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Osservatorio / La telenovela dei nostri stadi di calcio

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Giovedì 28 Marzo 2019

 

stadio-roma 2

 

Perchè in Italia gli stadi di calcio sono sempre meno aderenti alle esigenze dello sport di spettacolo? E perchè in altri paesi, da tempo, si è intrapresa una strada molto più produttiva e con eccellenti ritorni economici? Proviamo a capire. 

 

Luciano Barra

Dopo la telenovela (non conclusa) dello stadio di calcio dell’AS Roma, ora sta per iniziare quella dell’Inter e del Milan. A Roma la telenovela dura da quasi 8 anni. Tempo fa mi ero permesso di scrivere che non si sarebbe fatto mai. Sapete perché? Non perché io sia laziale, ma perché siamo a Roma. La situazione di Roma ha fatto scrivere ad Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano un divertente articolo con il titolo “Povero Pallotta, gli hanno fatto una Totòtruffa chiamata Stadio”, in cui parafrasa la storia dell’americano a Roma con la coppia Totò-Nino Taranto e la vendita della Fontana di Trevi. Per poi andare avanti parafrasando il film “Amici miei” dove vede l’americano accollarsi la sua catena di affetti, ma non il cane Birillo, e per concludere con l’altro film, in cui siamo dentro oggi: “Un giorno in pretura”.

A Milano sono molto più seri e sicuramente tutto questo non accadrà e ciò servirà a rimarcare ancora di più la differenza fra Roma e Milano. Ma a questo punto vale la pena di ricostruire, in maniera sintetica, la storia degli Stadi di calcio in Italia, anche per capirne di più.

All’inizio del XX secolo si era intrapresa la corretta via e molti degli Stadi italiani erano stati costruiti ed rano di proprietà delle squadre di calcio: d’altronde molte delle squadre di allora avevano seguito l’esempio inglese, anche nel nome, e nella struttura. Alcuni nomi alla rinfusa: Testaccio, Filadelfia, Val del Piano a Genova, San Siro a Milano, l’Ascarelli a Napoli, ecc.

Poi, per i Mondiali di calcio del 1934 voluti dall’Italia, e per la volontà del governo di allora di presentare un Paese all’avanguardia, Mussolini fece costruire tutta una serie di stadi. I primi. Parliamo dello Stadio Littoriale di Bologna, dello Stadio Giovanni Berta di Firenze, dello Stadio Nazionale del PNF di Roma, dello Stadio Luigi Ferraris di Genova (già Stadio Val del Piano), dello Stadio Partenopeo (già Stadio Ascarelli) di Napoli, dello Stadio Municipale Benito Mussolini di Torino e dello Stadio Littorio di Trieste. Non faceva parte di quel gruppo, anche se utilizzato per i Mondiali, lo Stadio San Siro di Milano che era stato costruito privatamente da Piero Pirelli un decennio prima. Poi, conclusi i Mondiali, al fine di allinearsi agli altri nel 1935 anche questo fu ceduto al Comune di Milano.

Superato il ventennio fascista tutti questi stadi furono acquisiti dai rispettivi Comuni e divennero quasi tutti degli “Stadi Comunali” e tali rimasero fino a quando l’Italia si vide assegnata nuovamente i Mondiali per il 1990. Fece eccezione, quella volta positiva, Roma che grazie ai Giochi Olimpici del 1960 trasformò lo Stadio Comunale in Stadio Flaminio e si dotò dello Stadio Olimpico, tutto ciò a carico del CONI. Anche per i Giochi del 1960 fu costruito lo Stadio San Paolo di Napoli, necessario anche per i Giochi del Mediterraneo del 1963.

Per i mondiali del 1990 intervenne una legge, questa volta di matrice socialista, per approntare gli stadi per l’evento. L’intervento fu massiccio e riguardò la costruzione di due nuovi stadi a Bari e a Torino (il Delle Alpi) e il restauro di 10 stadi esistenti: San Siro, Bologna, Genova, Firenze, Roma, Palermo, Cagliari, Napoli, Udine e Verona. Tutti e 12 questi stadi furono finanziati completamente dallo Stato. Purtroppo, in molti casi, la costruzione e la ristrutturazione non seguirono la filosofia architettonica già in auge in quegli anni in Europa e nel mondo che dava la precedenza alla “qualità” dei posti a sedere e alla necessità di spazi per servizi accessori. No: si dette la precedenza alle coperture e alla “quantità” dei posti di ciascuno stadio. E nacquero quindi impianti già architettonicamente superati e non adeguati alle necessità moderne.

