- reset +

Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

Direttore: Gianfranco Colasante  -  @ Scrivi al direttore -  - 
Gianfranco Colasante
BRUNO ZAULI
“Il più colto uomo di sport”

GARAGE GROUP SRL - ROMA
ISBN 978-88-90-91661-8
Pag. 500  -  Euro: 20,00




Gianfranco Colasante
MITI E STORIE DEL GIORNALISMO SPORTIVO
La stampa sportiva italiana
dall’ Ottocento al Fascismo
(le oltre 400 testate dimenticate)

GARAGE GROUP SRL - ROMA
ISBN 978-88-909166-0-1
Pag. 352  -  Euro: 20,00




Per acquisti ed informazioni:
info@sportolimpico.it
info@garagegroup.it
Fax : 06.233208416
(Spedizione gratuita)

I sentieri di Cimbricus / Se anche la Ferrari fa 90

PDFPrintE-mail

Domenica 17 Febbraio 2019

 

ferrari-19 


"L’Italia si ferma e freme quando viene presentata la nuova Ferrari rossa, carminio o aragosta in quel che un bravo scrittore inglese morto in giovane età, Edward Romilly, chiamava un trionfo delle sensazioni a buon mercato".

Giorgio Cimbrico


La Ferrari e quelli della Ferrari sono molto rispettabili, molto formali, un po’ gesuiti (cfr. il discorso del nuovo Team Principal, dove compaiono l’integrità, il coraggio, la competizione e, ovviamente, l’eccellenza) e, di pari passo, sanno come irreggimentare la passione più popolare e sudaticcia. A questo punto cito un vecchio e stimatissimo collega, Luciano Ravagnani, che ha seguito molti sport veri (rugby in primis, ciclismo, atletica, canottaggio) e che un giorno mi ha detto. “Mai capito come si possa fare il tifo per una macchina”. Forse siamo solo dei maledetti snob, invidiosi di Evelyn Waugh, di Somerset Maugham, di magnifici e oziosi fine settimana in campagna, a chiacchierare di cose maledettamente irrilevanti aspettando che arrivi l’aperitivo. Un gin rosa, un Pimm’s con fetta di cetriolo. Birra non contemplata. Volgare.

Nella mia lunga vita alcune volte ho provato a guardare un Gran Premio e, per chiamare in causa un assiduo collaboratore di questo giornale on line, Luciano Barra, “me so’ sempre dato i pizzichi pe’ sta’ svejo”. Mai capito cosa ci sia di divertente, di eccitante. Atletica e rugby a parte (fanno parte del mio cuore, della mia mente, della mia passione), mi eccitano il biathlon – ogni svolta è possibile –, il sollevamento pesi (sbagli una prova e sei già nel brago, per non dire peggio) e il calcio ben giocato, ma di solito chi gioca bene perde, e deve essere una delle ragioni che lo rende così popolare, nel senso di popolo tifoso di grana grossa.

Con la Ferrari ho avuto a che fare poco e niente. Ricordo che nella primavera del ’96 provavano nuove gomme guadagnando subito largo spazio. Alzai allora un dito e chiesi se era possibile scrivere un pezzo su Alessandro Lambruschini che, inventai lì per lì, stava provando nuove scarpe in vista dei Giochi di Atlanta. I capi mi guardarono come fossi il protagonista di quella bella pièce di Alan Bennett, “La Pazzia di re Giorgio”. Torto non avevo: ad Atlanta Lambruschini riuscì a infilarsi tra gli Orazi kenyani e andò sul podio; la Ferrari si arrese a Damon Hill e alla Williams.

Memore di quanto era accaduto, ne scrissi sulla mia rubrica mensile sulla defunta Atletica Leggera della famiglia Merlo e di lì a poco venni chiamato in direzione: il solerte ufficio stampa della Ferrari aveva inviato copia della mia rubrica (che scrivevo gratuitamente) sul mio posto di lavoro. Non venni rimproverato né ammonito. Il vicedirettore era un amico e amava lo sport vero.

Otto anni dopo, nella mia prima e unica escursione a Maranello, mi presi un’umana soddisfazione. Luca Cordero di Montezemolo aveva invitato i medaglisti di Atene 2004 a visitare il luogo dove la Ferrari veniva concepita e costruita. Venni inviato: era una giornata gelida e gli eccellenti tortellini in brodo costituirono una parentesi piacevole.

Al caffè un gentile componente dell’ufficio stampa disse a me e al quel buonanima di Marco Ansaldo: “Se vi sbrigate, vi faccio visitare l’Officina (maiuscolo) prima che arrivi la folla degli atleti”. A una voce rispondemmo che a noi dell’officina (minuscolo) non ce ne fregava niente e che se voleva esser cortese, doveva solo trovarci un posto con una presa perché noi scrivessimo la nostra corrispondenza. Ci guardò come fossimo appena sbarcati da Aldebaran VI o avessimo le sembianze di montanari della Papuasia, con osso al naso e piume ai lobi. L’Officina è il sancta santorum, è il miraggio della folla di plaudenti che si danno appuntamento a Monza e sventolano vessilli.

In quel momento io e quel caro amico che non c’è più siamo diventati i protagonisti di una meravigliosa barzelletta, quella del ragionier Pautasso che dopo esser stato premiato come veterano FIAT dall’Avvocato, incrocia Ganni Agnelli nel bagno del ristorante dove è andato festeggiare. “Sono il ragionier Pautasso, solo una piccola rotella, Avvocato, ma vorrei chiederle un favore”. “Dica, caro Pautasso”. “Quando torniamo ai nostri tavoli, lei dovrebbe essere così gentile da dirmi: caro Pautasso, eccola di nuovo: è la seconda volta che ci incontriamo oggi”. “È una cosa da nulla, caro Pautasso”. L’Avvocato esegue e Pautasso: “Avvocato, quante volte le devo dire di non rompere i coglioni quando pranzo con la mia famiglia”. I francesi la chiamano revanche.

Per chiudere, a livello statistico posso far notare che se il rugby azzurro nel Sei Nazioni perde da 19 partite che, a occhio, presto potranno diventare 21, la Ferrari non vince il titolo da undici anni.


(Disegno tratto dal sito web di Automoto)

 

Cerca