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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Un feudalesimo di ritorno (forse)

Lunedì 11 Marzo 2019

 

miller

 

Argomento urticante, capace di graffiare molte sensibilità allevate al falso mito del “politically correct”, ma che nello sport va trovando spazi innegabili e possibilità non ancora del tutto immaginabili.

Giorgio Cimbrico

Oggi guardare lo sport è scoprire di vivere nella realtà che, più di mezzo secolo fa, Robert Heinlein aveva immaginato scrivendo Storia di Farnham”: un’umanità scampata a un feroce e definitivo conflitto nucleare non ha più colori distintivi, è una miscela di lingue e di culture e vive in una dimensione che può evocare un feudalesimo di ritorno o un mondo arcaico e pastorale. Ricordo che anni fa nella Svezia di calcio giocava – e creava una certa meraviglia – un talentuoso giovanotto figlio di una finlandese e di un capoverdiano e ricordo anche che nel decathlon gli incroci di razze, di caratteristiche, di geni, hanno fornito campioni che si sono trasformati in caposaldi della specialità e dell’atletica tout court e in motivi di orgoglio per chi metteva l’umanità davanti al concetto di razza: Daley Thompson, Dan O’Brien, Bryan Clay, Ashton Eaton.

A parte Clay, afro-asiatico come Tiger Woods, gli altri tre sono addizioni nero+bianco. PiĂą complesso il discorso che riguarda il magnifico capostipite dei multipli: in Jim Thorpe confluivano linee di sangue di un paio di tribĂą indiane (Sax-Fox e Potawatomi) e per altri due quarti irlandese e francese. Una sintesi formidabile, visti i risultati.

Quel che era eccezione, quasi una curiosità, sta diventando una regola. Gli Euroindoor di Glasgow mi hanno offerto il volto, che non conoscevo, del non ancora ventenne talento dell’asta Emmanouil Karalis, somma di un padre greco e di una mamma ugandese. Per metà ellenico è anche Nick Kyrgios, balzano tennista australiano che in giornata buona può mettere in difficoltà qualsiasi avversario, che dalla sponda materna appartiene alla nobiltà dei sultanati della Malaysia, o Malesia come dicevamo ai tempi dei Tigrotti.

Altra combinazione, questa volta afro-araba: Saiwa Eid Naser, la piccola e muscolata quattrocentista che ha dato filo da torcere per tutto il 2018 all’elegantissima Shaunae Miller, ha mamma nigeriana e padre del Bahrain, il paese per cui la ragazza gareggia. E afro-arabo è anche Mutaz Essa Barshim, ancora in bacino di carenaggio in vista dei Mondiali di Doha: il padre è qatariota, la mamma è sudanese, originaria di un paese che all’atletica italiana ha dato Raphaela Lukudo, dotata di innato senso tattico oltre che di un profilo degno di una preziosa statuetta del periodo delle prime dinastie, quelle dei Faraoni neri.

In questa rassegna la bahamense Miller, virtuale mannequin, ha pieno diritto di cittadinanza, soprattutto per gli esiti futuri del suo matrimonio con il decathleta estone Maicel Uibo: attesi con una certa impazienza i loro eredi caribe-baltici. E per tornare ancora un attimo alla fresca rassegna di Glasgow, l’unica che nei 1500 ha provato a tener il passo all’arrembare di Laura Muir (lei, scozzese purosangue), è stata Sofia Ennaoiu, padre marocchino e madre polacca. In questo caso l’incrocio è slavo-arabo. Per il momento non frequente.

Hitler, che fra poco festeggerebbe il 130° compleanno e che amava circondarsi delle brutte statue “ariane” di Arno Breker, non aveva capito niente. Tra un paio di generazioni la situazione sarà ancora più fluida e del concetto di razza non sarà più il caso di parlare.

 

 

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