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Piste&Pedane / "Tito" al felice traguardo degli Ottanta

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Domenica 4 Novembre 2018

 

morale-frinolli

 

Oggi Salvatore Morale taglia il traguardo degli 80 anni. Lo celebriamo rievocando la sua bella avventura nel "killer event".   

 

di Gianfranco Colasante


Nella seconda metà degli anni Sessanta, il giovane Salvatore Morale detto “Tito” costituiva la punta emergente di un gruppo di ostacolisti di talento che rivitalizzarono la specialità dei 400 con ostacoli negli anni a ridosso dei Giochi di Roma, riallacciandosi al gruppo dei migliori europei in Italia rappresentati da Armando Filiput. Capofila l’estroso e irrequieto giramondo Francesco Bettella (campione italiano con 52”6 proprio nel ‘56), e con lui il romagnolo Germano Gimelli (51”9 nel biennio 1958-‘59) e il pisano Elio Catola (51”8 nel ‘60). Nato a Tramonto di Teolo, nei pressi di Padova, il 4 novembre 1938, Morale s’era posto in luce nell’autunno 1957 quando, non ancora diciannovenne, aveva corso in 51”8 agli “assoluti” di Bologna e poi, al Valmaura di Trieste, in 51”7: un limite europeo junior, quest’ultimo, destinato a resistere per almeno un decennio, ottenuto tenendo 15 passi fino all’ottava barriera per passare ai 16 nelle ultime due.


In quell’occasione, Filiput che aveva assistito alla gara, lo volle conoscere pronosticandogli prossimo il meno 50”. Si può anche ricordare una felice e profetica frase di L.R. Quercetani, coniata all’indomani di quel record europeo, che definiva Morale “a Southern European who could became a European Southern” (l’americano Eddie Southern era stato secondo, a 18 anni, ai Giochi di Melbourne nella gara vinta da Glenn Davis, che avrebbe poi replicato a Roma).

Come tanti della sua generazione, “Tito” aveva iniziato con le gare studentesche, vincendo il primo 80 metri in 9”3 e correndo i 100 in 11”4. L’anno seguente, nel 1956, prese contatto con i 400 metri ad ostacoli, peraltro con cognizioni tecniche improvvisate che lo portavano a variare da 14 a 17 passi. In ogni caso riuscì a scendere a 53”2. Dopo l’esplosione del 1957, l’anno successivo, impegnato con la licenza liceale, svolse un’attività ridotta, fermandosi a un estemporaneo 52”5. Con il 1959 la preparazione assunse un buon livello di intensità portandolo fino a 50”9. I controlli medici stabilirono che si trattava di “un atleta di grandi doti generali, ma con un cuore relativamente piccolo”. Un aspetto che consigliò in seguito di “indirizzare la sua preparazione verso una espansione maggiore della superficie cardiaca”. Alla sua crescita tecnica – prima ancora di Sandro Calvesi – contribuirono, in successione, gli allenatori di club Agostino De Magistris, Giordano Cumar ed Enzo Rossi che, da militare, lo prese in cura alla Cecchignola.

Stilista da manuale, in possesso di mezzi fisici non comuni (1.86 d’altezza per 74-75 chili di peso-forma), Morale è stato il primo ostacolista italiano in grado di correre sul piano in meno di 48 secondi, con un “differenziale” pari a 1”6 tra piano e ostacoli. Pur destinato ad importanti traguardi, per un paio di stagioni trovò sulla sua strada un fiero avversario nel toscano Moreno Martini (un longilineo dal grande temperamento, alto 1.83 per 70 chili, nato a Lucca nel maggio 1935 e deceduto nel gennaio 2009) che nel ‘59 seppe prima eguagliare il 51”6 di Filiput (ottenuto al passaggio nella corsa che gli aveva dato il record mondiale sulle 440 yarde) fino a portarlo, in tre riprese, a 51”1.

