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I sentieri di Cimbricus / Vent'anni e Nebiolo e' ancora Primo

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Mercoledì 30 Gennaio 2019


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Lecito celebrare i vent'anni dalla scomparsa di Primo Nebiolo, l'uomo che convinceva i potenti a seguirlo mentre inventava il futuro? Certamente. Lo consentono i traguardi raggiunti e le frontiere superate, ma soprattutto lo impone il necessario confronto con le pochezze del presente.

Giorgio Cimbrico
 
L’altro giorno, perso nelle scatole cinesi, finito nel ventre generoso delle matrioske, abbagliato dal gioco delle perle di vetro, finito nel caleidoscopio dei dieci anni dei tuoni di Bolt, dei quaranta dal rombo messicano, sul far del mezzogiorno, di Mennea, degli ottanta prossimi venturi di Berruti, ho dimenticato i venti dell’addio alla vita di Primo Nebiolo. Cadrà il 7 novembre ma è permesso anticipare. Nebiolo era un cocktail di arditezze improvvise, di prudenze, di paure, di scaramanzie, di arroganze, di potere esercitato con sfrontatezza, di passione per una faccenda che non smise di amare: l’atletica.
 



E quando la sua morte  Ă¨ ormai lontana - una morte in piedi, imboccata salendo con le proprie gambe sull’ambulanza da cui uscì senza vita - è agevole riesumare una successione di fotogrammi, un cumulo di momenti di una vita percorsa tumultuosamente anche quando le forze erano sempre piĂą fioche, sino a un autunno del patriarca chiaro e crudele, a Siviglia, Mondiali ’99, i suoi ultimi, quando volle riunire ancora una volta la sua corte, gli amici, i critici dentro l’architettura falso-moresca dell’Alfonso XIII per celebrare quel che aveva costruito in 18 anni di regno e il passo era strascicato e la parola, per la prima volta, incerta. E la domanda era: perchĂ© non si ferma? Ma lui non poteva fermarsi. Aveva sempre una carta d’imbarco – in top class, naturalmente – per ogni destinazione dove atletica-spettacolo-denaro-potere-successo-audience erano una parola sola, senza trattini.

Primo, nato un 14 luglio – e poi dicono che le stelle sotto cui si nasce non hanno importanza … -, percorre una parabola, quella di una presa di potere a suo modo rivoluzionaria, di una conservazione, di un basso impero. Amava ricordare di aver trovato la federazione internazionale di atletica in due piccole stanze londinesi, in una traversa che dava sulle vetrine laterali di Harrods, e andava fiero di averla portata in rue Princesse Florestine, Montecarlo; di aver reso globale, economicamente molto fiorente un mondo che, sino al 1981, andava avanti con vecchie regole, vecchio stile e conti in banca ridicoli. Lui inventava: le Coppa del Mondo, i Mondiali. Faceva fruttare quelle sue invenzioni vendendo “pacchetti” alle grandi televisioni. Era un impresario: ai primi d’agosto dell’80 propose a Roma le rivincite - e le sfide non viste - dei Giochi boicottati di Mosca e portò 65.000 spettatori all’Olimpico. Oggi, impensabile.

Varò una riforma all’apparenza democratica: ai vecchi tempi la IAAF era un’assemblea patrizia, con i paesi fondatori dotati di quattro voti, i medi di due, gli altri di uno. Avversato dagli anglosassoni che lo attaccarono senza quartiere, amico del terzo mondo e dell’area socialista , cambiò le regole del gioco: un paese, un voto. E tutto venne sintetizzato in un breve colloquio diventato trattato di filosofia politica. “Invitiamo anche Malta? E’ piccola; invituma anche Malta, l’è cita”, esprimeva i suoi dubbi il fido scudiero Angelo Cremascoli. “Matto, è piccola ma ha un voto come la Russia, fol, l’è cta ma al gha un vot parei la Russia”. In piemontese ha fa un altro effetto. E così aprì le porte a tutti, proprio a tutti, anche a Guam, alle isole Turks e Caicos, a Vanuatu. “Ho piĂą paesi io che l’ONU”, si vantava. E certe manifestazioni sembravano trionfi di Cesare: il tipo grosso e seminudo con lo scacciamosche che veniva da Papua e Nuova Guinea, lo scalzo di Mauritius che correva i 60 e aveva un nome da schiavo, Thierry Brioche, i giovani e spauriti afghani.    

In un’atletica straziata dal doping, si seccava se qualcuno gli faceva domande imbarazzanti. “Sono il presidente della IAAF, non il presidente della pipì”, rispose a un giornalista inglese che lo tempestava sulle positività, sui dubbi, sui sospetti, sul paese d’ombre. Era percettivo: nei primi anni Ottanta provò a varare un meeting che srotolasse le gare accanto a un concerto Live Aid di Bob Geldof. Non gli riuscì ma riuscì a portare l’atletica su frontiere problematiche: a Belfast, a Soweto, dove Heike Drechsler e Irina Privalova piansero caricandosi addosso quei bambini neri, stupiti e eccitati: sino a quel momento le donne bianche e bionde li avevano tenuti alla larga. Andò in Cina quando era un pianeta proibito e provò, al fianco di Juan Antonio Samaranch, a salvare l’Olimpiade di Mosca. “Al Cremlino furono gentilissimi ma in sostanza ci mandarono a fare in culo”, fu la sua sintesi, brutale ma realistica. Sognava una maratona attraverso il 38° parallelo e un’altra a cavallo tra Gaza e Israele.

Amava gli atleti, ne andava orgoglioso. “Il calcio ha un solo Ronaldo, io ne ho almeno uno in ogni specialità”. Una carezza in un pugno: se il CIO non l’avesse trattato con la dovuta considerazione, lui era pronto a negarli ai Giochi, tutti quei Ronaldi, provocando una mutilazione senza anestesia. Amava se stesso, era vanitoso e faceva collezione di onorificenze, di lauree honoris causa. A Stoccarda gliela negarono perché l’avevano concessa a Hegel e a pochi altri e lui divenne verdastro. In ogni caso, ne incasellò 26 e l’altisonanza di certi titoli cinesi e giapponesi riportano ad avventure di Corto Maltese o all’Ultimo Imperatore. E proprio come un imperatore voleva esser trattato: limousine, motociclisti di scorta, suite gigantesche, con pianoforte a coda (a Atlanta era bianco) o statue similgreche, con alloggio annesso per i famigli. Negava di esser nato a Scurzolengo d’Asti asserendo di aver visto la luce nella più aristocratica Torino e nella sua biografia fece comparire, nella versione inglese, che durante la guerra era stato president of the partisans. Gradiva passare da poliglotta ma un paio di volte i suoi discorsi di inaugurazione in finnico e giapponese scatenarono alte risate. Credeva di essere immortale e aveva terrore dei medici.

Di fronte a questo accumulo di difetti e a uno scandalo - quello legato al salto truccato di Giovanni Evangelisti che lo costrinse a lasciare una federazione italiana che aveva rifondato e plasmato, spedendola tra le potenze - uno è autorizzato a domandare: è il caso di celebrarlo? La risposta è che Primo era un Citizen Kane, quello che muore dicendo Rosabella e nessuno sa cosa vuol dire e solo all’ultimo fotogramma si scopre che era la slitta che lo spietato magnate aveva cavalcato da bambino. Primo è morto a 76 anni, vecchio lunghista che non aveva mai superato i 7 metri e che guardava con stupore e invidia chi ne saltava quasi 9.

 

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