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I sentieri di Cimbricus / Se lo sport ha cancellato il senso dell'attesa

Giovedì 3 Gennaio 2018

 

dazn 2

 

Eliott, Owens, Foreman, Borg, ...  i loro gesti appartengono a un tempo in cui gareggiare era ancora un piacere o si spingono a un'età in cui il potere finanziario cominciava appena ad accorgersi di quanto aveva a disposizione.


Giorgio Cimbrico

Un tempo non lontano tre allenamenti alla settimana e una buona dose di quell’immateriale elemento che si chiamava classe (ed era solo adesione naturale al gesto, predisposizione) erano sufficienti a spedire in alto, molto in alto, a guadagnare un posto e a non perderlo per un domani che, per chi ha il culto lieve della memoria, arriva sino a oggi. Quel che passava per la testa di Gareth Edwards – e che veniva messo in atto - non era sottoposto a videoanalisi né risulta che lui e gi altri fatati gallesi di quella generazione mai perduta portassero addosso un apparecchietto che, infilato in una taschina della maglia, misurava i loro movimenti, o la distanza coperta in partita, né i loro allenamenti erano accompagnati dal ronzare di un drone.


Una generazione prima, alla fine degli anni Cinquanta e agli albori dei Sessanta, Livio Berruti correva limitate ripetute con la stessa eleganza che avrebbe offerto in gara: l’analisi biomeccanica, con dissezione falcata dopo falcata stava muovendo i primi passi. E rimbalzando ancora ai Settanta, Gustavo Thoeni e gli altri istintivi teorici della curva in gigante, come lo svizzero Heini Hemmi, non avevano alle spalle studi sofisticati né attrezzatura testata in laboratorio né piste lucidate a specchio.

Un battuto di ciglia temporale dopo, lo sport che ci viene proposto – e imposto - oggi è all’insegna di un titanismo sempre più accentuato e di una calligrafia forzata, asettica, portata alle estreme cromate conseguenze. Lebron James è lontano anni luce dai disinvolti e naturali movimenti di Wilt Chamberlain e la capacità di accelerare, ad ogni uscita di porta, di Marcel Hirscher non è paragonabile al ritmo di ingemar Stenmark, scandito da cadenze di una romanza senza parole.

La forza sta prendendo il sopravvento sulla naturalezza, sulla capacità improvvisatoria che erano all’origine del Gesto. La forza non sempre va intesa come espressione di una sempre più accentuata potenza muscolare, di un gigantismo che investe ogni sport (il rugby dei ciclopi, il tennis, il calcio), ma anche come sintesi di una ripetitività applicata in allenamento. Il calcio di spostamento o cross kick di Beauden Barrett può esserne un esempio. Non è un impromptus e si vede.

La ricerca, oggi, riguarda una perfezione simile a quella di dei lontani, immaginati, soprattutto vicina a quella desiderata da quelli che nello sport hanno investito e continuano a investire, a costo di costringere a una perdita dell’innocenza, al sacrificio di quella che era una vita normale. I ritmi ossessivi imposti dal Potere e dal Capitale obbigano a lasciar da parte abitudini e inclinazioni, desideri e naturali trasgressioni. Chi non accetta, perde contatto. Chi acconsente, imboccherà una lunga parentesi che andrà anche oltre la durata consentita dal naturale sbocciare e consolidarsi del talento. La barriera dei trent’anni come naturale inizio del meriggio non esiste più. Ora si va oltre, molto oltre. Il gioco vale la candela.

Herb Elliott gareggiò 120 volte su1500 e sul miglio, non perse mai e si ritirò a24 anni per diventare rappresentante dell’Adidas per l’Western Australia; Jesse Owens non era ricco; George Foreman ha fatto più soldi vendendo la sua griglia da barbecue che combattendo sul ring: Bjorn Borg ha messo le mani su briciole, paragonabili a quelle raccolte da chi oggi gravita attorno al 30° posto del ranking.

I loro gesti appartengono a un tempo in cui gareggiare era ancora un piacere o si spingono a un’età in cui il potere finanziario cominciava ad accorgersi di quanto avesse a disposizione, su quanto potesse azzardare per imporre un marchio al mondo, associarlo a un’iterazione di immagini televisive, pretendere che tutto questo conoscesse una sempre più violenta accelerazione, una costante moltiplicazione voluta dalla saldatura di un’alleanza.

Oggi è stato cancellato il senso dell’attesa. Non può sorgere giorno senza che esista un palinsesto sportivo (e televisivo) che lo accompagni, sino all’ossessività, alla bulimia, a una ripetitività che ormai non viene più avvertita da chi spesso non riesce più a distinguere tra la competizione e la scommessa che ad essa è associata.

Il cinema propone remake brutti, finti, neppure paragonabili agli originali. Lo sport segue un’altra via: ogni giorno promettendo qualcosa di clamorosamente nuovo, di straordinario (è l’aggettivo più usato, martellante), chiedendo frementi eccitazioni. Comandano. Ma disobbedire è ancora permesso.

 

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