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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / In quei tempi memorabili ...

Sabato 9 Febbraio 2019

 

1912 marcia 2 

 

Mentre si prepara l'addio alla 50, ... un pensiero a quando non c'era mai noia. Ma ora tutti dicono: cosa vuoi, i tempi cambiano, i gusti cambiano. Sono diventato vecchio a sentire queste parole che non ho mai capito se siano rassegnate o complici. 


Giorgio Cimbrico

Oltre ad essere l’anticamera del vuoto, la noia è un’invenzione dei potenti. L’hanno proposta e prodotta per vendere meglio quello che hanno comprato. Per frenare la noia di chi guarda lo sport (ma se si annoiano perché non curano la loro collezione di farfalle, di francobolli, di pastorelle della manifattura di Meissen?), hanno inventato il tie break, la fine del cambio palla, il twenty nel cricket, lo sci di fondo sul chilometro e mezzo (una contraddizione in termini: mi fa venire in mente Metastasio: “sudate o fochi a preparar metalli …”), e ora con la piena complicità di autorità sportive sempre più morbide e arrendevoli hanno decretato che la 50 km di marcia è un relitto del passato, un anacronismo, un ingombro di quattro ore su palinsesti che vivaddio devono essere più agili di Peter Pan che vola tra il sartiame di Uncino: si salverà quella di Tokyo, a 56 anni dalla vittoria di Abdon Pamich, venuta dopo una liberazione intestinale diventata epos. Dopo, addio.

Che fosse una commedia umana a chi ha le briglie in mano e le tiene saldamente, non importa niente. La lunghezza una volta era un caposaldo per la memoria: l’eterno set tra Gonzalez e Pasarell (ampiamente battuto da Isner e Mahut in tempi più recenti e subito bollato come un’assurdità), certe 50 km a passo alternato su neve ridotta a fanghiglia, Italia-Germania 4-3 che fu una brutta partita e divenne splendida in quello che i messicani chiamavano tiempo extra, i quindici interminabili e feroci round tra Brumble e Boom Boom Mancini, le sei miglia abbondanti inframmezzate da siepi micidiali del Grand National, le discese libere che sforavano i due minuti e mezzo, le maratone che sembravano avventure nell’ignoto.

E ora tutti dicono: cosa vuoi, i tempi cambiano, i gusti cambiano. Sono diventato vecchio a sentire queste parole che non ho mai capito se siano rassegnate o complici. Non mi sono mai annoiato, ho sempre guardato con interesse, con partecipazione, a volte con commozione, dal vero e in tv. Al massimo, ho provato fremiti e scosse mentre vedevo lo scorrere delle lancette: il pezzo doveva essere bene o male scritto e per certo inviato.

Tagliare i tempi – per inzeppare di pubblicità – e predicare una farisea esattezza: questi sono i due postulati dello sport messo e battuto all’asta. Passi da gigante sono stati fatti dal tempo della moviola di Pizzul-Vitaletti: la Var nel calcio, il Tmo nel rugby, la ricostruzione dell’assalto nella scherma, l’Occhio di Falco nel tennis, ora la diavoleria che consentirà di valutare la sospensione nella marcia. Ai vecchi tempi, dicevamo: “Ehi, quello corre”. E ci si rassegnava a quel che sarebbe accaduto.

L’esattezza ci avrebbe fregato, mutilato, impedito di scrivere sulla bordata di Geoff Hurst (dopo aver scosso la traversa, era dentro o sulla linea?), sul gol di mano di quel gran figlio di mignotta di Diego Armando, sulla meta piĂą bella della storia, quella  di Gareth Edwards contro gli All Blacks (almeno uno, in quella ragnatela di passaggi, era avanti), su certe stoccate che crearono baruffe memorabili o gioie isteriche, su arrivi serrati che resero necessari approfonditi e contestati esami.

Non c’era mai noia, in quei tempi memorabili, quando non sapevamo che potesse esistere un aggettivo: virale. Per fortuna – per scelta – ne sono fuori. Navigo sulla mia nave di Teseo e fra poco è il mio turno ai remi. Braccia e spalle ancora reggono.

 

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