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Fatti&Misfatti / Prestaci un po' del tuo coraggio

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Lunedì 19 Marzo 2019

 

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In memoria di Alberto Bucci. "Motivatore per tutti, i giocatori che oggi lo piangono, i dirigenti con cui ha fatto le scuole salesiane come Cazzola, persino l’avvocatone Porelli quando doveva battere la depressione, ricordando le tante ferite di una vita dove i sogni diventavano realtà, ma costavano tanto".

Oscar Eleni

Da Piazza Grande, nella Bologna dell’incanto, dove si passeggiava spesso con Alberto Bucci che adesso sta ricevendo la visita del suo popolo. Se ne è andato, ma la speranza è che ci presti almeno un po’ del suo coraggio. Magari potessimo tutti dire al male: ti sfido, ma ti faccio anche un favore: se vivo io, caro tumore, vivi anche tu. Lui era il nostro dottor Stranamore. Si arrabbiava se lo paragonavamo al genio di Kubrick che aveva imparato a non preoccuparsi ed amava le bombe. Ma poi ci rideva del paragone: dietro agli occhialini lo sguardo di chi le avrebbe usate le bombe per certi avversari, dirigenti, giocatori, ma poi prevaleva il suo mantra “ti voglio bene”. Lo diceva a Gesù e a Barabba, a Cesare e a Bruto.

Per strani passaggi le nostre vite si sono incrociate al punto che prima di partite anche importanti, a Bologna per le coppe, a Livorno prima di quella finale splendida ed atroce, ci si trovava a pranzo nella sua casa, fra il peperoncino più sofisticato e la dolcezza di una famiglia tipica proprio per un dottor Stranamore, religione del gruppo, anche se poi è venuto fuori che una delle sue tre figlie, Annalisa, ha imparato così bene la boxe calciata e le arti marziali miste da diventare una campionessa.

Deve essere stato l’unico momento in cui Alberto della Bolognina, nato nel giorno della liberazione, ha provato un po’ d’invidia senza riuscire a trovare la bomba da lanciare come quando invidiava i nemici sul campo, ma poi li annientava affrontando i colleghi con le sue battute che erano destabilizzanti come confessarono in molti, ingabbiando i campioni dell’altra squadra nella sua difesa a zona mascherata, non riusciamo a scrivere match-up, siamo provinciali, così come ricorderemo Alberto con la corona dell’arca della gloria del nostro basket, ora quasi nascosta da chi comanda, che non riusciamo a chiamare Hall of Fame.

Strane vigilie, strane veglie, sia dopo il successo che analizzando una sconfitta, ma per lui valeva davvero il detto di Churchill: il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale; ciò che conta è il coraggio di andare avanti.

Lo sentiamo ancora mentre affronta sibilando i potenti, i giocatoroni: “non si permetta”. Era guerra se la volevi, era una pace stupenda se camminavi con lui sulle strade come a quei campionati universitari di Rimini dove la sua Bologna, con Calamai chitarrista e Buzzavo martello al centro, eliminò il CUS Milano del barone Sales inseguito da Bovone che era stato autorizzato a colpirlo se Buzzavo, guardato a vista in una serata di grazia al tiro, avesse segnato più di un canestro. Coinvolti in quella splendida goliardia prendemmo in mano anche la bomba di Staranamore che per poco non ci fece arrestare. Cosa vuoi che sia, diceva, io tiro calci a chi finge di essere bravo e buono e se, per colpa della poliomelite, non mi facevano fare il centroavanti, diventato furioso.

Motivatore per tutti, i giocatori che oggi lo piangono, i dirigenti con cui ha fatto le scuole salesiane come Cazzola, persino l’avvocatone Porelli quando doveva battere la depressione ricordando le tante ferite di una vita dove i sogni diventavano realtà, ma costavano tanto.

