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I sentieri di Cimbricus / Elogio perverso dell'inesattezza

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Martedì 13 Novembre 2018

 

all-blacks 2

 

I macchinari televisivi stanno privando lo sport dello impromptus che ne ha caratterizzato storia, sviluppo, fascino.

 

di Giorgio Cimbrico

Non possiamo comprendere l’opera d’arte nella sua interezza, nel suo significato più autentico soffermandoci su una nota che può suonarci come dissonante, su una pennellata che lascia perplessi, su un dialogo che può apparire tronco, incerto e che fa seguito a pagine che abbiamo archiviato come sublimi. Difetti, usando questo metro, possono essere rinvenuti anche nella “Veduta di Delft” di Jan Vermeer, il più bel quadro del mondo secondo Marcel Proust che di bellezza se ne intendeva.

Il lavoro autoptico affidato a macchinari televisivi e a personale umano che a questi macchinari sovrintende sta attentando allo sport privandolo dell’impromptus che ne ha caratterizzato storia, sviluppo, fascino, mito, per non parlare dell’umana scelta operata dagli arbitri in quello che un tempo era un attimo fuggente e oggi spesso si trasforma in lunga attesa da sala parto. Sarà meta (femmina), sarà fuorigioco (maschio)? In queste parentesi i corpi si raffreddano, le menti si interrogano, le inquadrature si moltiplicano come in un caleidoscopio e l’arbitro è costretto a osservare angolazioni così diverse ed estranee da indurlo a porsi un umanissimo “Che ci faccio qui?”

Il mondo – e così, fatalmente, anche il povero rugby sottoposto a strapazzamento dovuto a superiori interessi – vuole l’esattezza. Resta da capire quanto essa sia ottenibile o attendibile. O quanto sia un gioco di specchi, di rifrazioni, di interferenze, con la cancellazione progressiva del libero arbitrio che viaggiava al fianco di un potere decisionale e, soprattutto, all’adesione a un riflesso, a un’immagine colta, per un attimo, dall’occhio umano, all’interpretazione di un gesto, di una serie di gesti.

Il concetto asettico e assoluto di esattezza è raggiungibile? O ci troviamo di fronte a uno spezzettamento rallentato (che potrebbe sfociare in una pixel-pornografia) di quanto eravamo abituati a osservare a velocità normale? La spallata di Farrell su Esterhuizen rimane un non placcaggio e il fuggevole fuorigioco di Lawes, all’origine della non-meta di Underhill, è uno dei tanti non rilevati durante una partita. Con la sua aria da imperturbabile bonzo Eddie Jones ha sbrigato i momenti che hanno infiammato e rannuvolato Twickenham con un apparente e sovrano distacco: “A volte il gioco ti ama, a volte non ti ama”.

Vent’anni fa quando venne deciso di alzare le cortine fumogene che gravavano sulla “meta-non meta”, il rugby mise a bilancio un altro punto a favore della limpidezza del pianeta, della superiorità nei confronti di altri mondi e quella riforma venne paragonata a una glasnost. Vent’anni dopo, si è trasformata in una martellante autopsia che non trascura alcun aspetto, alcun momento, senza mai giungere a cristalline chiarezze. Non è male dimenticare che sarà anche uno scontro di cavallerie leggere e pesanti ma che spesso, riesumando certe vignette vittoriane, diventa anche caotica zuffa. Richard Burton che da buon ubriacone vedeva tutto molto chiaro, disse che era un balletto che poteva diventare delitto. Perfetto.

Di esatto c’è che, secondo piĂą secondo meno, al 38’ gli All Blacks vanno in meta, che nei minuti che iniziano con il 6, caro al diavolo, gli azzurri entrano in una zona nebbiosa, che gli argentini potrebbero essere campioni del mondo se la partita si giocasse in un solo set di 40’, che il Sudafrica – c’è voluto tempo – sta diventando quello sognato da Mandela. Tempus memoriam ordinat. TMO.

 

 

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