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I sentieri di Cimbricus / L'Africa che corre e' diventato un affare

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Martedì 2 Aprile 2019

 

barega 


Le remunerative frontiere della corsa si spostano decisamente verso la strada. Conseguenza, si dice, dei nuovi format delle riunioni su pista, sempre più prone ai padroni dello spettacolo. Tutto in 90 minuti, come insegna il calcio. Ma senza intervallo, altrimenti la gente si annoia.

Giorgio Cimbrico

Il vero titolo del libro di Karen Blixen non era “La mia Africa”, ma “Out of Africa”, lontano dall’Africa. Perfetto per quello che stiamo attraversando. La loro Africa è sempre più lunga e sempre più stretta: il dominio assoluto sulla maratona, divenuto ormai una voce nel Pil di Kenya, Etiopia, Eritrea e Uganda; un mondiale di cross – che non frega più niente a nessuno - portato a scadenza biennale e trasformato in campionato dell’Africa Orientale; l’ormai certificata sparizione delle gare lunghe dai meeting della Diamond League che concederà spazio al massimo ai 3000: sette minuti e mezzo possono esser sopportati da un pubblico sempre più frenetico e disposto alla distrazione o alla noia. Questo è il pensiero di facciata di chi all’apparenza comanda e in realtà obbedisce a ordini superiori.

Qualche giorno fa Sebastian Coe e Jon Ridgeon, che ricordiamo elegante ostacolista nel light blue di Cambridge e che da non molto è diventato direttore generale della IAAF, sono stati costretti a rispondere a un appello della federazione kenyana che lamentava la sparizione delle distanze dai meeting di peso. La coppia high class britannica ha risposto che nulla impedisce che, al di fuori dei 90’ stabiliti come durata dei meeting (qualcosa meno di una partita di calcio che ormai va avanti per almeno 96’), gli organizzatori possano inserire i 5000. I 10.000, ovviamente, non vengono neppure citati. Già, se 5000 cominciano ad essere tropo lunghi, i 10.000 possono risultare letali.

Nella sua formidabile carriera lord Coe ha frequentato i palcoscenici più frementi, ha corso nei teatri – ne ricordiamo giusto un paio: Oslo e Zurigo – che hanno scandito la cronologia dei record mondiali dei 12 giri e mezzo e dei 25, che ne hanno marcato progressi epocali: sufficiente pensare alla rivoluzione clarkiana scritta al Bislett. Ora tutto questo viene cancellato – come acqua che scorre sui ciottoli – in nome di quella che viene chiamata una nuova visione, dettata da interessi commerciali e da una sempre maggiore ingerenza del potere televisivo. Ma fermarsi a questi aspetti sarebbe arrestarsi alla superficie.

L’Africa che corre è diventato un affare, in mano alla corporazione europea e americana degli agenti, dei procuratori che da tempo hanno buon gioco a plasmare le ambizioni dei protagonisti. Provate a volare a rapidi colpi d’ala sul mondo delle corse su strada, non solo le maratone più o meno illustri e remunerative, ma la galassia sempre più densa delle 10, delle 15 km e delle mezze maratone che hanno persino ricevuto il riconoscimento di distanze ufficiali, record compresi.

Gli africani, ormai organizzati in truppe (con ufficiali bianchi, come al tempo dei King African Rifles) si sono gettati a corpo morto su questa dimensione che garantisce vantaggi economici senza che talenti interessanti o assoluti vadano a calpestare la pista. Sotto questo profilo, è il Kenya soprattutto ad aver risentito del fenomeno: oggi i talenti degli 800 vivono e si allenano a El Paso in un fenomeno migratorio verso l’America – e, in molti casi, verso un nuovo passaporto – iniziato con Bernard Lagat e che oggi può contare anche sulla diaspora dei somali: il canadese Mohamed Ahmed è nativo di Mogadiscio proprio come il britannico Mohamad Farah. Altri rivoli di convenienza hanno portato uomini e donne verso il Qatar, il Bahrain, la Turchia.

È un flusso migratorio che ha coinvolto anche l’Etiopia, malgrado un certo centralismo statale che il succedersi dei regimi di Addis Abeba non ha cambiato. Prendendo come riferimento i 5000, se i kenyani sono pressoché spariti, gli etiopi spadroneggiano nelle liste 2018 e hanno nel 19enne Selemon Barega, 12’43”02 e fresco primatista mondiale indoor dei 1500 appena al di là dei 3’31”, l’erede di Gebrselassie e di Bekele. Se qualcuno avrà la compiacenza di organizzargli un 5000 di buon ritmo, il primato, vecchio ormai quindici anni di Bekele, avrà buonissime chances di cadere. E scommetto che per quell’assalto il pubblico non si annoierà.

 

 

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