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I sentieri di Cimbricus / Un meraviglioso mondo perduto

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Venerdì 11 Gennaio 2019

 

longboat

 

Nel Jurassic Park della corsa a piedi, quel che più affascina in quei campioni di un tempo perduto e molto diverso dal nostro, è la loro capacità di saper attraversare la vita, di non trasformarsi in pupazzi più o meno animati, di non chiedere sconti.

 

Giorgio Cimbrico

Settant’anni fa moriva Tom Longboat; in irochese, Cogwagee. “Uno dei piĂą grandi maratoneti, forse il piĂą grande”, disse di lui Alfred Shrubb che sino al confine delle 15 miglia riusciva ad avere la meglio; dopo, no, dopo era il territorio del giovanotto nato nella tribĂą degli Onondaga, parte delle potenti 6 Nazioni irochesi. Una magnifica foto del 1907 lo ritrae in posa accanto a giganteschi trofei: ha i capelli ordinatamente divisi in due e indossa una maglietta con ornamenti tribali, piume comprese. Anche di Shrubb esistono foto piĂą eloquenti di qualsiasi parola: un dandy, in abito scuro, gilet e curatissimi mustacchi. Probabilmente scattate quando era diventato allenatore ad Harvard. Alfie, capace di correre quasi 19 km nell’ora a Glasgow, ben piĂą di un secolo fa, deve esser stato l’unico della storia ad aver allenato gli atleti di due tra le universitĂ  piĂą illustri. Dopo Harvard, Oxford. (Longboat, a destra nella foto, apposto al britannico Shrubb). 

Shrubb, Pietri, Longboat, Hayes erano parte di un meraviglioso mondo perduto, fatto di sperimentatori che scommettevano sulle proprie capacita, risorse, energie, di empirici che provavano a battere un sentiero per abbandonarlo e provarne un altro, di collezionisti di record su tutte le distanze, anche le più inusitate: erano professionisti e presentarsi al via con molte “decorazioni” faceva un bell’effetto su un pubblico che poteva essere misurato a decine di migliaia.

In quel tempo lontano lo sport e l’atletica erano in mano a chi non aveva mai avuto – e non avrebbe mai avuto - problemi economici e poteva così dettar la sua legge. Non restava che saltare il fossato: esibirsi per ricevere denaro o, nel caso della Rugby League, nel nord dell’Inghilterra, scendere in campo dopo aver firmato un contratto. Chi si rendeva colpevole di tale sacrilegio, non poteva frequentare gli stadi riservati agli immacolati dilettanti.

Tom diventò famoso vincendo la maratona di Boston del 1907 in un tempo mostruoso, sotto le 2h25’ su un percorso stimato in 24 miglia e mezzo, una quarantina di chilometri. A Londra fallì: bollito attorno al 15° miglio, continuò per un po’ al passo prima di dichiarare la resa. Si rifece mettendo le mani sulla rivincita, al Madison Square Garden, e l’anno dopo conquistando il titolo, molto ufficioso, di campione del mondo.

Quel che affascina in questi campioni di un tempo perduto e molto diverso dal nostro, è la loro capacità di saper attraversare la vita, di non trasformarsi in pupazzi più o meno animati, di non chiedere sconti. Tom non era più un ragazzino (era vicino ai 30) quando venne chiamato nel Corpo di Spedizione Canadese che partiva per il Fronte Occidentale. Non era più il Longboat degli anni ruggenti ma come portaordini andava benissimo.

I canadesi vennero spediti nei punti più caldi (a loro si deve una delle azioni più dinamiche in un conflitto molto sanguinoso e molto statico: la presa della cresta di Vimy) e Tom venne ferito due volte e due volte dato per disperso o morto. La più drammatica esperienza gli piombò addosso quando un proiettile di grosso calibro centrò in pieno la trincea. Lui e un gruppetto di compagni rimasero sepolti sei giorni. “Ma entrava un po’ d’aria e avevamo le nostre razioni”: Tom era di poche parole e non amava le esagerazioni. Ma esser mancato all’appello si rivelò fatale per la sua vita privata: al ritorno a casa scoprì che la moglie aveva richiesto e ottenuto la morte presunta e si era risposata. Non ne fece un dramma, trovò un’altra consorte, visse a lungo a Toronto, senza mai dimenticare la riserva delle 6 Nazioni dove era nato e dove decise di andare a morire.

Il mondo dei “bianchi” non gli era mai appartenuto e qualcuno l’aveva fatto arrabbiare. Quel qualcuno era Edgar Laplante, attore di vaudeville e imbonitore di medicinali portentosi, che girava gli Stati Uniti dando spettacoli e sostenendo di essere Longboat. Tom replicò con una lettera al vetriolo, minacciando azioni legali. Nella storia degli zar c’è stato spazio per un falso Dimitri; nella storia dell’atletica non poteva esserci spazio per un falso Longboat.

 

 

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