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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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Osservatorio / Dalla Scozia con amore

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Mercoledì 6 Marzo 2019

 

jakob

 

"Cercare di capire cosa stanno combinando i norvegesi, da anni, per avere tanto successo: in primis in sport come Sci (alpino e nordico) e poi in Atletica. Non solo vincono a mani basse, ma i loro atleti sorridono e si divertono."

 

Luciano Barra

Il titolo non inganni, perché ai Campionati Europei Indoor Sean Connery, pur essendo scozzese, non si è fatto vedere. In compenso incombeva lì dove si svolgevano i Campionati la figura di un altro scozzese, Sir Christopher Andrew Hoy, vincitore di 6 ori olimpici ed 11 titoli mondiali, forse il pistard più medagliato del ciclismo. A lui, anche se nativo di Edimburgo, è dedicato il velodromo dell’Emirates Stadium. Quanto rispetto per la nobiltà sportiva nel Regno Unito! Mi ricorda il progetto fatto prima dei Giochi di Londra di intitolare ogni stazione della loro vetusta, ma efficientissima, underground londinese, ad un Campione Olimpico del passato. A Roma ciò non sarebbe possibile perché non ci sono stazioni della metropolitana sufficienti a soddisfare questa esigenza.

Questo pensavo mentre attendevo per la 35sima volta in 50 anni ad un Campionato Indoor, (nessuno nell’atletica internazionale può vantare questo record e sto pensando di chiedere una pensione atletica avendo raggiunto la fatidica quota 100). Nell’occasione l’Associazione Europea ha pubblicato un corposo, e pesantissimo, annuario con tutte le statistiche relative a quelle 34 edizioni. Ritornato a casa dopo un viaggio massacrante l’ho sfogliato con attenzione: quante belle memorie soprattutto le medaglie italiane, in primis quelle di Sara, ma la gara più bella rimane il salto in alto del 1978 al “fu” Palazzo dello Sport di Milano con Vladimir Yashchenko, soli 19 anni, a 2.35 in una gara epica. Si sa, i concorsi nelle indoor sono sempre stati ad alto livello.

Poi confesso, tanta era la stanchezza fisica, mi sono addormentato ed ho avuto tre sogni particolari. Il primo vedeva il Sottosegretario Giorgetti che convocava, premendo un campanello, Malagò e Mornati ed in maniera garbata diceva loro: “Ho dato ordine a Sport&Salute di emettere due biglietti aerei per voi per andare in Norvegia e cercare di capire cosa stanno facendo i norvegesi, da anni, per avere tanto successo: in primis in sport come Sci (alpino e nordico) e Atletica. Non solo vincono ma i loro atleti sorridono e si divertono”. Poi, concludendo, aggiungeva: “A proposito i biglietti aerei sono in economica, secondo la prassi del nostro Governo”.

Poi lo stesso Sottosegretario chiamava il nuovo direttore di RAI Sport complimentandosi per il cambiamento della squadra fatta per il prossimo Giro d’Italia. Aggiungendo, mi pareva che dicesse: “Alla vigilia delle elezioni regionali è un bene avere uomini nostri ai microfoni. Attento però alla scelta di un ciclista squalificato per doping. Poi per il Tour de France potete tornare alla precedente squadra. E cercate di dare più spazio agli sport olimpici, altrimenti poi danno la colpa a questo Governo se vinciamo meno medaglie a Tokyo 2020”.

Il sonno era diventato pesante ed ecco comparire Urbano Cairo, il potentissimo e rampante proprietario di quasi tutto nell’editoria italiana. Anche lui chiamava qualcuno, in questo caso il direttore della Gazzetta dello Sport. Mi sembrava che dicesse: “Richiama in redazione Fausto Narducci e mandalo in Norvegia e facciamo un’inchiesta su quanto stanno facendo lì per avere così tanto successo nello sport. Sono solo 5 milioni di abitanti, la metà della Lombardia”. Poi aggiungeva: “Incaricherei quel globetrotter di Buongiovanni di spiegarci come mai l’Italia dell’atletica è diventata un Paese di saltatori, mentre nelle corse è da impallidire rispetto alla Spagna che a Glasgow ha messo in campo quattro volte un maggior numero di atleti dei nostri”.

Poi metteva da parte gli appunti che aveva preso sugli Europei Indoor, appunti presi mente sfogliava conti e tirature delle sue dieci riviste, del Corriere della Sera, della Gazzetta stessa, i palinsesti de La7 e la prossima formazione del Torino da dettare a Mazzarri. Era completamente rilassato, ma prima che il direttore andasse via aggiungeva: “Sarà bene dare più spazio agli sport olimpici. Eventualmente sacrifica qualche foto e titolo su di me. Non vorrei che dopo avermi indicato come il mandante dell’azzeramento del CONI, mi accusassero di essere anche la causa di mancate medaglie ai Giochi di Tokyo. E poi mi devo liberare di queste continue critiche alla Gazzetta di questo Barra. Pensa che ho fatto un’indagine mirata sulle copie vendute e ho visto che nei 5 bar a lui più vicini hanno sostituto il nostro giornale con il Corriere dello Sport”.

