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Fatti&Misfatti / Se al potere va una pecora nera

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Lunedì 18 Febbraio 2019

 

sacchetti

 

Da Firenze verso Masnago per il venerdì sacro che dovrebbe darci la qualificazione ad un Mondiale dove manchiamo dal 2006. Mondiale allargato dove vanno in 32, non esserci sarebbe più di un delitto contro il basket per la gioia delle redazioni che questo sport lo vedono solo come una breve.

Oscar Eleni

Dalla casa uruguaiana dell’ex presidente Pepe Mujica per sapere cosa pensa della vittoria di Meo Sacchetti, il suo sosia di Altamura, che a Firenze si è preso la terza Coppa Italia in carriera, ma non con uno squadrone, troppo facile, non con una bella barca pirata come Sassari, no, ha preferito seguire il consiglio di Balzac con la Cremona che a lui sembrava, all’inizio, meno talentuosa di quella già divertente dell’anno scorso, una banda affidata la genio antico di Travis Diener, nata per soffrire e salvarsi in fretta. Niente. È andato oltre seguendo proprio il motto del grande francese: Siete brutti? Rendetevi terribili, nessuno penserà alla vostra bruttezza.

Neppure quelli che vedono immagini sacre fra allenatori di valore medio alto: se hanno il meglio vincono, altrimenti hanno la scusa pronta e non si prenderanno mai una insufficienza come il povero Vitucci che certo in finale ha subito, ma tutti questi maestrini dalla pena viola si sono chiesti dove sta la differenza fra il riccume e la povertà: fate la somma dei punti segnati dai giocatori chiamati dalla panchina. Tre partite in tre giorni sfibrano. Certo, anche Cremona nuotava nell’acido, ma ha gestito meglio il “personale”.

Caro Mujica, presidente che rifiutava lo stipendio, amato dai poveri e quindi osteggiato dai ricchi, come in ogni paese e in ogni momento, ci scusi l’invasione, ma visto che siamo in Sudamerica allunghiamo fino al povero Brasile, alla Rio de Janeiro dove l’AEK di Atene ha vinto la Coppa Intercontinentale che la FIBA ha voluto organizzare anche se a giocarsela non c’era davvero la crema del mondo. Ci siamo andati volentieri perché sulla panchina dei greci ha lavorato bene e vinto alla grande contro il Flamenco il Luca Banchi caduto alle forche milanesi quando guidava Milano e se ne è andato pur avendo vinto uno scudetto contro i sarmati di Crespi nell’ultima Siena da prima fila.

Meglio il Brasile del manicomio di Atene dove Rick Pitino, pur vincendo la coppa di Grecia, si sarà chiesto chi lo aveva convinto ad andare su quel mare dopo la farsa e il ritiro a metà partita dell’Olympiacos di Blatt nella partita dove i presidentoni dei due colossi del basket ellenico hanno fatto capire quando deve essere dura la vita di Bertomeu per mandare avanti l’Eurolega. Mutandine da donna sulla panchina dei ritirati. Nell’inserto rosa dove non hanno spazio i protagonisti, ma le mogli, fra divertenti ammissioni di peccati giovanili di grandi dello spettacolo, la domanda da veglia notturna è stata: chi ha fornito le mutandine al presidente del Pana?

Rio per guardare i container bruciati dei ragazzini della scuola calcio proprio del Flamengo. Uno scandalo, una speculazione. Ma nessuno sembra averci fatto caso. Da noi impazza il caso Icardi. Urla, strepiti, pianti, bugie, grandi e piccole. Questione di soldi, altro che maglie da baciare. Naturalmente divisioni in bande: con e contro Spalletti ricordando che anche con Totti aveva avuto problemi. Cosa c’entra? Niente. Ma se vai in trasmissione mascherato da giullare qualcosa devi pur dire. Adesso nascerà la commissione che oltre a giudicare l’italianità del cantante del Gratosoglio, uno nato davvero fra poveri e orgoglioso di starci anche dopo il successo, farà un processo al giovane talento Chiesa perché si pensa che certe cadute ingannino gli arbitri.

