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I sentieri di Cimbricus / Anche gli sciacalli (a volte) cacciano ...

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Giovedì 15 Novembre 2018

 

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Una vita da cronisti: ovvero quando guardare all'indietro può non essere una esercitazione inutile.

 

di Giorgio Cimbrico


Da vero sciacallo, dieci anni fa, attorno alla mezzanotte ora di Pechino, cercavo un posto in sala stampa, davo un’occhiata agli appunti che avevo preso durante la giornata e mi mettevo a scrivere. Finiti i primi due pezzi, andavo in un cortile dove altri sciacalli fumavano una sigaretta. Rientrato, scrivevo e inviavo il resto, mangiavo una fettina di torta al cioccolato, bevevo un caffè e andavo a prendere il bus che portava una torma di sciacalli alle loro stanze. C’erano sciacalli di tutte le razze, colori e sessi (sciacalle) e la notte li mostrava lividi e stanchi. Qualche accenno di conversazione prima di dare un’occhiata all’orologio, constatare che erano le 4 e che di lì a quattro ore era necessario tornare in pista. Prego, a caccia. Anche gli sciacalli cacciano, se non trovano carogne belle e pronte al consumo.

Da vero sciacallo, vent’anni fa, provavo a descrivere dal di dentro l’invasione dei tifosi inglesi nel nord della Francia. Eravamo in due, vestiti un po’ così, e con gli inglesi è subito corso buon sangue, mica son tutti hooligan. Sangue meno buono con quelli, grandi, grossi e incazzati, della Gendarmerie che li ficcavano nei cellulari anche se non avevano fatto niente. Stavano per ficcare anche me e il mio amico. Ci siamo salvati perché abbiamo fatto presente che eravamo sciacalli. “Girate al largo, comunque”.

Nel 2000, a Sydney, siamo finiti in una di quelle turbe dantesche disegnate da Gustave Doré e avevamo al collo l’insegna dello sciacallo. Nessuno ci ha dato la caccia, nessuno ci ha guardato con odio o con ironia. Su quei treni eravamo tutti molto olimpici. L’unico che ci ha trattato con un certo distacco è stato Rutelli che ci ha fatto perdere un sacco di tempo prima di concedere parole che non sono passate alla storia.

Tutto sommato, credo di aver avuto fortuna. Con l’eccezione del calcio, e in particolare degli specializzati in mercato, procuratori et similia, ho incontrato e ho lavorato quasi sempre con sciacalli gentili, educati, con i quali era possibile chiacchierare di vari argomenti e, nelle brevissime parentesi concesse, persino di correre a vedere un bel quadro, di visitare una libreria o, quando i figli erano piccoli, andare alla ricerca di un giocattolo da Hamley’s o al Corte Ingles.

Da vecchi si tende fatalmente a guardare indietro, di solito per radunare i ricordi più lieti. Più o meno come quando vengono in mente i giorni del servizio militare: meglio riesumare una ciucca che una guardia notturna sotto la pioggia. Per quel che ho fatto da sciacallo non uso questa modalità di scelta: vado a caso, bello e brutto, eccitazione e dubbio (riuscirò a far tutto? E come lo farò?), tuffi nel sonno profondo e risvegli improvvisi.

La pace, simile all’ottundimento dei sensi e dei sentimenti, non è per gli sciacalli. E neppure i sorrisini allusivi, le menzogne, le correzioni di rotta, l’arte proficuamente praticata del fraintendimento, la superficialità, l’ignoranza, l’incompetenza.

Uuuhhh. Quando ero un giovane sciacallo ululavo meglio, ma non mi lamento.

 

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