E le nostre squadre di calcio? Per oltre 60 anni, dagli anni Trenta al ‘90, sono state a guardare preferendo essere affittuari che proprietari. In apparenza ciò sembrava costare di meno e creare minori problematiche. Nel frattempo la Spagna stava facilitando la costruzione di stadi privati e soprattutto la Gran Bretagna, afflitta dalle vessazioni degli Hooligans, cambiò strada e facilitando la costruzione di stadi nuovi e più moderni. Impianti nei quali venne data priorità alla “qualità” dei posti a sedere e agli spazi che permettono alle squadre di svolgere attività collaterali, utili e lucrative. Inutile citarli: in gran parte hanno nomi di sponsor e poi tutto è storia dei nostri giorni. Oggi la forza del calcio inglese, e di quello spagnolo, viene giustificata non solo dagli importanti contratti televisivi, ma anche dalle notevoli entrate prodotte dai nuovi stadi che permettono diversi tipi di attività commerciali, un po’ come avviene negli Stati Uniti ormai da mezzo secolo.

In Italia qualcosa cominciò a muoversi a metà degli anni Novanta grazie alla Juventus che valutò lo Stadio delle Alpi troppo capiente, e con costi di gestione onerosi, senza poterne usufruire appieno, come richiesto dalle necessità attuali. Dopo lunga battaglia, finalmente, la Juventus riuscì a stipulare un accordo con il Comune di Torino e per 25 milioni di euro acquistò l’area dello Stadio delle Alpi come diritto di superficie. Non va dimenticato che lo Stadio era costato per i Mondiali del 1990 circa 100 miliardi di lire. Il resto è storia dei giorni nostri.

L’esempio della Juventus, importante sia dal punto di vista architettonico che da quello finanziario, ha avuto dei proseliti a Sassuolo e, in parte, a Udine e Cagliari. Il divario che si è creato, non solo agonisticamente, ma anche finanziariamente, con la Juve e soprattutto con i club spagnoli e inglesi, ha fatto venire l’appetito alla Roma e ora anche ad Inter e Milan, con Fiorentina e Lazio in lista d’attesa.

In questo periodo si sottolinea in particolar l’importanza di nuovi stadi di proprietà, soprattutto per gli aspetti economici, che permetterebbero ai nostri club di competere meglio a livello europeo. Nessuno invece cita un aspetto più prosaico: la proprietà di uno stadio permetterebbe alla squadra di calcio di “capitalizzare” la proprietà nel proprio bilancio e di apparire quindi finanziariamente più solida nei confronti delle banche, che spesso coprono il loro vortiginosi deficit. Attualmente l’unico patrimonio che i club hanno la possibilità di iscrivere a bilancio è quello dei contratti dei giocatori ed è facile capire quanto il valore possa essere aleatorio.

Bravi sono stati alla Juve a perseguire l’obbiettivo di passare da essere in affitto ad andare ad abitare in una casa di proprietà. Ma la Juve ha una sua forza istituzionale costruita dalla famiglia Agnelli, cosa che non tutti i club hanno.

Cosa è accaduto a Roma e cosa rischia di accadere a Milano? Oggi costruire uno stadio ha un impatto su una città ben diverso da quello di 50/60 anni fa. Mobilità, ambiente e quanto altro incidono nelle problematiche in maniera ben diversa, sia da un punto giuridico, amministrativo ed urbanistico. Non solo ma la costruzione di uno stadio mette a carico della comunità dei costi spesso superiori a quelli di costruzione dell’impianto. Questo è accaduto a Roma, che, anche grazie al malaffare Romano, sta affondando l’opera. Più che mai operazioni come queste in città come Milano e Roma meriterebbero analisi di costi e benefici che poco hanno a che fare con l’entusiasmo delle tifoserie, l’interesse dei media, ed il conseguente condizionamento della politica. Talune decisioni prese dall’attuale amministrazione Capitolina appaiono giustificate solo da momenti elettorali.

Roma non si è ancora domandata cosa ne sarà dello Stadio Olimpico, che non va dimenticato è l’asset più importante del Foro Italico che pur sempre rimane una proprietà del Demanio e quindi dello Stato. Ha già sul groppone lo Stadio Flaminio ed ora si parla anche di uno Stadio della Lazio! Lo stesso dovrà fare Milano. Può permettersi due Stadi nella stessa area? Quindi ben vengano nuovi stadi ma è ingiusto che le squadre di calcio si sentono vittime di una situazione che è scaturita solo dalla loro mancanza di lungimiranza. E su questo stanno influenzando i media che a loro volta rischiano di condizionare la politica. Bel rebus!

 

 

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