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Piste&Pedane / Il futuro dell'atletica italiana e' nel "ritorno al passato"

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Venerdì 11 Maggio 2018

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Per cortesia di Trekkenfild pubblichiamo una intervista a Renato Canova. Con molti spunti per meditare.
 
di Daniele Perboni

Conosciamo Renato Canova dai tempi della rivista Atletica Leggera. Memorabili, precise e analitiche le sue osservazioni tecniche sulle varie manifestazioni mondiali, oltre alle consuete “liste mondiali” stilate sempre con estrema competenza. Poi per varie ragioni ci siamo persi di vista. La sua strada lo ha portato lontano, molto lontano. Ora vive in Kenias, a Iten, dove ha una casa dentro al Kerio View Hotel. Mediamente sugli altipiani ci sta sei mesi l’anno. Il resto del tempo lo divide fra Sestriere, Saint Moritz e altri luoghi “ameni” dove è chiamato per tenere corsi IAAF o clinics organizzati dalle varie Federazioni. Ad una nostra domanda un poco impertinente ha risposto: «Attualmente ho un contratto diretto con la Nike, come supervisore tecnico degli atleti africani che lo richiedano (con i loro management personali, naturalmente), ovviamente se con contratti Nike. Per ulteriore precisazione, non ricevo compensi dagli atleti e con la Nike ho esclusivamente un budget per le spese, in cambio della libertà decisionale».

«Da quando ho lasciato la FIDAL, ho sempre rifiutato contratti con rapporti esclusivi, chiedendo la piena libertà di allenare chi volevo, in cambio delle spese sostenute, ma senza ricercare un guadagno. Ho quindi rinunciato a corposi contratti con Federazioni come quella Cinese o del Qatar avendo però il permesso di allenare atleti di Paesi diversi, in quanto tali contratti comportavano la necessità di avere una esclusiva con la federazione stessa».

Facciamo un gioco. Ha un colloquio di lavoro: in pochi minuti deve convincere chi le sta davanti ad assumerla e perché deve scegliere proprio lei. 

«Non ho mai avuto colloqui di lavoro, ma richieste di collaborare o con Federazioni nazionali o con Management privati. Di norma, le richieste erano finalizzate alla riorganizzazione tecnica di settori federali legati alle specialità di endurance, od alla proposta di allenamenti diretti con alcuni atleti top. In alcuni casi, si è passati da una situazione di rapporto personale con l’atleta (il caso più eclatante è stato quello con Stephen Cherono, cresciuto con me fin dall'inizio della sua attività) alla richiesta di una collaborazione federale in un ruolo più ampio, quando l'atleta ha rappresentato la propria nazione in qualche campionato ufficiale. In altri casi, come la Cina, una richiesta di risollevare le sorti delle specialità di endurance dopo una conoscenza avvenuta sotto i crismi della IAAF, durante un corso di tre settimane tenuto all'Università di Pechino per gli allenatori dei Paesi asiatici. 

In tutti questi casi, ho sempre cercato di capire, in tutta onestà, gli obiettivi dei richiedenti, senza farmi influenzare dalle lusinghe rappresentate dal ricoprire un ruolo ufficiale di importanza nell’ambito della Federazione o nella organizzazione del management.

A questo proposito, posso raccontare un aneddoto quando firmai per il Qatar. Non appena giunto a Doha, il segretario generale del Comitato Olimpico del Qatar (QNOC) mi portò a visitare i siti di allenamento della capitale, prima di condurmi nel grattacielo dello stesso per compilare i documenti necessari per il contratto. Per ottemperare a questa necessità, dovetti girare un sacco di uffici in piani diversi (il palazzo del Comitato Olimpico è alto 26 piani), constatando la totale inefficienza dei funzionari, che non conoscevano alcunché della Federazione locale di atletica, ma solo le situazioni legate a società partecipanti al campionato qatariota di calcio.

Il giorno successivo, nell'ufficio presidenziale posto al 26esimo piano, incontrai il Presidente del QNOC, l'attuale Emiro (Thamim Al-Bani), dal quale ebbi l'onore di essere ricevuto personalmente in virtù del fatto che Shaheen (Cherono ndr) aveva vinto il primo titolo mondiale, e lui mi domandò se ero stato colpito dalle strutture che avevo visitato (il Qatar si apprestava, due anni dopo, ad organizzare i Giochi Asiatici). Io risposi, memore dei miei giri a vuoto negli uffici governativi, che, sì le strutture erano eccezionali, ma “se volete vincere non solo la medaglia della miglior organizzazione, ma anche qualche medaglia sul campo, si dovevano cambiare molte cose nella gestione del Comitato Olimpico”. Il Presidente Thamim rispose: “Il QNOC è il meglio organizzato al mondo”, al che io spinsi verso di lui la bozza di contratto dicendo: “Principe, una domanda. Perché volete sipulare un contratto con me? Per vincere qualche medaglia? Perché prima di Shaheen non avevate mai vinto medaglie importanti? Se è per questa ragione, voi dovete fare quello che io propongo, e non io fare quello che voi proponete, altrimenti potreste procedere da soli”.

