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I sentieri di Cimbricus / Viaggio a ritroso nel mondo perduto di Jack

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Giovedì 7 Giugno 2018



Ritorno a Berlino e all'Olympiastadion teatro dei Giochi del 1936. Quelli dello sfortunato kiwi John Lovelock detto Jack.


di Giorgio Cimbrico

Avvicinarsi a Berlino, al suo archivio di ricordi, alle storie tramandate più o meno correttamente tra propaganda maleodorante, giorni di tuono, sino all’annuncio della pira funebre in cui si sarebbe trasformata la città. Berlino è una città di spettri e i nomi sulle targhe delle strade bastano a rievocarli: Plotzensee, dove vennero impiccati i congiurati del 20 luglio; Wedding rossa dei giorni di Rosa Luxembourg e di un tentativo di rivoluzione soffocato nel sangue dai corpi franchi; lo Zoo dove sorgeva la grande torre antiaerea che divenne rifugio, ospedale, osservatorio di un quadro degno di Hyeronimus Bosch: elefanti sventrati dalle granate russe, cammelli e antilopi in fuga che qualcuno sezionò e arrostì. Un custode riuscì a salvare il suo animale preferito (Abu, una cicogna becco a scarpa del Sudan), lo portò a casa, divise con lui il poco cibo. La città era diventata un verso di TS Eliot: la valle dei topi dove dei morti non sono rimate neanche le ossa.

L’amore wincklemaniano per la classicità negli edifici nella parte più orientale di Unter den Linden, il museo (Pergamum) che fa impallidire il British, i battelli per turisti che solcano la Sprea e i canali senza che le guide indichino un vecchi palazzo in Tirpitz Ufer: era la sede dell’Abwehr, il servizio segreto; i palazzoni DDR e la torre della tv voluta dal compagno Honecker in Alexander Platz dove i lupacchiotti di Hitler organizzarono l’ultima resistenza al dilagare dell’Armata Rossa e dove oggi si aggirano spacciatori e alcolizzati (e dove, a Natale, prende forma un affollato mercatino della tradizione).

Berlino ha storie segrete, memorie che la perseguitano, il contrario della reggia di Potsdam che Federico chiamò Sans Souci, senza un pensiero, sprofondandosi con i suoi cani e la sua divisa macchiata in quel mielato rococò che gli faceva dimenticare i bivacchi, le campagne, la sua capitale minacciata, sino al miracolo che sovvertì la guerra e che permise alla Prussia di sopravvivere.

I sogni guglielmini di potere, le guerre, il Reich millenario, lo spazio vitale, l’orrore del genocidio, la catastrofe. Uno dei protagonisti dei Giochi del ’36 aveva una storia da raccontare: Gerhard Stock all’ultimo lancio vinse il giavellotto (e, cosa che poteva accadere solo a quel tempo, quattro giorni prima era stato terzo nel peso) suscitando grande gioia a Hitler e ai suoi sodali. Brandeburghese, prototipo dell’ariano che Arno Breker scolpiva nelle brutte statue per i pantheon di regime: alto, bello, dal volto deciso.

Toccò proprio a Stock, sei anni dopo la sua apoteosi berlinese, capire che tutto sarebbe finito in un’apocalisse. Tenente, era finito nello stato maggiore del corpo d’armata che, dal fronte del Don, era stato spedito a controllare la parte nord della linea di fuoco che aveva investito Stalingrado. In una mattina d’autunno, quando i primi freddi iniziavano a spazzare quella pianura stepposa, Stock regolò il binocolo Zeiss per distinguere nella luce incerta dell’alba che aveva appena finito di combattere con la notte, nel pulviscolo della prima neve: erano T34 russi in gran numero, non attaccavano ma stavano descrivendo un ampio movimento semicircolare: l’operazione Urano stava per saldare la sacca che avrebbe intrappolato la 6° Armata nelle rovine della città. Il 2 febbraio 1943, la resa, l’inizio della fine.       

Olympiastadion, il catino sospeso tra classicità e richiami a un germanesimo sprofondato in un pericoloso mito: pietra cruda, appena sbozzata, fiaccole di bronzo ancora ben saldate ai muri, i resti, ormai celati dal verde del parco, della gigantesca tribuna che correva tutto attorno e che accoglieva straripanti ed eccitate adunanze.