Il primo italiano ad infrangere la barriera dei 51 secondi fu comunque Morale che, sul veloce Letzigrund di Zurigo, corse in 50”9 il 21 giugno del 1960. Ai Giochi di Roma mancò tuttavia per una inezia la finale, preceduto per il terzo posto in semifinale dallo svizzero Bruno Galliker, anche se a parità di tempo: 51”3. Si noti che ai Giochi, sin dal 1948, veniva utilizzato un cronometraggio al centesimo di secondo, ma la “lettura” finale (almeno fino al 1972) veniva comunicata con arrotondamento al decimo di secondo. Molti anni più tardi, quando dai cassetti d’archivio riemersero i fotofinish di Roma, si poté constatare che Morale aveva corso in 51”48 e Galliker in … 51”47. Stessa sorte toccò nelle semifinali sia a Catola (quinto in 52”3) che a Martini (settimo in 52”4) il quale ultimo, anche per ricorrenti dolori alla schiena che ne interruppero di lì a poco la carriera atletica, aveva smarrito la bella continuità dell’anno precedente.

La strada verso il vertice della specialità Morale la imboccò solo dopo i Giochi di Roma. Imbattuto dall’autunno del 1960 al luglio ‘62, per due stagioni risultò indiscutibilmente il migliore al mondo (un riconoscimento che gli venne tributato anche da Track & Field News), pur se in America la specialità – dopo che nel ‘58 Glenn Davis aveva portato il “mondiale” a 49”2 e conquistato il titolo olimpico del ‘60 con appena un decimo in più – aveva trovato eccellenti interpreti in Cliff Cushman, Warren “Rex” Cawley e Willie Atterberry. In Europa l’unico avversario in grado di impensierirlo rimaneva il tedesco Helmut Janz, primatista europeo col tempo di 49”9 ottenuto col quarto posto ai Giochi di Roma. Per una serie di concause (scarsa convinzione, ripensamenti, servizio militare, studi a singhiozzo protratti fino alla laurea in economia e commercio, con tesi sulle assicurazioni sportive, ottenuta nel 1969) Morale si trovò a vivere le migliori annate in un periodo non olimpico, quel biennio 1961-’62 nel quale seppe sfogare la carica agonistica in una fruttuosa caccia ai primati. Secondo quanto scrisse Brera nell’Arcimatto, tra le concause figurava, quando proprio non era prevalente, la tendenza a “correr dietro alle ragazze dalla Scandinavia alla Sicilia”.

Dopo aver strapazzato il record italiano alle Universiadi di Sofia (1° settembre 1961), portandolo a 50”0 (col secondo lasciato a 51”7), quarantacinque giorni più tardi, sulla pista dell’Olimpico, si misurò contro i primati europei dei 400 metri e delle 440 yarde, impossessandosi di entrambi con 49”7 e 50”1 e dando finalmente corpo alla profezia di Filiput. Morale, che gareggiò in sesta corsia e tenne i 15 passi per tutta la gara, diventava in tal modo il terzo italiano a riuscire a tanto dopo Facelli e lo stesso Filiput. Alle sue spalle, staccatissimo, al russo Georgiy Chevichalov non riuscì meglio di 50”8 e 51”2. Non erano pochi a quel punto, tra i tecnici italiani, coloro che ritenevano il veneto in possesso delle credenziali giuste per cancellare anche i vecchi primati di Lanzi sui 400 e sugli 800 metri. In effetti Morale disponeva di un registro tra i più ampi, come testimoniano i “personali”, per lo più ottenuti in maniera estemporanea: 21”6 sui 200, 47”6 sui 400, 1’52”3 sugli 800, 14”3 sui 110, 23”3 sui 200 ostacoli (altro record italiano stabilito nel ‘61). D’altro canto era stato lo stesso Calvesi ad affermare che “Morale era più ottocentista che quattrocentista”. Ma le previsioni, se non proprio le speranze, rimasero senza riprova.

