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I sentieri di Cimbricus / I magnifici segreti del Barbaresco

Lunedì 3 Dicembre 2018

 

press

 

L’ipocrisia è una perfetta compagna di viaggio, tanto che anche lo sport è finito in questa plastificazione.
 

di Giorgio Cimbrico


“Good king Wenceslas, protege us” (buon re Venceslao proteggici)” dice una famosa carola di Natale, cantata nelle vie dickensiane di un mondo caldamente e allegramente freddo, ormai sparito. Del buon re Venceslao ci sarebbe un dannato bisogno oggi, nel nostro mondo di irriducibili frequentatori e voyeur di sport. Non solo di sport, in realtà, ma anche di musica, arte, buona letteratura. Tutta roba che pare non interessi più a nessuno.

Di fronte alle parole sempre più vuote, ai contenuti sempre più aridi proposti da un mondo in costante proliferazione – come se gli appuntamenti non fossero già abbastanza, … – uno che vorremmo imbarcare sulla nostra zattera per un viaggio felice su flutti tranquilli è Lebron James che l’altro giorno ha confessato di amare il Cabernet, di potersi permettere di acquistare bottiglie di Sassicaia da 300 dollari o Amaroni di pregio. Il rosso è un toccasana, dice il Titano di Cleveland che, quando è il caso, parla molto chiaro anche su Trump.

È un mondo dove Eddie Jones, CT dell’Inghilterra di rugby, sostiene che non è il caso che la squadra vada al terzo tempo. Meglio tornare subito in albergo, combattere lo stress del dopo-match, affidarsi a un’alimentazione para-vegana e alla minerale non gasata, cancellare un secolo abbondante di ricchi banchetti e abbondanti libagioni. È il caso di ricordare che i Barbarians nacquero nel corso di una cena a base di ostriche e Guinness? Uno Chablis non sarebbe stato meglio? Forse la cantina di quell’albergo di Cardiff ne era sprovvista.

Perso ormai il gusto per i cibi e le bevande che tengono l’anima appiccicata al corpo, smarrito anche quello per il sapore, anche aspro e eloquente, delle parole. Ancelotti dice: “Se non ci qualifichiamo, siamo dei coglioni”. E sui titoli esce c … e i reggitori di microfono parlano di una parola che comincia per c perché viviamo in un mondo così innocente, in un’Arcadia così perfetta, in un giardino delle Eumenidi così esemplare, che una parola del genere non può che produrre turbamento. “Combatteremo sulle spiagge, nelle strade, sulle colline. Non ci arrenderemo mai”, abbaiò Winston Churchill e Lord Halifax commentò: “Ha mobilitato la lingua inglese e l’ha spedita in battaglia”. Oggi direbbero che era un discorso guerrafondaio, violento, scorretto. L’ipocrisia è una perfetta compagna di viaggio.

Prima di un film sul video appare la scritta “Bambini accompagnati” o la “Visione è consigliata a un pubblico adulto”. Decidono loro, diventano loro i censori, come il parroco della nostra infanzia, come quei burocrati che volevano mandare al macero “Ultimo tango” che era la rappresentazione della condizione umana, della solitudine, della disperazione, come l’Urlo di Munch.

Anche lo sport è finito in questa plastificazione, in questa invasione degli ultracorpi che non contengono nulla, in questa incapacità di trasmettere quella che un tempo era la sua colonna sonora fatta di palpiti, di emozioni violente, di baci e spari, popolata di cavalieri del sogno, di nobili reietti alla Lord Jim, di inappuntabili e di tipi che avevano sempre il prurito alle mani.

Chi confeziona il prodotto trasmette un’isteria infettiva, chi ne è protagonista ha sempre meno da dire. O forse ne avrebbe, ma non può, perché basta una parola per turbare uno studiato equilibrio, o per scatenare i mastini della guerra dei social media. Che invece di essere ignorati, guadagnano immediatamente spazio concesso da chi (giornali, tv) non ne dovrebbe concedere. Un labirinto che quelli di Cnosso o di Shining al confronto erano delle strade dritte e maestre.

Con il Natale non lontano, resta solo da chiedere l’aiuto del buon re Venceslao e brindare con Lebron (che tuttavia vorremmo iniziare ai magnifici segreti del Barbaresco).

 


 

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