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I sentieri di Cimbricus / Fischer, l'afrikaner comunista

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Giovedì 13 Dicembre 2018

 

fischer 2

 

“Sono passati novant’anni da quando l’uomo senza tomba affrontò gli All Blacks. Ricordarlo è il minimo”.

di Giorgio Cimbrico


Bram Fischer, mediano di mischia, avvocato, comunista, traditore, martire. Il ringraziamento per aver svelato questa storia va al bel film (“Atto di difesa”), rigoroso, di produzione olandese e diretto da Jean van de Velde sull’uomo che evitò a Nelson Mandela e agli altri membri della “Lancia per la libertà” di finire al capestro, pratica comune in un Sudafrica in cui l’orrore della tortura, della cancellazione delle libertà più elementari, delle sparizioni, degli “strani” incidenti, della segregazione (le township come lager…) veniva quotidianamente praticato da un regime che può essere paragonato solo a quello nazista. Differenza: in Germania usavano la ghigliottina, non l’impiccagione.

Dopo quegli anni da cani, la politica della Riconciliazione voluta dal Madiba ha l’apparenza del miracoloso, del necessario. O suturare, in qualche modo, o andare incontro a una guerra civile senza quartiere. Un ricordo personale, legato a un casuale incontro in treno, a Milano: un elegante sudafricano, bianco e poliglotta, non di etnia boera, confessò con calma glaciale che loro erano pronti: “Siamo pochi contro tanti, ma abbiamo le armi. Spariremo ma ne ammazzeremo milioni”. Mandela sapeva e, sfidando le critiche anche all’interno del partito, seppe prevenire quel bagno di sangue.

Fischer (nel film, un formidabile Peter Paul Muller) era nato nel 1908 a Bloemfontein, Orange Free State, da una famiglia dove, per radici, si parlava l’inglese e l’afrikaans e dove lo studio della legge risaliva al tempo del nonno Abraham. A vent’anni, nel 1928, ebbe modo di confrontarsi con gli All Blacks, impegnati in uno di quei tour infiniti contro selezioni e squadre degli stati della confederazione sancita dall’Unione del 1911. La serie con gli Springboks finì 2-2, i due incontri con Orange 20-0 e 15-11 per i neozelandesi. “Sapevi che aveva giocato contro gli All Blacks?”, domanda una guardia a un’altra che sta per calciare, come per un vergognoso piazzato, l’urna con le sue ceneri. Quello ridacchia e spedisce quel che resta di Fischer nella gola dove scorre un fiume. Il film non si discosta dalla realtà: a quel che rimaneva della famiglia di Bram anche quel poco fu negato.

Grazie alla Rhodes Scholar, il fondo per le borse di studio lasciato da Cecil Rhodes, creatore della South Africa British Company e proconsole imperiale e diamantifero, Fischer andò a Oxford a studiare giurisprudenza, entrò in contatto con gli ambienti che avrebbero prodotto i “grandi traditori” Philby, Burgess e McLean e nel 1932 ottenne un visto per l’Unione Sovietica. Nei suoi scritti è rintracciabile la sensazione che provò entrando in contatto con i contadini al di qua e al di là del Volga: “Vivono nella stessa situazione dei nostri neri”. Ma né la miseria né l’autoritarismo staliniano che stava conquistando un potere assoluto, autocratico, minacciarono la sua fede marxista.

Al vertice del Partito Comunista Sudafricano prima che venisse dichiarato fuorilegge, Fischer riuscì in un’abile opera di mimetismo affiancando Mandela e i vertici dell’African National Congress in quella fase che può essere definita militare e che portò ad attentati e sabotaggi. Il suo impegno tornò in superficie quando a Pretoria, sul finire del 1963, ebbe inizio quel che venne definito il processo di Rivonia, dal nome della fattoria in cui la polizia e la famigerata sezione speciale avevano catturato un gruppo di attivisti, tra i quali Mandela, Sisulu, Mbeki e alcun attivisti bianchi ed ebrei. Neri ed ebrei, un perfetto cocktail per scatenare i mastini dell’apartheid.

La sua difesa fu accorta, smontò le testimonianze false e grossolane, smascherò i finti pentiti, demolì ricostruzioni senza fondamento, riuscì con abilità prestigiatoria ad evitare di passare dall’altra parte, sul banco degli imputati: molti dei documenti che erano stati trovati nella fattoria avevano lui tra gli ispiratori. La corte riconobbe gli imputati colpevoli per tutti i capi di imputazione, ma nessuno venne condannato all’impiccagione. Per Mandela si aprivano, serrate per un quarto di secolo, le porte ventose e spietate di Robben Island.

Bram, che nel ’67 ebbe il premio Lenin, non visse abbastanza per vedere la liberazione di chi aveva difeso e il mutamento che ne conseguì. Il suo coinvolgimento nel movimento, il suo impegno al vertice di un partito comunista messo al bando gli costarono una persecuzione che affrontò con coraggio e dignità. Avrebbe potuto chiedere asilo in Inghilterra, dove si era recato per una causa, ma preferì tornare in Sudafrica. “Prima di ogni altra cosa, io sono un afrikaner”. Incarcerato e malato di cancro, morì nel ’75. “Uno dei più coraggiosi amici nella lotta per la libertà”, disse di lui il Madiba.

Sono passati novant’anni da quando l’afrikaner comunista, l’uomo senza tomba, ha affrontato gli All Blacks. Ricordarlo è il minimo.

 

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