E veniamo alla stagione del primato mondiale. In apertura del 1962, a giugno, Morale presentò il suo biglietto da visita andando a vincere a Berlino, nel giro di tre quarti d’ora, i 400 in 50”9 ed i 110 in 14”3. Dopo aver subito una sconfitta da parte del campione dell’AAU, Atterberry, in una riunione svedese avversata dalla pioggia e dall’oscurità, si presentò a Belgrado – settima edizione degli Europei – come il favorito d’obbligo. Dopo aver passeggiato in batteria (51”4), volle saggiare le possibilità in semifinale spingendo per tre/quarti prima di rallentare e terminare sullo slancio: il risultato cronometrico, 50”0, lasciò esterrefatti tecnici ed avversari, soprattutto per la facilità con la quale era stato ottenuto. La finale del giorno dopo, alle 19,50 del 14 settembre e con una temperatura piuttosto fresca, non tradì le attese. La sera prima, rientrato da un leggero allenamento, “Tito” aveva scritto sul muro della stanza una cifra, 49”8, ch’era qualcosa in più di una speranza. Morale ebbe in sorte la quarta corsia, Janz (che aveva vinto l’altra semifinale in 51”1) la seconda. Al via, come d’abitudine, l’azzurro partì velocemente, con grande fluidità di passaggio, impegnato solo contro il tempo e mantenendo sempre gli abituali 15 passi tra le barriere. Al traguardo arrivò in 49”2 eguagliando il primato mondiale di Davis, dopo aver coperto in 23”9 la prima metà della corsa. Secondo giunse il tedesco Neumann nel suo nuovo “personale” (50”3), terzo il regolare Janz (50”5).

La corsa record registrò un’eco significativa sulla stampa straniera. Il quotidiano L’Équipe – ritenuto allora il più autorevole foglio sportivo al mondo – le dedicò l’intera prima pagina (“L’italiano Morale formidabile vincitore dei 400 ostacoli in 49”2, record del mondo eguagliato”). In un articolo intitolato “Un Morale du tonnerre”, Gaston Meyer scriveva: “[…] partendo in quarta corsia, giungeva quasi all’altezza del finlandese Rintamäki che lo precedeva, vi rimaneva sino alla metà della curva, a questo punto partiva potentemente, si distaccava di qualche metro e, dopo l’ultimo ostacolo, raddoppiava il suo vantaggio. Di tutti i vincitori, egli fu il più abbagliante per lo stile, la velocità di corsa e l’inverosimile freschezza all’arrivo! Per di più, e malgrado un leggero errore sul terzo ostacolo, egli eguagliò senza lotta il primato del mondo di Glenn Davis: 49”2. Gli altri, tutti gli altri, schiacciati, sono sembrati pallidi fantasmi nell’ombra di questo magnifico e bruno ragazzo innamorato della vita quanto dello sport. Chapeau!”.

Anche sulla stampa nazionale la vittoria di Belgrado ebbe grande risalto. Così Gian Maria Dossena sulla Gazzetta dello Sport: “La gara di Morale è stata in effetti incomparabile per splendore agonistico e compiutezza tecnica. Un atleta che riesce ad esprimersi in siffatto tono e con tanta lucida freddezza merita davvero il massimo risalto nella grande composizione internazionale”. Ciro Verratti sul Corriere della Sera: “Soprattutto ci esaltiamo al ricordo della formidabile impresa di Salvatore Morale. Noi conoscevamo il suo valore, ma agli occhi dell’Europa egli ha costituito una formidabile rivelazione e parecchi colleghi stranieri lo hanno definito il ‘più affascinante vincitore degli Europei di Belgrado’. Aveva in pugno il record del mondo e lo ha sacrificato sull’altare della perfezione stilistica”.

Infine un eccitato Renato Morino, su Tuttosport, prese spunto dall’impresa di Morale, ma anche dalla contemporanea vittoria di Abdon Pamich nei 50 km di marcia, per ampliare il discorso all’esaltazione del “primato dell’atletica” nel panorama sportivo nazionale: “Da quando esiste l’atletica, – scriveva – l’Italia non ha mai vissuto un momento così favorevole, nei valori di punta. Esageriamo? No, possiamo dirlo in assoluto e dimostrarlo: abbiamo quattro record del mondo. Uno, due, tre, quattro, che a contarli si prova persino un frisson, tanti ce ne sono. Uno con Livio Berruti nei 200, uno con Tito Morale nei 400 hs, uno con Carlo Lievore nel giavellotto, uno con Abdon Pamich nei 50 chilometri di marcia in pista. Quattro dunque. E chi al mondo può dirsi altrettanto ricco? Gli Stati Uniti e l’URSS. L’elenco è già finito. Nessun altro paese può metterci il becco. Stabilito questo, la seconda domanda sorge spontanea: quale altra disciplina sportiva in Italia può competere con l’atletica leggera? Il ciclismo, forse, ma il ciclismo non è universale. Non perdiamo tempo, nessuna federazione italiana ha sul momento il palmarès della FIDAL. L’atletica è dunque al primo posto in Italia. Lo scriviamo gonfiando il petto come i tacchini, perché ci siamo dentro fino al collo da vent’anni”.