È stato durante una passeggiata dalla stazione allo stadio – o più probabilmente, a buio, nel senso opposto – che per una volta sono riuscito a liberarmi di quegli spettri berlinesi, tedeschi, imperiali, nazisti, para-nibelungici e ovviamente wagneriani, di quei soffi di guerra fredda che la maggior parte dei turisti vanno ad annusare, ma solo per finire nelle gentili mani di un altro fantasma, Jack Lovelock, il primo grande kiwi, il neozelandese dalla vita breve, spezzata da un treno della metropolitana di New York. Non sono stati molti, nella storia dei Giochi, quelli che legarono il nastro della medaglia d’oro dei 1500 al record del mondo: il britannico Charles Bennett nel 1900, l’americano James Lightbody nel 1904, l’australiano Herb Elliott nel 1960 in quella che giustamente qualcuno ha etichettato come l’interpretazione perfetta. Lovelock riuscì nell’impresa a Berlino, il 6 agosto 1936, in fondo a quella che viene considerata, per la trama, per il cast, per lo svolgimento, per i risultati prodotti, una delle più grandi gare di tutti i tempi.

Al via, sei dei primi sette di Los Angeles, a cominciare da chi – Luigi Beccali – metteva in palio la corona, arricchita dai record mondiali del ‘33, 3’49”2 e 3’49”0, centrati ai Giochi Mondiali Universitari di Torino e a Milano, contro i britannici. Lovelock, settimo quattro anni prima, era salito nel 1933 sulla cresta dell’onda vincendo, con il record del mondo, 4’07”6, il miglio dell’incontro universitario tra la selezione americana di Princeton e Cornell e quella britannica Oxford/Cambridge. Per la distanza imperiale la pista di Princeton, New Jersey, si stava trasformando in perno del mondo.

Fu a Princeton, l’anno dopo, che Glenn Cunningham, soprannominato "The Kansas Flyer", portò il record mondiale a 4’06”8 e sarebbe stato ancora lì, nel 1935, in quello che venne presentato come il Miglio del Secolo, che Cunningham si arrese al finale di Lovelock, studente di medicina a Oxford grazie a una borsa di studio Rhodes (uno dei lasciti di Cecil Rhodes, creatore e padrone della British South Africa Company) e campione ai British Empire Games del ’34. Jack stava empiricamente studiando su se stesso gli effetti di uno sforzo prolungato.

Alla disfida berlinese mancavano soltanto William Bonthron che a Milwaukee aveva ritoccato il record di Beccali portandolo a 3’48”8 ma aveva fallito ai Trials, e il piccolo e occhialuto britannico Sydney Wooderson, che dopo la semifinale lamentò una frattura alla caviglia: avrebbe avuto il suo momento di gloria un anno dopo, al meeting londinese dei Blackheath Harriers, con il record mondiale del miglio portato a 4’06”4.

Cunningham prese la testa nel primo giro, per esser rilevato dallo svedese Ny che alla campana provò un attacco. Da dietro sbucò Lovelock che offrì un primo, forte cambio di velocità. Cunningham lo seguì e ai 300 finali notò un certo rallentamento da parte del neozelandese. Era soltanto una tattica ben pianificata: Jack ripartì violento e chiuse in 3’47”8 (42”4 gli ultimi 300, 27”2 i 200 finali), un secondo netto sotto il vecchio record trascinando Cunningham al secondo tempo di sempre, 3’48”4. Per la medaglia di bronzo Beccali regolò l’americano Archie San Romani e il canadese Philip Edwards esprimendosi in 3’49”2, e cioè ai suoi massimi livelli.

Nel ’40 Lovelock, che nel frattempo era diventato medico e avrebbe servito nella sanità neozelandese durante la seconda guerra mondiale, patì una caduta a cavallo che lo lasciò incosciente e gli procurò ricorrenti vertigini, con ogni probabilità la causa della sua drammatica caduta tra i binari della stazione di Brooklyn il 28 dicembre 1949. Stava per compiere 40 anni.

A questo punto, ne ero certo: erano stati la folla che premeva, il brusio che riempiva la stazione, lo sferragliare del treno che stava arrivando a condurmi nel mondo perduto di Jack.

 

 

 

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