Certo andate avanti così e per fortuna l’atletica dei poveracci trova, ogni tanto, un talento, adesso è il caso del pesista Leonardo Fabbri, aviere toscano che spara oltre i 20 metri, per avere lo spazio negato ai vincitori dei titoli italiani indoor nel palazzo (?) di Ancona, unica concessione statale fra cattedrali del deserto, in una edizione degli assoluti al coperto che ci ha fatto venire il magone, anche se lo spettacolo vero, dicono, ma la RAI non era collegata, lo aveva fatto Tamberi nella gara di salto in alto organizzata il giorno prima.

Ci viene in mente quanto scritto da Colasante sull’era Nebiolo, sull’altra vita di uno sport che dovrebbe essere base per tutti, insieme al nuoto. Nostalgia? Anche e non perché siamo tornati in pizzeria.

Torniamo a Firenze e ai fuochi fatui, alle penombre, a quelle presentazioni che assomigliavano alle giacche di troppi gioppini sul carro di una Lega che pretende autonomia dalla Federazione, quindi anche gli arbitri, per fare come il Lupo con Cappuccetto Rosso. Petrucci non vede l’ora che vadano a cercarseli da soli i morosi del sistema, ma non sarà certo una Lega da mutuo soccorso se il distacco economico è così grande fra la prima e la seconda, fra la terza e quelle del gruppo. Comunque dategliela questa autonomia e vedrete che finalmente il torneo per nuove generazioni diventerà una junior league, fiesta mobile anticipata fra Pistoia e Firenze dalle squadre under 18 della serie A, dove ha vinto Trento, alleluia, su Reggio Emilia, una scuola che non tradisce mai e che non andrebbe mai tradita, nella speranza che la semifinalista Pesaro ci annunci un futuro diverso per la squadra maggiore che da troppo tempo vive con il poco che raccoglie da quando Scavolini pedala lontano.

Via dagli orpelli di Firenze, senza ricordare la differenza abissale con le finali di pallavolo, con gli undicimila fissi di Madrid per la vittoria del Barcellona sul Real, del pienone per il trionfo turco del Fenerbahçe dove Gigi Datome è stato eletto miglior giocatore, nel giorno del gatto. Tutti felici al Pala Mandela. Meglio così. Certo se ve lo dite fra di voi.

Da Firenze verso Masnago senza avvicinarsi troppo al presidente Petrucci in fibrillazione per il venerdì sacro che dovrebbe darci la qualificazione ad un mondiale dove manchiamo dal 2006. Mondiale allargato dove vanno in 32, non esserci sarebbe più di un delitto contro il basket per la gioia delle redazioni che questo sport lo vedono solo come una breve. Cattedrale storica, fra i cimeli della grande Varese dove Meo Sacchetti è giustamente tanto amato e la giunta infatti gli darà la cittadinanza onoraria, riconoscimento per chi ha conosciuto il mondo anche quando non era proprio un paradiso. Ci arriva il Meo con la terza coppa Italia. Si porta dietro le lacrime di Azzurra Fremebonda:

ABASS – viene da una stagione di infelicità
ARADORI – a sentirlo decantare ci viene il dubbio che pure lui ci creda quando vede gli avversari che lo ignorano attaccandolo.
BILIGHA – triste e solitario sulla panca veneziana.
FILLOY – bravo, generoso, superspremuto nella crisi di Avellino.
FLACCADORI – più ombre che luci e progressi.
ALE GENTILE – sembra che non abbia incantato in coppa del re contro il Real.
MORASCHINI – ci è piaciuto tanto fino alla finale, è una bella novità.
PASCOLO – ha perso il tocco naif, non sembra più lui.
RICCI – ha carattere, ma non dimentichiamoci da dove è partito.
B. SACCHETTI – il suo naufragar non deve essere dolce in questa Brescia da quattro in pagella.
TONUT – sta crescendo, ma non vorremmo che lo facesse ascoltando troppo le sirene che credono di farti un piacere raccontandoti bugie.
L.VITALI – non sta benissimo e si vede, lo vede soprattutto Brescia.
M. VITALI – sembra che ad Andorra abbia trovato quello che forse gli avrebbe dato anche Brescia.