Confrontandosi col 49”7 dell’anno prima, a Belgrado Morale riuscì a distribuire con maggior giudizio le energie offrendo il meglio di sé nel finale: negli ultimi 110 metri guadagnò infatti 1”1 rispetto a Roma. Calvesi, che pur a singhiozzo stava portando a maturazione le naturali qualità di Morale, dopo averlo preso in consegna dall’allenatore Cumar, fornì all’epoca significativi dettagli tecnici: “[...] preciseremo che il passo di Morale è lungo 2,17 e che davanti all’ostacolo scende a 1,90 circa, mentre il passo di scavalcamento è uguale a 3,30”.

La corsa record di Belgrado – oggi disponibile su Internet collegandosi a Youtube – si può leggere nel dettaglio attraverso gli splits presi sul campo dallo stesso Calvesi, posti qui sotto a confronto con quelli di Roma e di Sofia:

                                                1962            1961            1961
             Ostacoli                   Belgrado       Roma          Sofia         
                1°     (45 m)                6”0              5”8              5”8
                2°     (80 m)                9”9              9”8              9”8
                3°     (115 m)              14”0            13”8            13”9
                4°     (150 m)              18”0            17”8            18”2
                5°     (185 m)              22”1            21”8            22”5
                6°     (220 m)              26”4            26”0            26”8
                7°     (255 m)              30”8            30”2            31”1
                8°     (290 m)              35”2            34”6            35”5
                9°     (325 m)              39”5            39”6            40”0
              10°     (360 m)              44”1            44”4            44”7
                                                (49”2)          (49”7)          (50”0)

Al termine di quell’annata memorabile, le cui gare più significative sono riportate di seguito, Morale – come rilevò Track & Field News – poteva ritenersi “the greatest intermediate hurdler of all time”. Nell’articolo si leggeva: “L’italiano ha coperto i primi 200 metri appena sotto i 24”: un passaggio simile a quello che ai Giochi di Roma dette il titolo olimpico a Glenn Davis (24”0 + 25”3 = 49”3). Per tutta la corsa Morale ha utilizzato i 15 passi, proprio come Davis a Budapest nel 1958”. Questo il taccuino 1962 dell’azzurro che chiuse la stagione nel Giappone che stava preparando i Giochi:

            Milano, 29 aprile: (200 m ost., pista da 500 m): 1. Morale 23”6.
            Berlino, 9 giugno: 1. Morale 50”9, 2. Helmut Janz (GER) 51”3, 3. Jörg Neumann (GER) 52”3;
              Roma, 24 giugno (Italia-Germania): 1. Morale 50”3, 2. Janz 51”1, 3. Frinolli 51”1, 4. Neumann 51”3;
            Mosca, 1 luglio (Memorial Znamenski): 1. Morale 50”9, 2. Vasiliy Anisimov (URS) 51”4, 3. Boris Kriunov (URS) 51”9;
              Zurigo, 10 luglio: 1. Russ Rogers (USA) 50”6, 2. Morale 50”6, 3. Frinolli 51”2; (Nota: prima sconfitta di Morale dai Giochi di Roma, sia pure a parità di tempo).
            Stoccolma, 15 agosto: 1. Morale 50”3, 2. Frinolli 51”6; 3. Ove Andersson (SWE) 52”4.
            Västerås, 24 agosto: (pista allagata) 1. Atterberry (USA) 51”2, 2. Morale 51”3;
            Belgrado: 12 settembre: (Bt) 1. Morale 51”4.
            Belgrado, 13 settembre: (Sf.) 1. Morale 50”0, 2. Neumann 50”6, 3. Kriunov 50”9;
            Belgrado, 14 settembre (Campionati Europei): 1. Morale 49”2 (primato mondiale eguagliato), 2. Neumann 50”3, 3. Janz 50”5, 4. Russi Rintamäki (FIN) 50”8, 5. Kriunov 51”3, 6. Anisimov 54”2;
            Bergamo, 23 settembre: 1. Morale 51”3.
            Brescia, 29 settembre: 1. Morale 51”6.
            Odawara, 7 ottobre: 1. Morale 51”1.
            Omiya, 12 ottobre (Campionati giapponesi): 1. Morale 51”1, 2. Keiki Ijima 51”8.