Il segretario generale, non appena Thamim ritornò nel suo studio, mi disse: “Renato, nobody has spoken with the Prince in this way ... (Renato nessuno ha mai parlato al Principe in questo modo)”. Il giorno successivo, lo stesso segretario generale venne a prendermi in Hotel dicendomi “Il Principe ha riflettuto ed ha capito, hai carta bianca”.

Penso che il segreto stia, semplicemente, nell’essere se stessi, dimostrare professionalità e desiderio di conseguire risultati e non di perseguire ricchi contratti, e di proporre progetti precisi, non accettando compromessi pur di ottenere dei ruoli di prestigio».

Chi o che cosa l’ha spinta a lasciare l’Italia e affrontare una vita completamente diversa, tenendo presente che non era proprio giovanissimo ...

«La possibilità di rispondere ad alcune questioni che da sempre mi ritrovavo ad affrontare:
A) Le metodologie che avevo applicato con i nostri atleti migliori, sarebbero servite anche in un ambiente diverso, e con atleti di talento superiore?
B) È la metodologia “ufficiale” alla base dello sviluppo degli atleti migliori al mondo nell'endurance, o invece talento fisico e mentale, modo di interpretare l'allenamento, capacità aggressiva verso fatica e sofferenza, grande sensibilità nei confronti del proprio corpo, e differenze ambientali, sono alla base dei cambi di metodologia avvenuti negli anni?
C) Gli atleti debbono seguire un programma di allenamento legato alla specialità prescelta, od invece il programma deve essere costruito sull’atleta, seguendo quindi le caratteristiche individuali?
D) È più corretto costruire una grande base aerobica a media intensità prima di passare alla qualificazione (quindi, volume prima dell’intensità), o far crescere contemporaneamente il livello aerobico intensivo e le capacità velocistiche specifiche, a partire dalla giovane età?
E) È più facile estendere l’intensità, o qualificare il volume generico?

Da un punto di vista non tecnico o metodologico, ma filosofico, la voglia di conoscere dal vivo situazioni sociali ed ambientali che stanno alla base di diverse interpretazioni del modo di vivere, e di imparare sempre cose nuove. Per essere un bravo professore, non si deve mai smettere di essere studente».

Differenze caratteriali, tecniche e di approccio alla fatica fra gli atleti italiani (ed europei o “bianchi” in generale) e quelli arabo-africani?

«La differenza di approccio è lampante al giorno d'oggi, meno lo era 30 anni fa. Faccio un esempio: se dico ad un atleta europeo e ad un kenyano di correre un’ora a tre minuti al chilometro per 20 chilometri, ed ambedue non sono in grado di farlo, l'europeo decide di correre un'ora più lentamente (per esempio a 3'15"), mentre l'africano parte a tre minuti e quando non ce la fa più si ferma. Dal punto di vista mentale, l'africano parte da un concetto di intensità che progressivamente tende ad estendere a livello temporale (quindi dalla qualità), mentre l'europeo parte da un concetto di volume che dovrà qualificare in un secondo tempo.

Dal punto di vista sia mentale che fisiologico, la scelta dell'europeo non potrà mai produrre lo stesso livello di risultato, poiché in tal modo non si adattano nè la fisiologia nè la mente ad agire con continuità ad alti livelli di intensità, e diventa impossibile raggiungere i picchi di fatica e dolore richiesti alla prestazione personale di massimo livello possibile».

Che cosa la stimola di più nel continuare e che cosa, invece, la farebbe ritornare sui suoi passi e rientrare in Italia a seguire atleti azzurri?

