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I sentieri di Cimbricus / Verso il crollo della galassia

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Giovedì 13 Settembre 2018


mancini 3


La sconfitta con il Portogallo ha confermato che la situazione del nostro calcio è grave. Ma non seria.


di Giorgio Cimbrico

“Sapevo che la situazione era molto difficile, ma ora ho capito che è disastrosa”. Le parole non sono di Roberto Mancini ma di Gerd von Rundstedt, dopo che al vecchio feldmaresciallo era stato reso, troppo tardi, il comando del Fronte Occidentale e gli Alleati stavano ormai premendo su Belgio, Olanda e confini del Reich. Mi è venuto in mente guardando la sintesina – highlights, si dice – di Portogallo-Italia: una pena. Fosse finita 6-0, niente da dire. Von Rundstedt, militare della vecchia scuola, quella invisa a Hitler, non aveva più riserve, materiali, organizzazione logistica e poteva solo ritardare il momento della fine.

Mancini si trova ad affrontare più o meno gli stessi problemi, che in parte ha denunciato: ormai i giocatori italiani sono come quella piccola tribù di cheyenne di cui parla John Ford in uno dei suoi ultimi film, il Grande Sentiero. Titolo originale, Cheyenne Autumn.

Ora, qui più che di autunno sarebbe meglio parlare di un’arida stagione. Il calcio italiano, assente a Russia 2018, non ha un presidente – gli stridori sono udibili, giorno dopo giorno, sempre acuti – ha una Lega litigiosa, avida e senza idee, una serie B zoppa e ha assistito, senza batter ciglio, allo snaturamento della sua storia, allo sradicamento delle origini, all’incapacità progettuale di gente (è l’unica etichetta che mi viene in mente, altre potrebbero portare a spiacevoli conseguenze) che da anni procede grazie e con i soldi elargiti dalle TV. Il giorno che qualche dio del 36° piano deciderà che il calcio non va più bene come oppiaceo ed è meglio puntare su qualcos’altro, il crollo della galassia centrale, citando Asimov, potrebbe essere una forte possibilità.

Modelli. La Francia non ha un grande campionato ma ha sfornato un talento dopo l’altro, tutti venduti a caro prezzo: in Inghilterra si sono rassegnati a vedere le loro squadre zeppe di mangiarane, bianchi, neri e maghrebini. È una questione di tecnici che sanno scovare, coltivare e portare a maturazione grazie a un’organizzazione statalista tipica dello sport francese? Forti percentuali che sia così.

L’Inghilterra, in pochi decenni, è passata dal campionato in cui gli “stranieri” erano scozzesi, gallesi e irlandesi del Nord e della Repubblica, a un movimento globalizzato, con investimenti importanti di compagnie dal nome e dalla sostanza imponenti (Emirates e Etihad sono le più note), con la nascita di nuovi stadi, di solito confortevoli, con una politica dei prezzi dei biglietti che si è trasformata in misura di sicurezza contro l’hooliganismo. Il calcio è passato da spettacolo per il popolo a svago per la classe media e la mutazione ha investito anche la tradizione architettonica: chi poteva immaginare che sarebbe sparito il vecchio Wembley o che Highbury sarebbe stato trasformato in condominio terrazzato e molto ambito?     

In Italia, Juventus a parte, nessuna società ha uno stadio di proprietà. Se ne parla, a volte nascono sospetti, qualche altra volta scattano indagini, ma di prime pietre se ne vedono pochissime. A Dublino, in tre anni, hanno rifatto Lansdowne Road, che ora si chiama Aviva (altro nome grosso che ha capito dove tirava il vento), è bellissimo, e non ha più il Parkinson: sotto il vecchio stadio, passava un trenino e le strutture tremolavano. Aperta e chiusa la parentesi: Dublino, che non è Londra né Parigi, ha anche un magnifico stadio, Croke Park, da 82.000 spettatori, per gli sport gaelici. Una volta sono passato nei saloni dietro la tribuna principale e mi sembrava di essere al Museo Guggenheim.

Da noi De Laurentis dice che il San Paolo è un cesso: non vado da anni ma il ricordo è proprio quello. D’altra parte, quando frequentavo Marassi, la ricerca di un cesso era lunga quanto quella di Stanley per ritrovare Livingstone e di solito finivo per battere gli stessi acquitrini in cui spesso si ritrovava l’indomito esploratore che gli africani chiamavano Bula Matari. A Dublino la mia vescica non ha mai sofferto, a Bucarest e a Istanbul, sì.

E così, in questo desolante scenario, Mancini osserva che senza giocatori è difficile combinare qualcosa. È sufficientemente anziano, il CT, per ricordare un altro calcio, quello che lo portò ragazzino da Jesi a Bologna. Era il tempo dei contatti personali, dei caldi consigli, delle strette di mano, del calcio vissuto per interesse e per affetto. Ora è attraversato dai Raiola e dai droni.

 

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