Tre scudetti con la Virtus, un titolo lasciato nel 1989 sul canestro fantasma di Foti contro la Milano di Casalini, alla fine dell’era Gabetti. Campo di Livorno. Rumore di sirene. Poteva spezzarsi Alberto la roccia? Lui che era passato dalla Furla, dal regno Fortitudo della triade Tesini-Parisini-Lamberti alla grande sorella, la Virtus del Porelli. Amante del tennis e delle carte, che usava il diritto per vivere e amministrare e il rovescio per chi tentava di aggirare quel suo perentorio “Non passa”. L’avvocato che aveva consigliato a Milano, per il bene del basket che aveva bisogno di una capitale forte, di prendersi il suo allenatore americano prodigioso, arrivato con una chitarra in mano e ripartito verso gloria sportiva e televisiva in smoking, con un fiore in bocca. Lui avrebbe saputo trovare il rimpiazzo. Ci mise un po’, vinse con Driscoll, ma la svolta fu Bucci con Ettore Messina assistente. Bella coppia. La storia parla per loro. Ettorre dal Texas lo ha ricordato con affetto, grazie all’agendina ritrovata di Fuochi.

Per Bucci tre sudetti, tutti per la Virtus, la prima dell’84 poi le due di Cazzola nel ‘94 e ‘95. Quattro Coppe Italia, due Virtus, una la più straordinaria, in una nemesi storica da epinicio, battendo nel 1991 Milano con Verona che era in A2, anche se quello fu l’anno della promozione; la terza dopo Fabriano, dove lo trovò Porelli, e Livorno. Vinse con chi gli aveva dato veleno due anni prima nella finale scudetto, utilizzando al meglio l’ex milanese Schoene in coppia con Kempes (43 punti in due), il giovane Frosini in panchina, Dalla Vecchia, Savio, il Paolino Moretti che sta vivendo il dramma di Siena ormai estinta, Morandotti e i piccoletti come Fischetto e il tormentato Brusamarello per 6 minuti. La terza coppa con Pesaro dove ha scoperto un mare diverso da quello della Rimini dove ha tentato anche di essere sindaco e quando gli ricordavi di essere andato verso destra, lui ti inseguiva con le bretelle colorate per una esecuzione sommaria.

Accettare per amicizia, affetto e a palazzo Accursio chi ha sfilato per salutarlo sentiva da lontano Lucio Dalla che lo portava con se verso l’anno che purtroppo non arriverà più. Bellissimo lo striscione dei tifosi Virtus a Desio, ma certo non potevano essere loro quelli coinvolti poco prima nella rissa con la frangia canturina di chi mena le mani, perché c’era poesia e non poteva esserci violenza in chi salutava Alberto dicendo: Caro amico ti scrivo e siccome sei andato lontano (troppo, accidenti) più forte ti scriverò …

Magari fosse sempre così, magari alla Virtus la smettessero di pensare cattivo, mettendo Sacripanti sulla brace invece di giocatori da prendere a schiaffi, tentando invece di risolvere prima i problemi nella torre di comando, da cui hanno defenestrato Martelli cercando di capire perché a Desio, la nuova Cantù restituita alla sua gente, nella decima gloriosa vittoria di fila, la sesta nel ritorno da imbattuta, sembrava sovrastare atleticamente una squadra dalle gambe pesanti, dove molti attori recitavano male, persino il Punter scatenato dell’ultimo quarto e quello nascosto degli ultimi secondi.

Credendo a Bucci, soprattutto quando diceva si fotta il tumore, speravamo che fosse lui il demiurgo per la resurrezione virtussina dopo il felice incontro con Zanetti-Segafredo. Niente. Ci perde la Virtus, ma anche il nostro basket perde un cavaliere che sapeva il valore di un calcio e di una carezza. Ciao Alberto e non chiamare per dirette televisive da lassù, come facevi da quaggiù nella televisione di San Marino. Piangendo non sapremmo cosa rispondere, saluta tu gli amici assenti.

P.S. – Del basket giocato ci occuperemo domani quando la giornata sarà completata dalla sfida impari Reggio-Milano.

 

 

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