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I sentieri di Cimbricus / Prove tecniche di plebaglia

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Lunedì 3 Settembre 2018

 

hamilton-l. 2

 

Comportamento del pubblico, tra basso sciovismo e, meglio ancora, storica diseducazione a capire cosa sta guardando.

 

di Giorgio Cimbrico

I fischi piovuti addosso a Lewis Hamilton ieri domenica a Monza sono soltanto la continuazione e la conseguenza di prove tecniche di plebaglia che, chi possiede un minimo livello di attenzione, ha avvertito ormai da anni. Non mi piace citarmi – o, come dice Woody Allen, citarmi addosso – ma ricordo che nel 2006, finale Italia-Francia all’Olympiastadion, davanti ai fischi alla Marsigliese, mi capitò di scrivere, anche in quella serata di delirio: “Non si fischia la Marsigliese: non l’inno di Francia, è l’inno della libertà”. Ma la plebaglia ignora la storia, e della libertà non sa cosa fare.

In un processo che ha conosciuto un sempre più largo sviluppo, la Marsigliese venne fischiata anche a San Siro, capace di esibirsi al suo meglio, da vera Scala, anche nel novembre scorso per lo spareggio Italia-Svezia, quello che portò all’eliminazione degli azzurri e a una mancata partecipazione alla fase finale del Mondiale che mancava da sessant’anni.

Ricordo che qualcuno non mancò di sottolineare – con un certo compiacimento – che uno degli svedesi aveva mandato a quel paese o peggio il pubblico. Il refrain era: “Avete visto, anche gli svedesi, …”. Bassezze gradite ai fischiatori. Inutile dire che tanti anni e tante esperienze mi hanno insegnato che il momento degli inni è coinvolgete, emozionante, commovente. Chi è stato a Cardiff e non ha mancato di sciogliersi in lacrime sa di cosa sto parlando.

Monza mi ha fatto venire una frase di un vecchio collega – Luciano Ravagnani – che ha frequentato lo sport vero per lunghi anni: “Mai capito come si faccia a fare il tifo per un’automobile”. Quando gliel’ho sentita dire, mi sono entusiasmato e l’ho invidiato: fosse venuta in mente a me …

Naturalmente chi fa parte del coro, per convinzione o per convenienza, osserva che un atteggiamento del genere pesca nel piĂą puro snobismo e che la Ferrari, piĂą che rappresentare l’Italia, è l’Italia, come il caffè espresso, la pizza, il famoso “made in Italy” (ma se volete qualcosa di conveniente e carino dovete rivolgervi alla svedese Ikea), il mare, il sole e tutto quello che figura in una lista sterminata, sempre e solo etichettata con un aggettivo, “straordinario”, anche quando l’argomento è un biscotto, un latte senza lattosio, una crema per i pruriti intimi.

I deliri per la Ferrari, a opera di una folla sudaticcia, alla ricerca di quelle che un bravo scrittore inglese morto giovanissimo, Edward Romilly, chiamava sensazioni a buon mercato, non hanno mai fatto per me e così un giorno sono riuscito a prendermi una piccola rivincita. Capitò nel gennaio 2005 quando Luca Cordero di Montezemolo mantenne la promessa e invitò i medagliati azzurri dei Giochi di Atene a Maranello. Di quel giorno ricordo il freddo intenso, i formidabili tortellini del ristorante di fronte alla fabbrica e quanto io e quel buonanima di Marco Ansaldo, senza aver preso accordi preliminari, pronunciammo di fronte al gentile invito di uno degli appartenenti all’ufficio: “Prima che arrivino gli atleti, venite con me, così potrete vedere con calma la nostra famosa officina”. “Scusa, ma dell’officina, come dicono a Roma, non ce ne po’ frega’ de meno. Hai mica un posto con una presa, così ci mettiamo a scrivere?”.

Non eravamo alti, biondi e sottili come David Bowie, ma ci guardò come fossimo due caduti sulla terra, da una galassia molto lontana.

 

 

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