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I sentieri di Cimbricus / Kevin e Beatrice i nostri atleti dell'anno

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Giovedì 22 Novembre 2018

 

iaaf-2018

 

Il ranking annuale di Giorgio e di SportOlimpico. La IAAF stabilirà il suo podio, noi lanciamo il nostro.

 

di Giorgio Cimbrico


Bruciando sul tempo l’annuncio ufficiale, previsto per il 2 dicembre, SportOlimpico è oggi in grado di offrire le classifiche finali dell’atleta, uomo e donna, dell’anno 2018. Non perché all’interno della giuria abbia una talpa – pardon, un insider – ma usando l’inoffensiva arma del giudizio, dell’analisi, del confronto. Se le cose andranno in modo diverso, non potrete che aver clemenza e perdonare il nostro ardire.

Uomini

1 - Kevin Mayer: la meraviglia dell’equilibrio, due volte 4563 punti e un totale di 9126 per il biondo dalle radici lorenesi che riporta in Europa il record del decathlon e che quaranta giorni dopo cancella il disastro di Berlino: personale dei 100 e, a breve seguire, tre nulli, tutti uguali, nel lungo. È il riscatto di Talence, la località della Dordogna dove un quarto di secolo prima Dan O’Brien, con un limite mondiale, aveva dimenticato un’Olimpiade vissuta da spettatore.

Kevin non è campione da picchi stratosferici, come molti suoi predecessori, la sua è una sinfonia in dieci movimenti scritta su note alte, e se c’è un record che più di altri impressiona è quello del peso: 16.51 sono dannatamente tanti per un giovanotto di normali proporzioni, nella statura e nel peso. Un’eccellente imitazione del perfetto uomo vitruviano disegnato da Leonardo.   

2 - Eliud Kipchoge: ora, dopo il 2h01’39” berlinese, la distanza che lo divide dal più veloce che lo ha preceduto sulla lunga rotta dei 42 km è di 1’18” e il fossato che lo separa dalla leggenda aurea delle due ore è ridotta a 100 secondi, esatti e spaccati. A questo punto si tratta di limare un paio di secondi a chilometro, di attestarsi su una media attorno ai 2’52”. Un’impresa, un traguardo che il 34enne kenyano può ancora avere nelle corde, nelle gambe, nella testa. Attendendo di sapere quali remunerative strade andrà a calpestare in questi mesi, è naturale pensare che l’obiettivo sia già fissato su Tokyo quando l’uomo di Londra e di Berlino proverà a trasformarsi nel terzo doppiettista olimpico della storia, dopo Abebe Bikila e Waldemar Cierpinski. 

3 - Abderhamman Samba: a ventisei anni dal prodigio olimpico di Kevin Young, un altro uomo è andato a infrangere, per due piccoli e giganteschi centesimi, la barriera dei 47 secondi che aveva resistito anche a Edwin Moses, gran sacerdote della distanza che non concede pietà. Se la maglia è quella amaranto del Qatar (che ha così in mano due assi da giocare nel Mondiale di casa), le radici sono in Mauritania e la crescita è avvenuta in Arabia. I duelli, tutti vinti, con il coraggioso e a volte scriteriato, norvegese Karsten Warholm hanno segnato la fine della lunga crisi in cui era precipitata una delle distanze capace di regalare forti palpiti. Ora garantiti per gli anni che verranno.    

4 - Armand Duplantis: dopo aver offerto una successione di primati sin dalla più fresca puerizia (tutto filmato dai famigliari in una sorta di Truman Show del salto con l’asta), lo svedese sbocciato come una gardenia nello stato della Louisiana ha scelto per il definitivo insediamento nel Walhalla degli acrobati l’Olympiastadion di Berlino dando vita, al fianco del russo Timur Morgunov (un 6.00 non vincente non era mai stato registrato), una mezz’ora di esecuzioni perfette, specie nella fase di avvolgimento attorno all’asticella. Chi l’aveva considerato un cucciolo si è reso conto che il progresso di crescita è stato prodigiosamente veloce. A 19 anni solo tre (Bubka, Lavillenie, Hooker) si sono spinti più in alto di quel 6.05.

