci eravamo incrociati in precedenza sui campi in qualche campestre. Me lo aveva presentato Alfredo Berra con il quale eravamo andati insieme al campo. Una volta si usava che i giornalisti si recassero sui luoghi del delitto a conoscere i protagonisti e non a fare telefonate astruse, da luoghi astrusi con domande filosofiche e strane per dimostrare di essere bravi. Avere la conoscenza delle persone e dell’ambiente, quella era la dimostrazione di essere bravi. Avevamo parlato di tutto, preparazione e che altro, lui da avversario sincero, era alla Pro Patria e mi chiedevo, e gli chiedevo, come avesse potuto abbandonare Catania per salire lassù.

Avevamo riso, e scherzato e stabilito una conoscenza che rasentava l’amicizia. Quella era arrivata tanti anni dopo, nel 1975, quando ci trovammo a convivere venti giorni insieme, stesso albergo stessa camera, ai Giochi del Mediterraneo di Algeri.

All'epoca non era più il CT della Nazionale, aveva lasciato il posto a Enzo Rossi e Sandro Giovannelli, Berra era fuori gioco ammalato e le nostre conversazioni erano spesso su di lui e su quello che poteva riservargli un futuro grigio e con poche speranze. Bruno era sempre tranquillo, mai fuori le righe, mai un timbro di voce oltre la norma. Non aveva incarichi ufficiali se non quello di allenatore della migliore atleta italiana del tempo, nonché sua moglie, Paola Pigni, e ci capitava di discutere di allenamenti e preparazione coinvolgendo, quando ci incontravamo, Oscar Barletta, anche lui presente in quanto responsabile della maratona italiana.

Ero il vaso di coccio tra due di ferro, avrebbe detto Manzoni, però, giuro, me la cavavo e i due non mi cacciavano mai via quando si parlava di preparazione e di allenamenti, gentile da parte loro. Ascoltavo ed imparavo, in particolare a rispettare e stimare questa persona tranquilla, mai fuori le righe con il quale condividevo la stanza ed anche un altro divertente hobby, la caccia ai “bacarozzi”. Si perché la sera arrivavamo in albergo entrambi muniti di bombolette spray contro gli insetti, (a me le regalava, passandomele sotto banco, Fiammetta Scimonelli, capo ufficio stampa del CONI), per dare la caccia a questi animaletti che correvano per la stanza. Che volete era un albergo a due stelle (almeno per chi affittava): in Italia forse le avrebbero tolto tutte quelle stelle. L’avevamo presa con filosofia e facevamo a gara a chi era più bravo. Poi, finita la caccia, soddisfatti parlavamo di atletica e di programmi.

Avevo stabilito un legame che si era rafforzato quando mi ritrovai a Roma, un altro Bruno Cacchi, preparatore dei pentathleti per le Olimpiadi di Los Angeles. Seguivo la disciplina professionalmente e mi ritrovai ad affrontare altre discussioni tecniche, sempre in forma civile ed allegra, su come condividere per cinque una preparazione complessa che doveva tener conto di tante esigenze diverse. Altre discussioni, condivisioni, e ogni tanto anche qualche momento fatto di ricordi.

Sotto questo aspetto Bruno era sempre restio, preferiva evitare il passato e pensare sempre al futuro, probabilmente aveva ragione lui, anche se ho considerato le cose fatte, un punto di partenza per quelle da fare, ma ciascuno ha le proprie abitudini. Una cosa era sicura, quando si parlava di famiglia e di Paola, i suoi occhi si illuminavano, era qualcosa di piĂą di una moglie e compagna, era il riferimento di una vita, privata come sportiva. Questo lo si capiva facilmente.

A conti fatti, e guardando indietro, mi resta il ricordo di una persona dolce con la quale non sono mai riuscito ad avere un litigio. Ho provato a rivangare se mi fossi dimenticato qualcosa e sicuramente è accaduto, però discussioni con contrasti di vedute, proprio no, non me ne ricordo. Vuole dire che tutto sommato la pensavamo nello stesso modo e questo mi fa onore, perché parlo di una persona che dal punto di vista culturale e della conoscenza sportiva, era sicuramente al top. Fuori dalle righe. Ciao vecchio amico siciliano.

 

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