Nello stesso periodo, passando dal 52”1 del 1961 al 50”4 del ‘63, s’era proposto sulla scena europea un altro dei nostri grandi ostacolisti sul “giro”: Roberto Frinolli. Nato a Roma il 13 novembre 1940, alto 1.75 per non più di 66 chili, era meno potente di Morale, ma in possesso di un passaggio istintivo certamente più rapido ed elegante rispetto a quello meno fluido ma più potente del veneto. Nei confronti del rivale, Frinolli poteva ritenersi anche più veloce, pur se sul piano entrambi si sarebbero fermati a 47”6, ma senza esplorare a fondo le rispettive possibilità. Eppure il romano all’esordio, avvenuto nel ‘56 in una campestre studentesca, non s’era certo fatto notare con un anonimo … 65° posto finale. I due, divisi da una accesa rivalità in pista, sarebbero in seguito diventati cognati sposando le sorelle Beneck, nuotatrici di livello olimpico: Anna andata in moglie a “Tito” all’inizio del 1966, Daniela a Roberto nella primavera successiva.

All’appuntamento con i Giochi di Tokyo, che si sarebbero celebrati nel nostro autunno inoltrato, i portacolori italiani giunsero da strade diverse. Morale, dopo aver meditato il ritiro, era tornato ad allenarsi con convinzione soltanto nella primavera del 1964. Frinolli, che in pochi mesi aveva compiuto un impressionante salto di qualità, poteva ritenersi di contro già il migliore europeo della specialità. L’unico suo punto debole andava individuato nella tendenza a calare nei finali. Frinolli e Morale si incontrarono in diverse occasioni in quell’estate ‘64 e i risultati che ne scaturirono legittimarono le ambizioni di entrambi a potersi opporre con successo allo strapotere americano. Le riunioni pre-olimpiche decretarono la superiorità di Frinolli, che riuscì a battere a fine giugno il futuro cognato anche nella corsa per il titolo italiano (50”6 a 50”8 il responso cronometrico). Il 23 agosto, al Kusocinski Memorial di Varsavia, Frinolli annullò l’emergente britannico John Cooper imponendosi in 50”6 contro 51”0. Il successivo 29 agosto, durante una manifestazione internazionale a Modena, il romano – cui riusciva di tenere i 15 passi solo per i primi 6/7 ostacoli – dette fondo a tutte le energie misurandosi addirittura contro il record mondiale: passato in 35”2 all’ottava barriera (come già Morale a Belgrado), incocciò nell’ultimo ostacolo rotolando a terra e mancando l’occasione per un grande tempo.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, nella prova finale dei Trials disputata il 13 settembre a Los Angeles, Cawley aveva portato il “mondiale” a 49”1 (lasciando a Morale solo il limite europeo) qualificandosi per Tokio assieme al figlio d’arte Billy Hardin (49”8) e a “Jay” Luck (50”4). La risposta italiana si fece attendere soltanto una settimana. Il 19 settembre, all’Olimpico, in un triangolare con Svezia e Norvegia, Frinolli (corsia 6) scese a 49”6 con Morale secondo in 50”1 (suo miglior risultato cronometrico dal giorno del 49”2). Gli splits, rilevati sempre da Calvesi, per Roberto furono i seguenti: 5”9, 9”8, 12”7, 17”6, 21”7, 25”8, 29”8, 34”4, 38”9, 44”0. Un dettaglio significativo: neanche Morale era mai sceso tanto rapidamente dal decimo ostacolo.