5 - Christian Coleman: dopo un inverno da rombo di tuono e un inizio di stagione difficoltoso (quarto al Golden Gala, preceduto da Baker, Vicaut e Tortu), prima di segnali di ripresa a Birmingham, con millimetrica vittoria in 9”96. Il bagliore è stato riservato alla serata finale di Diamond League, a Bruxelles, quando il razzo di Atlanta si è espresso come mai gli era riuscito, lasciando distante la concorrenza e chiudendo in 9”79, pareggiando al settimo posto di sempre uno sprinter storico come Maurice Greene.

Donne

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1 - Beatrice Chepkoech: un progresso violento, un record mondiale demolito di 8”38, un limite personale frantumato per 15”52. Il ritmo della 27enne kenyana cancella le siepi, spazza gli atterraggi dopo gli ostacoli, annulla le difficoltà proposte dalla riviera. Con lei di mezzo, la nuova distanza assomiglia alla vecchia, i 3000 senza barriere. L’acuto che spazza il limite di Ruth Jebet, punita per doping, arriva a Montecarlo, più che mai nuovo tempio del mezzofondo. In stagione, altre due discese sotto i 9 minuti, prima a Parigi e poi nel gran finale di Bruxelles.

2 - Dina Asher Smith: I picchi di rendimento al momento giusto, nelle due finali berlinesi, per la 23enne studentessa di storia che con 10”85 e 21”89 conquista un’accoppata di corone europee (saranno tre con la staffetta), firma due nuovi record britannici di gran peso e conquista la vetta mondiale di stagione in entrambe le distanze, dividendo il vertice dei 100 con la piccola ivoriana Ta Lou.

3 - Shaunae Miller Uibo: dal tempo delle lunghe volate vincenti di Sanya Richards non venivano registrati tempi sotto i 49”0, violati per tre centesimi dall’altissima ed elegantissima bahamense che si migliora di quasi mezzo secondo e strappa il record nazionale a Pauline Davis. Attiva anche sui 200, ma rimanendo appena al di là dei 22”0 infranti nel 2017.

4 - Caterine Ibarguen: il tempo che scorre non ha effetti sula formidabile colombiana che a 34 anni è padrona di sei delle sette migliori misure nel triplo e entra di forza nell’elite del salto in lungo atterrando vicina ai 7 metri. La doppietta nella Continental Cup di Ostrava è evento raro e pregevole.

5 - Nafissatou Thiam: a Berlino, in fondo a un 800 appena sotto i 2’20” arriva la triplice corona, quella europea, per l’elegante ragazza di Namur che a Götzis ha scavalcato 2.01. Preso atto che nei lanci è formidabile, che nell’alto è terza al mondo e che nel lungo è migliorata, per attaccare la monumentale Joyner, lontana 278 punti, deve limare decimi nei 100 ost. e nei 200 e un bel mucchio di secondi nei due giri.

Questi erano gli atleti e le atlete giunti al ballottaggio finale. Nei miei personalissimi cartellini ne avevo annotati altri. Per ampliare il giudizio.

Noah Lyles: il ballerino di hip-hop più fulmineo, il ventunenne elastico come un giunco, capace di un bang-bang sullo sprint breve concesso a pochi (9”88 e 9”89 in un pomeriggio a Des Moines) e soprattutto di tempestare la stagione di discese molto ampie sotto i 20. Acuto a 19”65 a Montecarlo, ottavo di sempre, e tre volte a 19”69 (sugli speedway di Eugene, Losanna e Zurigo), dopo aver aperto le ostilità con il 19”83 di Doha.

Caster Semenya: dopo aver varcato da lungo tempo la barriera dei 2 minuti, non le hanno resistito neanche quelle dei 50” sui 400 e dei 4’ nei 1500. Unica, in tutti i sensi. Punta sul vivo dal nuovo annunciato – e rinviato – protocollo IAAF sulle atlete con anomala produzione di testosterone, non si è più limitata a vincere controllando, ma è partita lancia in resta e senza appoggiarsi al ritmo delle lepri per inseguire il più vecchio record dell’albo,1’53”28 di Jarmila Kratochvilova, datato 1983, mancandolo per 97 centesimi. Sei dei primi dieci tempi dell’anno sono suoi, tre sotto gli 1’55”. A inizio stagione, 3’59”92 nei 1500. A Ostrava, 49”62, a tre decimi da una delle dominatrici della stagione sul quarto di miglio, la giovanissima Naser.

 

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