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I sentieri di Cimbricus / Dove la luce sembra grazia divina

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Martedì 5 Marzo 2019

 

hillary_and_tenzing 


Un nuovo capitolo, forse tragico, di un romanzo epico che racconta di coraggio e di entusiasmo, di ghiaccio vivo e roccia eterna, dei limiti di una sfida a quei picchi che sembrano la spina dorsale del mondo.

Giorgio Cimbrico

Dispersi lassù: il vento può diventare impetuoso, la tormenta colpire improvvisa, il sole tornare a brillare illuminando pareti di ghiaccio. Daniele Nardi e Tom Ballard, dispersi sulle pendici del Nanga Parbat, la montagna assassina, la montagna del destino, la montagna che Heinrich Harrer non riuscì a scalare prima di essere internato in India e poi fuggire in Tibet dove visse sette anni prima in una Shangri-la, poi, dopo l’invasione cinese, in un inferno. Dispersi come George Mallory e Andrew Irvine detto Sandy, avvistati l’ultima volta, in uno squarciarsi di nuvole, da Noel Odell, compagno della spedizione che doveva portare i britannici sulla più alta vetta del mondo, l’Everest: quei due punti lontani stavano salendo.

Era l’8 giugno 1924 e qualcuno azzardò che si fossero spinti dove nessuno era arrivato, a 8600 metri di altitudine; qualcun altro sostenne che stavano discendendo dopo aver domato il “Dio del Cielo”, la “Madre dell’Universo”. Nessuno li vide più.

Di Irvine, qualche anno dopo, venne rintracciato il bastone da montagna, l’alpenstock; di Mallory, nel 1999, il corpo prodigiosamente conservato dal ghiaccio. L’etichetta della giacca di tweed (l’abbigliamento tecnico non esisteva) testimoniava fosse sua, così come i brandelli della calzamaglia in cachemere. Nelle tasche vennero ritrovati un coltello e gli occhiali per difendersi dal riverbero della neve. Mallory aveva 37 anni, Irvine 22. Il corpo era a quota 8100.

A dar retta a Lytton Strachey, membro influente del circolo di Bloomsbury, Mallory aveva il corpo di una statua di Prassitele e il viso di un Botticelli. Tenente d’artiglieria, aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale e aveva conosciuto l’orrore della Somme. L’amicizia con il poeta e scrittore Robert Graves risale al tempo delle trincee, una ferita mai suturata nell’animo di Graves. Mallory provò a dimenticare abbracciando questo desiderio di ascensione assoluta.

Andò per la prima vola nel 1921 per quella che venne chiamata la Ricognizione: più che scalate, mappatura ed esplorazione dell’ambiente e tornò l’anno dopo per spingersi sino a quota 8225 metri. Nella spedizione, comandata dal Brigadiere Charles Bruce, ferveva il dibattito sull’uso delle bottiglie d’ossigeno. Non era tradire l’alpinismo classico servirsi di quella “stampella”? Con l’ossigeno George Finch arrivò a 8321 metri, un nuovo record.

Nel 1924 persino il nome non nascondeva l’obiettivo: Spedizione Everest. A 37 anni Mallory pensava che sarebbe stata la sua ultima chance. Norton senza usare l’ossigeno toccò un nuovo record, 8570 metri. Pensando ai tempi di scalata e a un primo tentativo abortito, Mallory si convinse di ricorrere ai contenitori. Quel che accadde tra l’8 e il 9 giugno di 95 anni è rimasto un mistero, è diventato una leggenda.

Quasi trent'anni dopo, ad arrivare in cima sarebbe toccato a Edmund Hillary che allevava api a Tuakau, che con suo fratello aveva cominciato ad arrampicare sul Ruapeuh e sull’Oliver, Alpi neozelandesi. Quando lo accettarono in una spedizione britannica, nell’aria volava il timore di poter essere bruciati sul filo di lana: gli svizzeri erano arrivati a 260 metri dal culmine prima di essere respinti dalla tormenta e da quel vento che martella. Con loro, lo sherpa Tenzing Norgay, che sarebbe passato nel gruppo di Hunt e Hillary.

Evans e Bourdillon provarono il 26 maggio 1953 ma un erogatore di ossigeno non funzionava quando la vetta era a 100 metri. Così Hunt, capospedizione, diede via libera a Ed e a Tenzing. «Vento, neve e ultima tenda a 8.500 metri: la mattina del 29 maggio gli stivali erano pezzi di ghiaccio: due ore per scaldarli», raccontava. Un muro di roccia alto 12 metri – il passaggio di Hillary –, ghiaccio lucente, neve solida: alle 11,30 erano in cima ed era una giornata bellissima, con una luce assoluta. Ed fotografò Norgay che non ricambiò: quella macchina gli sembrava una diavoleria. Lassù per quindici minuti, per piantare la bandiera neozelandese e quella, a due triangoli, del Nepal, fissare una piccola croce, lasciar cioccolata come offerta alla dea della montagna, cercare un segno del successo di Mallory: non lo trovarono. «Abbiamo sistemato il bastardo», confessò di aver detto Ed scendendo verso il campo base: i kiwi sanno essere bruschi. Chissà se Norgay capì. La conquista fu un dono per Elisabetta che stava per essere incoronata.

Hillary è andato avanti, sempre in alto: la scalata di altri dieci picchi himalayani (un’occhiata allo habitat dello yeti, non trovato), la Transantartica tra il '56 e il '58 per onorare Amundsen il vincitore e Scott l’invitto, il ritorno in Nepal e la nascita dell’Himalaya Trust per costruire scuole, ospedali, ponti e aiutare l’etnia minacciata degli Sherpa. Quando Tenzing raggiunse gli antenati – era l’86 –, venne il momento della rivelazione: il primo piede a posarsi lassù era stato di Hillary.

Raro trovare chi in vita ha avuto tanti onori: il volto lungo sui 5 dollari neozelandesi, la statua in bronzo sotto il monte Cook, il nome su strade, scuole, edifici pubblici, gli incontri per infondere coraggio agli All Blacks. Nell’85, sul pack del Polo Nord con Neil Armstrong e nel 2007, a 88 anni, ancora al Polo Sud per l’omaggio a chi – Scott e Shackleton – seppe vivere con coraggio la dignità della sconfitta. Poi, un’ultima volta tra quei picchi che sembrano la spina dorsale del mondo: cadde, finì all’ospedale e da lì ammonì chi ha trasformato la montagna in un immondezzaio, in un terreno di conquista di record senza poesia: «Deve esser rispettata, protetta, rimaner pulita».

T. E. Lawrence, detto d’Arabia, amava il deserto per il suo lindore infuocato, Ed quello del ghiaccio vivo, della roccia eterna, della luce che sembra grazia divina.

 

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