Con tali premesse, tutti si ritrovarono sulla pista giapponese (dove, per la prima volta nella storia olimpica, le finali in corsia si correvano ad 8 atleti in luogo dei tradizionali 6: nessuno in Italia, come nel resto d’Europa, era al corrente di quella novità che sollevò più di una protesta). Dopo batterie piuttosto tranquille, le polveri si accesero in semifinale: nella prima vinse Cawley in 49”8 (49”89) con Frinolli secondo in 50”2 (50”28); nella seconda si registrò un arrivo quasi simultaneo con tre atleti a 50”4: in foto-finish prevalse il solido inglese Cooper (50”40) davanti a “Jay” Luck (50”43) e a Morale (50”48). Nella corsa decisiva, in programma alle ore 16,00 del 16 ottobre, ai due azzurri toccarono le corsie esterne, il chè assegnava loro l’ingrato compito di fare da riferimento per Cawley che correva appena a fianco. Gli otto finalisti si schierarono, dall’interno, nel seguente ordine: in prima il russo Anisimov, poi l’australiano Knocke, Luck, Cooper, il belga Geeroms, Cawley, Frinolli, Morale.

Come sua abitudine, Frinolli partì molto forte, su un ipotetico ritmo da 48”5/48”8, mantenendosi in testa fino all’uscita dalla seconda curva, quando venne raggiunto e superato sul penultimo ostacolo dal primatista mondiale, più giudizioso ed accorto nella distribuzione dello sforzo. Ma sicuramente maggiormente in grado di mantenere quel ritmo. Morale, che tenne meglio la distanza, malgrado il buon finale dovette cedere sul filo la medaglia d’argento a Cooper (cui un terribile destino, dieci anni più tardi, riservò la morte in un attentato aereo). Sia l’inglese che l’italiano vennero accreditati di un buon 50”1. Frinolli, calando vistosamente nel tratto conclusivo, dovette contentarsi del sesto posto. A corsa conclusa, quasi con le lacrime agli occhi, dirà: “Ho capito perfettamente come si può fare a correre i 400 con ostacoli in 48”5; il giusto ritmo è quello che io ho tenuto sui primi sei ostacoli; poi occorre essere capaci di continuare con i 15 passi … e il gioco è fatto”. Lapalissiano.

Secondo una lettura più tecnica della corsa, avvantaggiato inizialmente dal vento alle spalle, Frinolli, più leggero dei rivali, riuscì a scendere in 13”5 dal terzo ostacolo, in 21”9 dal quinto, in 25”3 dal sesto, addirittura in 29”3 dal settimo! Troppo forte per poter evitare l’errore fatale al decimo ostacolo. Un errore che venne analizzato da Calvesi che, per l’occasione, si servì di una ripresa effettuata da Eddy Ottoz: “La sua sinistra atterra di piede troppo avanzato e puntella sulla pista, facendolo insaccare di anche. L’inerzia della corsa, già limitata nell’azione, si spegne di colpo: nella falcata successiva Frinolli viene fagocitato, mentre Cawley se ne va, ormai inattaccabile”. Dal possibile primato mondiale al sesto posto. Il risultato finale fu il seguente (non è chiaro se non funzionò l’apparecchiatura del rilevamento automatico o se i “tempi” di quella finale sono andati persi: se ne conoscono tutti gli altri): 1. ”Rex” Cawley (USA) 49”6, 2. John Cooper (GBR) 50”1, 3. Salvatore Morale (ITA) 50”1, 4. Gary Knocke (AUS) 50”4, 5. James „Jay“ Luck (USA) 50”5, 6. Roberto Frinolli (ITA) 50”7, 7. Vasily Anisimov (URS) 51”1, 8. Wilfried Geeroms (BEL) 51”4.

I Giochi di Tokyo rappresentarono l’apoteosi del lavoro di Sandro Calvesi, l’allenatore-dirigente che riuscì a portare in finale tutti e cinque gli ostacolisti a lui affidati: tra loro, al quarto posto nei 110, il ventenne Ottoz che, qualche anno più tardi (il 3 gennaio 1968), sarebbe diventato suo genero sposandone la secondogenita Liana. Acclarato che – malgrado le convinzioni di Brera e di altri – non è mai stata fondata una scuola italiana degli ostacoli (al massimo, sono stati diffusi comuni insegnamenti di carattere generale che si possono far discendere dal manuale Corse con ostacoli edito dalla FIDAL nel 1940), in ogni caso Calvesi resta il maggior tecnico prodotto dal settore, un titolo unanimemente riconosciutogli, ma che è rimasto vacante con la sua scomparsa.

