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I sentiero di Cimbricus / Italia-Francia, la "scarica" dei 101

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Giovedì 14 Marzo 2019

 

trofeo 3

 

Strane coincidenze astrali dei numeri tondi per la vecchia sfida con i transalpini. In palio anche il Trofeo Garibaldi, dal valore artistico un po' essenziale, neanche fossero traversine plasticamente arrotolate.

Giorgio Cimbrico

Sabato, all’Olimpico, Italia-Francia, in un cumulo di ricorrenze: la 100ª partita nel 6 Nazioni, la 50ª su suolo italiano e romano, la 500ª degli azzurri ovali. Per caso o per una fortunata congiunzione astrale, contro i cugini (?), i transalpini, i Galli, i galletti, i più acerrimi avversari battuti solo tre volte in 84 anni di contatti, scanditi spesso da sfide che i francesi hanno affrontato con squadre marchiate con la lettera A o B: i “grandi” erano impegnati con le vecchie union, nel 5 Nazioni. Ora non è che godano di perfetta salute o abbiano piume magnificamente cangianti: se a Twickenham gli italiani ne hanno presi 57, i bleus ne hanno beccati 44. La scarica dei 101.

Italia e Francia giocano per un trofeo. La Calcutta nostrana e latina non è stata forgiata con la fusione di antiche rupie, non è adorna di cobra, non ha un elefantino sul coperchio. È un oggetto d’arte molto essenziale e la prima cosa che viene in mente, quando si dà un’occhiata al Trofeo Garibaldi, è che si tratti di traversine ammorbidite e piegate: Jean Pierre Rives non è uno scultore che usa lo scalpello, meglio la fiamma ossidrica. Un pennello di fuoco come lo chiamava Alberto Burri.

Garibaldi e Rives, due bei tipi, da passarci assieme serate di parole e ricordi. È bello pensare che al momento di scegliere un nome, un personaggio, un simbolo per la sfida abbiano scelto lui, Giuseppe, il Generale che non era mai andato all’Accademia, il corsaro dei fiumi sudamericani, il nizzardo (ma in realtà con profonde radici piantate in una valle alle spalle di Chiavari) che visse dentro una nuvola rossa di generosità: i francesi lo avevano preso a fucilate nella meravigliosa avventura della Repubblica Romana del 1849, lui aveva risalito l’Italia in fuga, sua moglie Anita era morta nella pineta di Ravenna e lui, vent’anni dopo, cosa fa? Non è più un ragazzino, l’artrosi già lo perseguita e rimette assieme la sua legione per andare in Francia e, a Digione, sfidare i prussiani e fermarli mentre altrove il fronte crolla (Sedan è diventato un sinonimo di Waterloo) e il paese dei Galli sta andando a gambe all’aria, pronto all’umiliazione finale: l’imperatore di Germania incoronato a Versailles.

Ed è anche bello pensare che per rendere solido, reale, quel trofeo in palio dal 2007 abbiano chiamato Jean Pierre, un altro che, quanto a generosità, di rivali ne ha avuti pochini e che nella sua seconda vita, oltre che scolpire, è finito sullo schermo da guerriero celtico, prima in “Connemara”, poi in “The Druids”. Con quei selvaggi capelli biondi, cosa poteva fare, la parte del pubblicitario in crisi creativa? Brevissima digressione: Eric Cantona, con quel suo volto sgherro, ha recitato da maestro d’armi in un film di ambiente elisabettiano. La faccia giusta al posto giusto.  

Rives era un uomo normale che giocava flanker nel vecchio rugby, quello senza muscoloni, con giganti che erano alti 1,90 e magari avevano un po’ di ciccia attorno ai fianchi. Le maglie erano di cotone, e non erano una seconda epidermide in multipoliacetato, e quando capitava che la Francia dovesse giocare con quella bianca, non era il caso di scommettere un franco con impressa la Seminatrice: JPR l’avrebbe portata negli spogliatoi macchiata di sangue. È andata così un sacco di volte e andò così anche in quel jour che più di gloire non si può. Perché se a un giocatore francese si domanda: cosa vorresti prima di chiudere? Quello non potrà che rispondere: battere gli All Blacks a casa loro il 14 luglio. E Jean Pierre Rives è uno di quei 15 che hanno scolpito il sogno. Fu nel 1979, Eden Park, Auckland; i Blacks erano quelli di Graham Mourie, la partita finì 24-19 (due mete dei Neri nel finale, sennò sarebbe stata più pesante) e Jean Pierre la portò a termine come avesse macellato un toro di razza Miura, più rosso che bianco, malfermo sulle gambe, il volto perso nella fatica. Roba da morte e trasfigurazione. Vincitore e invitto.

Oggi, in questo nostro tempo vuoto e asettico, quelle foto possono finire nella categoria dello sconsigliabile, del censurabile, ma esistono e sono solo la prova di una magnifica ferocia, del coraggio di chi, citazione sua, metteva la testa dove gli altri non osavano mettere i piedi. Da noi, uno così era Marco Bollesan che infatti in testa ha ricami degni delle merlettaie di Bruges o di quella dipinta da Vermeer.

A occhio, Rives poteva essere uno di quelli che non avevano esitazioni a rispondere al richiamo del Generale: la normalità dell’esistenza normale mollata per un’avventura che è facile etichettare affascinante. Se si andava dietro al vecchio Giuseppe, che cavalcava con semplicità il suo carisma, in gioco c’era la vita. E chi finiva in quel gorgo di emozioni, non aspettava che quel cenno, quella chance che veniva offerta.

Garibaldi fu ferito, dice una vecchia canzone (ferito non da francesi, austriaci, borbonici o prussiani, ma da italiani che lo fermarono sull’Aspromonte), anche Rives, mai a cavallo, ma sempre capelli al vento. Se Beppino lo avesse conosciuto, lo avrebbe nominato luogotenente e lo avrebbe invitato a Caprera per fare due chiacchiere su quegli anni memorabili. Jean Pierre avrebbe portato un po’ di rosso tolosano, il Generale gli avrebbe offerto le acciughe sottosale preparate dalle donne che circondavano amorevoli il suo autunno, il suo addio.

 

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