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I sentieri di Cimbricus / Moderato elogio della genuinita'

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Giovedì 7 Febbraio 2019

 

birre

 

Una modesta presa di posizione nei confronti di quei campioni trasformati in personaggi a gradi zero (di alcol), senza macchie (di nicotina) e misurati divoratori di cibo inodore e insapore.

 

Giorgio Cimbrico

Grazie a Kurt Vonnegut, autore di “La colazione dei campioni”, oltre a un capolavoro come “Mattatoio 5”. La “colazione” è un eccellente spunto per parlare dell’alimentazione e delle abitudini di quelli che fanno sport ad alto livello, giusto nei giorni in cui i vegani stanno alzando la testa, promettono biglietti gratis per i concerti di non so chi e non mi frega niente di saperlo, e chiedono al Papa di trasformare la Quaresima in una parentesi vegana. Nel ricordo di vecchi asado, spero che Francesco respinga l’offerta o la ignori.

Che qualcosa stesse cambiando l’ho capito già un po’ di anni fa: invitati a pranzo, in un hotel di Canberra, dall’allora CT della Nazionale di rugby John Kirwan, io e i miei colleghi ci accorgemmo che sui tavoli non aveva cittadinanza neanche una bottiglia di acqua gasata. Ma il rugby non era lo sport della birra che scorreva e schiumava?

Oggi ci troviamo calati in situazioni sempre più proibizioniste: Eddie Jones, il CT dell’Inghilterra, ha dichiarato di recente che la presenza della squadra al “terzo tempo” sarà sempre più rapida e simbolica: molto meglio tornare in albergo per mangiare e bere quel che è consentito, senza cadere in tentazione di tartine (junk food, cibo spazzatura) e, Dio ne guardi, alcol.

Ricordo che mi è capitato di andare a bere una Caipirinha – e magari anche due – con Claudio Banco, formidabile e simpatico terzino sinistro della Seleçao e del Genoa, e ricordo anche una bella intervista di Emanuela Audisio al dottor Socrates, ritmata da birre e birrette.

Non vuol essere, questa, una “laudatio” di coloro che nella bottiglia hanno trovato il diavolo (George Best, naturalmente, ma anche Volodja Yashchenko, Paul Gascoigne e Matti Nykanen, che ci ha lasciato pochi giorni fa), ma semplicemente una modesta presa di posizione nei confronti di chi ha trasformato i campioni in personaggi senza macchia – di nicotina –, a gradi zero e in moderati e misurati divoratori di cibo inodore e insapore. Come diceva Bristow, il magnifico protagonista di una striscia molto amata negli anni Settanta, “mi sarei nutrito di più mordendomi le labbra”.

E così vengono in mente vecchie storie che trascinano proustianamente alla nostalgia per il tempo perduto e non più rintracciabile. Una delle più memorabili è quella di Joseph Guillemot, il piccolo francese che fumava un pacchetto di Gauloises al giorno e sconfisse Nurmi nei 5000 di Anversa. Certo, il suo allenatore lo aveva dopato per bene: “Bevi questo e sarai imbattibile”. Il beverone era un cocktail di acqua, zucchero e rum. Tre giorni dopo, Joseph ebbe la chance di fare doppietta sui 10.000 ma il re del Belgio fece anticipare la gara di tre ore per andare all’inaugurazione di una mostra. Guillemot era reduce da un pranzo dove si era mangiato, bevuto e fumato e come avrebbe detto Paolino Rosi si presentò allo stadio leggermente appesantito riuscendo comunque a dar filo di torcere a Paavo: medaglia d’argento a poco più di un secondo dal finlandese dal volto di pietra. D’altra parte, erano i tempi in cui al Tour, per le interminabili tappe sui Pirenei dalle strade infernali, si partiva con una bisaccia piena di pane, formaggio e salame e qualcuno non poteva rinunciare a una bottiglia di rosso.

Oggi, tra fette biscottate, miele naturale, latte senza lattosio, riso in bianco, petti di pollo leggermente scottati, verdure bollite, insalate, acqua naturale, si attende solo che l’offensiva dei vegani faccia breccia e che i campioni si alimentino, come diceva un vecchio chef, con il cibo degli osei, il miglio. Quello in semi, non quello di Bannister.

 

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