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I sentieri di Cimbricus / Immortalita', seconda puntata

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Giovedì 18 Aprile 2019

 

woods 2

 

Tiger Woods è il golf come Usain Bolt è stato l’atletica, come Roger Federer continua a essere il tennis, come, dopo un altro tipo di esilio e dopo un ritorno che ha del miracoloso, Alì fu il pugilato.

 

Giorgio Cimbrico

I giovani avanzano ma è sempre più difficile liberarsi da chi ha scandito le stagioni della nostra vita. In questo senso gli ultimi giorni sono stati prodighi: Philippe Gilbert il vallone ha vinto la Roubaix a quasi 37 anni e Tiger Woods ha indossato la sua quinta giacca verde (ad Augusta, Georgia usa così) e ha conquistato il suo 15° major a 43 compiuti. Gilbert non è mai uscito di scena e ha continuato a recitare la parte che preferisce, quella del franco cacciatore di classiche: a parte la Sanremo, le ha vinte tutte, alcune, come la Amstel e la Freccia, a raffica. È conosciuto come un finisseur, anzi, il Finisseur. In un finale convulso, il colpo al cuore è quasi sempre il suo.

Domenica si è discostato dal cliché: l’età matura può regalare nuove attitudini. Lunga fuga a sei, cavalcando i tratti più crudeli di pavé (Mons en Pévèle, il Carrefour de l’Arbre) prima di rimanere in compagnia del tedescone Politt, già rassegnato all’ingresso del piccolo velodromo, simbolo della città che rappresenta il nord estremo della Francia.

Il discorso su Woods (che ha anche un nome normale, si chiama Eldrick) è più complesso, e non solo perchè di mezzo c’è un uomo che negli ultimi vent’anni ha messo gli artigli su una cifra stimata in un miliardo e 300 milioni di dollari. La sua è una storia di trionfo e di caduta, di morte e trasfigurazione, di miseria (non materiale) e di riscatto, elementi e categorie per una vicenda che lascia il segno.

“Ritornerò” aveva detto Douglas MacArthur lasciando le Filippine in preda alle armate giapponesi. Tiger, figlio di un militare duro come il vecchio generale, non ha mai pronunciato la storica parola, inseguito dai fantasmi, perseguitato dagli interrogativi, torturato dal dolore, ma non ha mai mollato, anche quando lui stesso si era dato per caduto senza più la chance di rialzarsi. “Credo proprio che non ce la farò a riprendermi”, aveva detto non più tardi di due anni fa a un amico ed eccellente giocatore, Frank O’Meara, dopo l’ennesima operazione alla schiena, diventata materia di studio per chirurghi specializzati.

La vita trionfale di Tiger si era interrotta una sera quando la moglie svedese, la bionda Elin, lo aveva preso a colpi di bastone (da golf) dopo aver scoperto che il marito le era infedele: quel divorzio le avrebbe fruttato una fortuna. Ma il fatto era che di mezzo non c’era un’amante, ce n’era uno stuolo, disseminate in alberghi e ristoranti. Oltre che adepto degli amori ancillari, Tiger era un bulimico. Finì in un centro di disintossicazione: c’era chi voleva smettere con la bottiglia o con la droga. Lui ci era finito per veder diminuire il proprio ardore.

Poi, i lunghi anni sulla linea d’ombra, imbarazzanti. Tiger non aveva più artigli, non aveva più denti, aveva perso l’istinto, non era più né stratega né tattico - nel golf coesistono le due scienze dell’arte della guerra – e se aveva strappato convocazioni per la Ryder Cup era perché era Tiger Woods, simulacro di se stesso, d’accordo, ma poteva sempre capitare che …

Non si è mai arreso. E ora, dopo aver dato uno sguardo al ponticello in pietra, uno dei simboli di Augusta, avrà pensato che il suo è stato magnifico e clamoroso ma non il più grande ritorno: quel record appartiene a Ben Hogan, l’uomo a cui quel ponticello è dedicato. Uscì da un incidente in macchina in uno stato tale che i medici scossero il capo e gli dissero: “Ben è tanto se tornerai a camminare”. Ben tornò e vinse sei Majors. Facesse altrettanto, Tiger andrebbe a quota 20, il più grande collezionista della storia, supererebbe lui, la Tigre, l’Orso d’Oro Jack Nicklaus che ne allineò 18, l’ultimo quando aveva superato i 46 anni. Capitò proprio ad Augusta, dell’86, quando indossò la giacca verde per la sesta volta, anche questo un record. “Quando è lui, non ce n’è per nessuno”, ha detto Nicklaus, quasi 80 anni, partecipando all’uragano di giubilo che si è scatenato affiancando Trump a Obama, dopo che Tiger aveva imbucato l’ultimo cortissimo, elementare putt mentre il pubblico di Augusta attendeva in un silenzio fremente, come le folle che aspettavano la parola di Gesù.

Perché quest’attesa messianica? Perché almeno da vent’anni - compresi quelli dell’esilio, della presenza inconsistente, degli interrogativi, dei tentativi di ricostruzione - Tiger è il golf come Usain Bolt è stato l’atletica, come Roger Federer continua a essere il tennis, come, dopo un altro tipo di esilio e dopo un ritorno che aveva tutte le stigmate del miracoloso, Alì fu il pugilato.

 

 

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