Il “papà degli ostacoli”, come lo definiva Miroir de l’Athletisme, nato a Cigole, nel bresciano, il 5 settembre 1913, si è spento a Brescia il 20 novembre del 1980. Allievo del prof. Sorrentino all’Accademia Navale di Livorno, in atletica aveva scelto gli ostacoli quali “paradigma di vita”, anche se ne fu modesto interprete con un 56”5 ottenuto alla vigilia della guerra. Nel dopoguerra aveva sposato Gabre Gabric, primatista italiana del disco, e con lei dato vita a una nobile dinastia di sportivi. Eletto consigliere federale nel dicembre 1969, nella lista che portò Nebiolo alla presidenza, rimase nel ruolo solo tre anni per diventare, marzo 1970, responsabile dell’Associazione Europea degli allenatori (vi era stato ammesso nel novembre 1962). Alla sua corte bresciana si sono affinati i maggiori ostacolisti del tempo, da Ottoz ad Hemery, da Alan Pascoe a Guy Drut. Ha anche scritto molto, Calvesi, soprattutto articoli, tanti e su molte testate, da Lo Sport di Emilio De Martino (1951) fino ad Atletica Leggera di Dante Merlo. Poco, stranamente, di tecnica, se non si vuole risalire al rifacimento, a quattro mani proprio con Brera, di Atletica, regina dell’Olimpiade apparso nel 1960.

E a proposito di articoli, all’indomani della corsa olimpica, del suo allievo Calvesi aveva scritto: “Tito, in senso tecnico è il miglior corridore d’ostacoli medi che sia mai esistito. A Belgrado era giunto splendente di forma; a Tokyo meno, ma più maturo in senso assoluto; ragionatore perfetto, ha saputo trarre dal proprio organismo più di quanto non abbia fatto nel record del mondo. […] Morale a Tokyo, in rapporto alle possibilità del momento, ha fatto il capolavoro della sua carriera. Non credo di esagerare, che la testa di Morale sulle gambe di Cawley varrebbe sicuramente il 48”5 che io indico come sicuro obiettivo del record dei 400 con ostacoli”.

Lo stesso articolo riportava (raccolte sempre da Calvesi) le parole dello stesso Morale a proposito di Frinolli: “Mi dispiace molto per lui perché abbiamo cercato di lavorare assieme, anche se eravamo rivali in gara, per poterci presentare a questa Olimpiade per cercare di tenere alto il nostro nome, quello del nostro Team, il ‘Gruppo ricovero’, e quello dell’Italia. Roberto, purtroppo, ha ceduto e la cosa mi è dispiaciuta perché forse più di me, e questo lo ripeto, ‘più di me’, avrebbe meritato di cogliere una affermazione in questa Olimpiade, dopo una serie veramente meravigliosa di risultati che ha raggiunto con maggiore sacrificio del mio”.

Conclusa la stagione olimpica, Morale se non appese proprio le scarpette al chiodo, ridusse di molto l’attività: saltata a pie’ pari la stagione 1965, all’indomani del matrimonio con Anna Beneck – celebrato il 22 gennaio del ‘66 – tentò di riprendere trasferendosi a Formia (dove, in seguito, ha scelto di vivere), ma senza la necessaria convinzione: l’ultima gara porta la data del 1° maggio 1966, un 400 senza ostacoli concluso in … 51”2. Il segnale sonoro ch’era arrivato il tempo di smettere e, come chiosò Alfredo Berra, di chiudere “con la fase poetico-epica della sua vita”. Ma Tito non lasciò l’atletica. Fu ancora allenatore degli ostacolisti al Messico (facendone una relazione su Atletica) e, per un breve periodo, di uno spento Marcello Fiasconaro. Dopo la Scuola dello Sport, da dirigente CONI, resse la segreteria della FIDAL nel bienno 1990-91, prima di trasferirsi a Monte Carlo, alla IAAF, come vice-segretario dell’organismo mondiale: una esperienza e un rapporto di lavoro non facili che si conclusero presto non senza qualche tensione.

 

 

 

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