Come vedete una Nazionale fragile e Fremebonda che non ci lascia tranquilli anche se “rinforzata” dai tre di Milano (più Brooks di Cianciarini e Della Valle), attesi a Varese il giorno dopo la partita chiave di Eurolega con il Maccabi al Forum, quindi con tutti i problemi del caso, ma chi venera lontano da Sacchetti dirà che è colpa sua se andranno male e poi se ci fa paura l’Ungheria allora stiamo freschi.

Pagelle fiorentine …

… da Arcetri guardando il fiume del nostro basket con pochissimo argento, del resto come l’Arno:

10 A SACCHETTI non tanto per la vittoria, non è la prima non sarà l’ultima, ma per quel bacio ad Aldo VANOLI il presidente con cui si è accordato soltanto stringendosi la mano. Una volta era davvero così e non diteci che comunque il Meo era protetto dal suo procuratore.

9 Ai TRE ARBITRI della finale, Sahin-Rossi-Biggi, non perché abbiano sempre fischiato il giusto, non succederò mai in nessun sport di contatto, ma per il modo in cui hanno parlato e spiegato ai giocatori.

8 Al CRAWFORD scelto come miglior giocatore per aver detto senza ipocrisie che il titolo è della squadra, del colonnello Diener, ma, soprattutto, perché da figlio di un grande arbitro NBA non ha esagerato quando il quarto fallo poteva metterlo in crisi.

7 Al VACIRCA che è tornato davvero a fare una bella coppia con Sacchetti lavorando dietro le quinte a Cremona. La sua scelta degli stranieri ci sembra fatta seguendo prima gli uomini delle statistiche anche se su Stojanovic servirà una passata di minio.

6 A VITUCCI, allenatore, e MARINO, presidente della più bella Brindisi degli ultimi anni, per la finale, per il torneo giocato, per tutto quello che stanno facendo nella speranza che anche la Giunta capisca che una squadra del genere e anche la memoria di Pentassuglia meritano un vero palazzo dello sport.

5 Alla VIRTUS Bologna perché non ha saputo assorbire i complimenti esagerati per la vittoria su Milano, per non aver pensato che la sua natura, purtroppo, è quella degli ultimi secondi contro l’Armani. Resta l’impresa, resta il bel lavoro di Sacripanti e dei suoi assistenti, ma anche l’odore di bruciato per certe facce.

4 Ai PANCHINARI che vanno in campo col muso e poi non danno niente. Siamo ancora fermi al privilegio del quintetto base in un basket dove, lo capiremo nelle volate scudetto, la differenza non la fanno i generali, ma le truppe di riserva.

3 A Jordan THEODORE, ripudiato Armani, se pensa di far pentire chi gli ha preferito altri palleggiatori da sfinimento dopo aver vinto il titolo di MVP all’intercontinentale per club con l’AEK sul campo di Rio.

2 A VENEZIA che sembra proprio una squadra di slegati: vanno sotto di 20 e rimontano, vanno sopra di 20 e perdono. Testa altrove e merletti. Brutta miscela.

1 A PIANIGIANI che per spiegare i due flop Armani a Firenze, l’anno scorso con la Cantù impoverita, quest’anno con la Virtus, parla di tensione per la troppa ansia di vittoria. Come mai a Siena non gli capitava?

0 Agli arbitri MARTOLINI e MAZZONI se non ci spigheranno cosa avevano da discutere dopo aver rivisto dieci volte il tiro di Brooks alla fine di Milano-Bologna. Siamo curiosi? Si, meglio far sapere da dove nasceva il dubbio così come tutti gli altri che hanno tenuto troppo a lungo i direttori di gara davanti al monitor.

 

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