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I sentieri di Cimbricus / Una medaglia dalle facce diverse

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Mercoledì 13 Febbraio 2019

 

france-v-england

 

Nulla di nuovo sotto il sole. Anche una partita di rugby può somigliare ad un massacro, come l'ultima giocata tra mangiarane francesi e pavoni bianchi inglesi. E, senza rispetto alcuno per la Storia, può servire anche ad evocare la piana di Waterloo.

 

Giorgio Cimbrico

Come è bello veder scritte e stampate parole chiare, senza giri attorno, senza slalom, senza acrobazie, senza ricorsi a una di quelle forme (anche se …) che stanno imperando e che sono un buon sentiero per giustificare, rettificare, non giungere mai a un verdetto che alla fine non è una condanna, ma solo un’opinione. Tranquilli, non sto per mettermi a parlare di migranti, di spread, di gilet gialli, di Europa alma mater o matrigna, di Protocolli dei Savi di Sion, di Tav. Parlo di rugby, ma non di rugby italiano, che continua saldamente a impugnare un filo d’Arianna che non porta fuori dal labirinto, ma di quello degli altri, il rugby della tradizione profonda, delle rivalità importate dai campi di battaglia, dei pavoni bianchi e dei mangiarane che da un secolo abbondante ripropongono ogni anno Waterloo.

Domenica, a Twickenham, i francesi sono andati incontro al peggior disastro (44-8) della loro storia di rapporti con quelli che abitano al di là del Canale (bypassato con una galleria sottomarina) e qualcuno ha sentito un lamento levarsi dal sarcofago in porfido rosso degli Invalides. Per trovare una rotta simile, ma non così pesante, necessario tornare al Championship del ’14, l’ultimo prima della Grande Guerra: pavoni e ranocchi stavano per andare a farsi massacrare nelle trincee e tra quelli che non tornarono c’erano molti giocatori. Molti, ahimé, volontari.

I francesi sospettavano che le cose sarebbero andate male. Titolo dell’Equipe di domenica mattina: “Rischiamo moltissimo”. E nel sottotitolo: “Una squadra di dilettanti contro una squadra di professionisti”. Ultimata la mattanza, l’iscrizione sulla pietra tombale è stata concisa (“Un altro mondo”), così come è bene che sia, lo diceva anche il visconte di Chautebriand: Trasmette un senso di vuoto, di rassegnazione, di lontananza dalle glorie di un tempo.

Ma il meglio - o il peggio - è arrivato dagli inglesi che non hanno tanto lodato la vittoria dei loro quanto ferocemente attaccato avversari troppo morbidi. In sintesi, hanno detto giornalisti cui è permesso ancor oggi scrivere pezzi fluviali: c’era una rivalità antica, feroce, e l’avete ridotta a un calvario presentadovi senza colonna vertebrale, immaginando una partita che non è stata giocata, senza riuscire e cambiar qualcosa in corsa.

Non è una critica, non è un’accusa, è un grido di dolore, è il segno di una privazione. Se Waterloo fosse stata combattuta così, non sarebbe passata alla storia: carica degli Scot Greys, avanzata della fanteria inglese, hannoveriana e scozzese al ritmo top-row top-row dei tamburini e al suono lamentoso delle cornamuse e tutto risolto in un paio d’ore. Con L’imperatore in fuga e con i suoi impennacchiati marescialli attoniti. E invece, le mischie feroci attorno alla casa colonica di Hoguemont, il fuoco battente della Grande Batteria, la folle carica di Ney, l’avanzata della Guardia, i quadrati che resistono, Wellington che, in groppa a Copenhagen, passa tra le fila incitando gli uomini che avevano ricevuto il loro gavettino di gin (“combattono solo così, quei bastardi”), Napoleone che alla fine del primo, lungo tempo pensa di aver vinto e manda dispacci a Parigi, sino al rovesciamento finale. Una lunga, ispida, sanguinosa faccenda risolta per di più da chi con l’eterna rivalità tra francesi e inglesi non c’entrava niente: Blucher, un vecchio prussiano.

E così la lezione è: se ogni volta che ci troviamo faccia a faccia deve essere una Waterloo (che, come una medaglia dalle facce molto diverse, è sinonimo di trionfo e di catastrofe), sia come è stato quel giorno. Quando è troppo facile, non è divertente.

 

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