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I sentieri di Cimbricus / Il soffio meraviglioso di Juan Miguel

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Martedì 12 Giugno 2018


echevarria 2 

 

L'elegante gesto (salto) di Echevarria per dimenticare le storture dello sport che ci circonda.


di Giorgio Cimbrico

I fautori del new concept, i paladini dei format innovativi, i sostenitori di un altro modo di offrire l’atletica “sennò il pubblico si annoia”, sono stati battuti, sbaragliati, messi in fuga da un gesto, da un volo che è sembrato lunghissimo ed è durato un meraviglioso soffio, da un atterraggio che ai più vecchi ha ricordato quello di Bob Beamon: vicino al limite, al bordo, ma più calligrafico, più morbido, più bello. E così ha finito di nascere Juan Miguel Echevarria, e non importa che accanto a 8.83 sia scritto 2,1 di vento a favore. È un accessorio, è una regola scritta dall’uomo, è una postilla su cui sarebbe il caso di operare con il bisturi della compensazione: Bob quel giorno saltava a 2248 metri di altitudine e – dicono – con 2,0 di vento di coda.

E non parliamo neppure dell’8,86 di Robert Emmian, ai 1841 metri di Tsakhkadzor, con 1,9 a favore, in una gara-garetta che, confessò Igor Ter Ovanesian, era stata messa su quando era risultato chiaro l’armeno piccolo e elastico poteva proiettarsi molto lontano.

Tutto quello di cui avete bisogno è l’amore, diceva John Lennon; tutto quello di cui avete bisogno per dimenticare le storture dello sport che ci circonda è un gesto, e Juan Miguel, che Daniel Osorio, il suo mentore, chiama il muchacho, quel gesto lo ha offerto, lo ha saputo offrire, ed è il prodotto, per ora finale, più probabilmente transitorio, di un lavoro che va avanti da dieci anni sul ragazzo di Camaguey, provincia orientale di Cuba, la linda Cuba. Se i giamaicani sono potenti, i cubani sono elastici, basta rivisitare liste di nomi, elenchi di cifre lunghe e triple, ricordare i voli di Ivan Pedroso, più aliante che velivolo, più uccello dalle ossa cave che bipede che sfida la legge di gravità.

A occhio, Juan Miguel ha un altro fisico, un’altra potenza: la fase di accelerazione senza l’accentuata ricerca del pre-stacco e senza conseguente tagliar i passi, il decollo, la levitazione supportata da due decisi colpi di compasso in aria. “Sta volando”, ha detto Osorio, ammirato e anche un po’ commosso: capita agli allenatori che hanno avuto in sorte un prodigio e, come i grandi scultori, hanno portato a polimento quel che altri, prima, avevano cominciato a sbozzare.

Il gesto è stato un baleno, un momento di perfezione. Verrà ancora scovata, tornerà mai più? È lo stesso tipo di riflessione per attimi fuggevoli che lasciano segni profondi di cui è disseminata la nostra vita, spesso archiviati in angoli riposti, intimi, a volte inconfessabili.

La brama isterica che governa il mondo che ci accerchia, che si trasforma in laccio, ora chiede: quando farà il record del mondo? quando supererà i 9 metri? Le solite domande che non hanno risposte. Con quel gesto che sull’almanacco andrà nell’elenco degli “wind aided”, aiutati dal vento – sesto di sempre in questa “rubrica” – Juan Miguel ha offerto quanto di meglio un corpo umano e le sue capacità possano dare. Non dovesse più ripeterlo, andrebbe bene così: Meriterebbe di essere ricordato per quanto ha mostrato nel vecchio stadio olimpico dove l’oro olimpico del 1912 fu dell’americano Albert Gutterson con un formidabile 7.60, a un cm dal mondiale dell’irlandese Peter O’Connor.

Andrebbe bene così: può suonare come un’iperbole, come un artifizio dialettico. Echevarria farà 20 anni l’11 agosto e Osorio, che tre anni fa spedì in scena Pedro Pablo Pichardo, dice che molti pezzi nel puzzle debbono ancora andare al loro posto, che il muchacho ha mezzi illimitati, che come lui non ne ha mai avuti nessuno e lo dice anche Ivan Pedroso che a Cuba ha dato nove titoli mondiali e un record nazionale, 8.71, che a Stoccolma ha resistito solo per quel “virgola 1” in più.

Misurato con il vento regolare della coscienza, e dell’amore per l’estetica, è stato magnifico.

 

 

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