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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Ricorsi e incroci dell'anno

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Domenica 27 Gennaio 2019

 

stanfield 2 


“Devo riconoscere che può esser giustificata o accettata l’idea di un’influenza, da legare a presenze, fisiche più che spirituali, che porterebbero su un terreno impervio e fantasmatico”.

Giorgio Cimbrico

Il gioco delle scatole cinesi, delle matrioske, il gioco delle perle di vetro, per concedere un rapido ingresso in scena di Herman Hesse, che avendoci dato Siddhartha merita eterno ringraziamento: contenitori che ne contengono altri, fili della memoria che, un giro dopo l’altro, legano ricordi incomparabili, strabilianti. Il 2019 segna il decimo anniversario del Bolt berlinese, tuono, fulmine e saetta, poco più di 4” e poco più di 9” in seconde parti che chi ha visto, ha avvertito come scosse che sente ancora addosso. Segna anche il quarantesimo del 19”72 messicano di Pietro Mennea e l’ottantesimo compleanno di Livio Berruti che cadrà il 19 maggio, nella “casa” del Toro, segno di terra. E infatti è sulla terra, nel senso di tennisolite, che Livio fece l’impresa. Pardon, l’Impresa.

A questo punto, può esser aperto un dibattito: quale è il contenitore più grande che racchiude gli altri? È Bolt che sintetizza e rende definitiva, inarrivabile, l’idea del “citius”? O, con un secco rovesciamento temporale, è Livio a trasformarsi nella matrioska più capiente? Non è facile, scartabellando nella memoria e negli archivi, scovare chi – in un’ora e mezza o poco più – mise al tappeto tre primatisti del mondo. E Pietro il Grande, con quella sua sete, con quella sua ferocia, con quel suo inseguimento spasmodico, con quella sua affermazione di una “negritude” interiore, non può rappresentare un formidabile unicum?    

Lontano dall’aver approfondito l’astrologia, la negromanzia o altre scienze più o meno occulte, devo riconoscere che può esser giustificata o accettata l’idea di un’influenza, da legare a presenze, fisiche più che spirituali che porterebbero su un terreno impervio e fantasmatico.

E così è bene annotare che Berruti avesse due mesi di vita quando Rudolf Harbig demolì il record del mondo degli 800 all’Arena di Milano e ne avesse meno di tre quando ancora Harbig, a Francoforte sul Meno, si impadronì anche di quello dei 400, diventando il terzo e ultimo della storia, dopo Ted Meredith e Ben Eastman, a stabilire il proprio regno sul quarto e sul mezzo miglio.

Bolt, classe ’86, era un pargolo che, simile ad Ercole (la testimonianza è del padre Wellesley), a pochi mesi già si reggeva in piedi e che visse, senza averne cognizione, uno straziante momento della storia della velocità: la cancellazione del 9”79 olimpico e del 9”83 mondiale di Ben Johnson avevano portato sul trono chi un record del mondo non aveva mai pervicacemente inseguito: Carl Lewis. Esaminando quel periodo di tumulto e quel che è venuto dopo (a cominciare dalla positività e dalla lunga squalifica di Justin Gatlin), Usain sembra incarnare la figura del pacificatore, di colui che chiude un lungo periodo di “guerre civili” e instaura una “pax giamaicana”, destinata a durare a lungo molto a lungo.

Mennea nasce il 28 giugno 1952, e in quella data è già scritto un destino: molto lontano da Barletta, al Coliseum di Los Angeles, Andy Stanfield (nella foto) vince i Trials olimpici in 20”6, record del mondo che avrebbe sfiorato a Helsinki quando conquistò la sua prima medaglia d’oro (la seconda sarebbe venuta in staffetta).

Il gioco delle scatole cinesi, delle matrioske, delle perle di vetro si è trasformato in un labirinto percorso ad alta velocità. Nessuno contiene gli altri e le perle allineate non sono né di vetro né frutto di coltivazione. Autentiche. L’una diversa dall’altra.

 

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