A quel punto avendo sentito il mio nome mi sono svegliato e sono tornato ai giorni nostri, a conferma che i sogni sono sempre e solo fantasie del subcosciente. Mi sono svegliato un po’ ringalluzzito per aver trovato conferme ad alcune mie idee anche nei sogni. E allora mi sono sentito autorizzato a lanciarmi in un’altra convinzione che pare condivisa da molti, l’ho sentito anche a Glasgow, ma che nessuno ha il coraggio di esprimerla pubblicamente. Mi riferisco al freno agonistico tirato sul nostro giovane velocista sardo-lombardo. Lo so, mi rovinerò l’amicizia di due mostri sacri come Vanni Loriga e Giorgio Cimbrico. Ho già in altra occasione espresso la mia ammirazione per come la famiglia, e soprattutto il padre, ha educato questo ragazzo. Ogni padre vorrebbe avere un figlio così misurato, responsabile e coscienzioso. Non mi sono mai espresso, e non potrò farlo perché non sono in grado, sulla conduzione tecnica di questa promettentissima speranza dell’atletica italiana. Ma non sulla conduzione agonistica dello stesso.

Ne faccio una questione morale. Alla fine di una carriera ad un atleta rimane da appendere sulla parete solo diplomi e medaglie. Record e soldi saranno spariti. E l’occasione di raccogliere diplomi e medaglie per un velocista non sono tante vista la concorrenza internazionale. Non aver fatto nel 2019 Campionati Italiani e Campionati Europei Indoor per me è stato un grave errore. Sono titoli che fortificano lo spirito e costruiscono un corposo CV, che in qualche caso dà punteggio nei concorsi pubblici. Rispetto le controrepliche relative i mondiali di staffetta dei primi di maggio ed all’obbiettivo finale di salire sul podio più alto nei 200 metri a Tokyo. Ma proprio sfogliando il pesante tomo edito dalla EA sugli Europei Indoor ho visto come uno come Valery Borzov abbia vinto 7 medaglie d’oro su 7 partecipazioni e che quella medaglia d’oro non l’abbiano snobbata neanche Linford Christie, né Colin Jackson, con la famosa doppietta di Colin a Parigi Bercy nel 1994 con 6”49 nei piani e 7”41 sugli ostacoli! E molti altri.

Sull’impedimento relativo ai mondiali di staffetta ai primi di maggio non vorrei perderci molto tempo. Ma veramente, durante la stagione, non ci saranno altre occasioni per fare un tempo per qualificarsi per i mondiali? In Coppa Europa, o come si chiama ora, o in un meeting? Il limite è il 6 settembre. È vero che ai Mondiali di staffetta si qualificano 10 squadre e poi solamente 6 per ranking, ma sono a maggio, mese in cui bisognerà forzare perché i nostri siano in forma, essendo a cinque mesi dai Mondiali. E poi quali possono essere le nostre ambizioni nella 4x100 mondiale od olimpica? Di andare in finale, dove comunque bisogna correre intorno ai 38”20. E questo giustifica sacrificare tutta una stagione di uno dei più grandi talenti che si è visto in Italia?

Vogliamo poi dire di quanto l’atletica italiana avrebbe bisogno di una medaglia in velocità, che in questo caso sarebbe stata d’oro? E la RAI sarebbe stata assente se il nostro velocista avesse deciso di partecipare a Glasgow, oltre che ai Campionati Italiani? E i giornali? A Glasgow c’erano solo due giornali rappresentati! Berruti prima di vincere l’oro a Roma si è fatto una dura gavetta negli anni precedenti. Agli Europei del 1958 a Stoccolma, quarto in semifinale dei 100 in 10”8 e non partito nella semifinale dei 200. Non è lì che ha costruito la vittoria olimpica di Roma? E Mennea nel 1978, due anni prima della vittoria di Mosca e nello stesso anno delle tre medaglie di Praga, non aveva vinto i 400 agli Europei Indoor di Milano? E gli show che fa il nostro saltatore in alto, oltre ai risultati dopo quanto gli è successo, non sono un importante spot per lui e per l’atletica? Ma la storia non era maestra di vita? E per voler essere prosaici non merita parlare di un raro sponsor dell’atletica italiana che non vede mai correre nelle gare importanti il suo atleta per il quale ha fatto un riuscito spot che circola da almeno otto mesi?

Sapete quale è la mia conclusione? Spero di essere clamorosamente smentito.

 

 

 

 

 

 

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