«Non avendo mai avuto una motivazione finanziaria nelle mie scelte, ma avendo sempre ricercato la soddisfazione di far avvicinare gli atleti a quei risultati che ritenevo fattibili in funzione del loro talento “apparente”, ho sempre accettato di allenare direttamente atleti di diverse etnie e nazioni, di valori difformi, che avessero deciso di fare scelte di vita “professionali”, per un certo periodo della loro esistenza, mettendo la ricerca del massimo risultato ottenibile, ovviamente in modo lecito, in testa ai loro interessi. Al momento alleno atleti norvegesi come Sondre Moen (primatista europeo di maratona), russi come Stepan Kiselev, Dmitry Safronov e Reunkov (i migliori maratoneti nazionali), tedeschi come Arne Gabius (2h08’33” in maratona), israeliani come Lonah Kimutai Salpeter (recentemente 31'39" sui 10.000 in solitudine), oltre agli africani, e consiglio molti altri appartenenti a nazioni diverse. Comune denominatore: la voglia di mettersi in discussione per migliorare, la scelta di passare lunghi periodi in altitudine, e la mentalità di credere nell'allenamento, senza pensare ad aiuti esterni. Personalmente, ritengo che non esista maggiore motivazione che quella di vedere fino a dove si può arrivare usando solo le proprie forze (quindi, con me, no integratori, no supplementi, ma solo allenamento).  

Ritornare ad allenare atleti azzurri sarebbe possibile solo se il nostro movimento facesse un bagno di umiltà e gli allenatori ritornassero a considerare quello che è essenziale nella preparazione, invece di perdersi dietro elementi che non hanno nessun significato specifico (al di là di perder tempo e di ammorbidire le qualità mentali degli atleti). I nostri corrono poco e corrono piano, dando troppa importanza al lato estetico rispetto a quello funzionale. La miscelazione di tecnici senza esperienze specifiche in endurance ma con preparazione essenzialmente teorica orientata ad un eccesso di valutazione per la parte biomeccanica ha prodotto danni quasi insanabili a livello delle scelte metodologiche, con la conseguenza di produrre atleti senza adeguate caratteristiche mentali, anche se belli a vedersi. Solo avendo carta bianca per un “ritorno al passato” potrei oggi essere interessato ad un futuro italiano».

Un suo giudizio sull’atletica nostrana in generale e sul perché non riusciamo a capitalizzare gli innumerevoli successi a livello giovanile. 

«Il discorso sarebbe troppo lungo, e dovrebbe partire da lontano. Le radici non sono solo tecniche, ma anche organizzative ed ambientali. Di certo viviamo un periodo protezionistico dove non si stimolano gli atleti ad una visione “aggressiva” nei confronti degli allenamenti. Siamo l'unico Paese al mondo ad aver inventato una ridicola categoria “under 25”, quasi i venticinquenni avessero bisogno di supporti particolari per emergere, confondendo gli juniores con atleti che dovrebbero essere nel pieno della loro maturità. A 25 anni Baldini diveniva campione del mondo di maratonina nel 1996 e Giacomo Leone vinceva New York. A 24 anni Francesco Panetta vinceva i mondiali di Roma e Cova diventava campione d'Europa ad Atene. A 22 Salvatore Antibo era quarto sui 10.000 all'Olimpiade di Los Angeles. A 20 Di Napoli correva in 3'32"98. A 23 anni Mei vinceva il titolo europeo dei 10.000. Ed anche nelle altre discipline la situazione non era dissimile: Berruti divenne campione olimpico a 21 anni, Mennea a 20 anni vinceva il bronzo olimpico a Monaco 1972, Gabriella Dorio correva sotto i 4 minuti i 1.500 e Sara Simeoni faceva il record del mondo.

Il vero problema è che l'atletica italiana attuale si è gradatamente posizionata su livelli amatoriali come impegno e mentalità, facendo finta di progredire perché ogni anno aumenta il numero dei tesserati (considerando gli amatori ultraquarantenni che prendono la RunCard ...) ma diminuisce l'efficacia sia del reclutamento sia del progetto tecnico avanzato.

Si deve decidere se è più importante avere grandi numeri di atleti episodici ed amatori, o un ridotto numero di atleti di vertice vero. O, come possibile, tenere in piedi ambedue le situazioni, ma con premesse ben diverse sia a livello organizzativo che livello di mentalità».


LA SCHEDA PERSONALE

Renato Canova è nato a Torino il 21 dicembre 1944, si è diplomato all’SEF nel 1967. Nel 1969 ha ricoperto, per la prima volta, un incarico in Federazione (responsabile per la squadra juniores femminile 400-800 nell’incontro con la Jugoslavia a Signorino di Pistoia). Nel periodo 1971-1972 è stato vice di Tito Morale (caposettore 400, 400hs e 4x400), con Marcello Fiasconaro che si allenava sotto la sua guida a Torino. Dal 1975 al 1985 è stato caposettore delle prove multiple e successivamente (dal 1985 al 1987) ha ricoperto il ruolo di responsabile del settore maratona femminile, di tutta la Maratona con Gigliotti dal 1988 e del mezzofondo in genere nel periodo 1988-1996 (settore con un pool di responsabili comprendente Lenzi, Gigliotti, Canova e Polizzi). Quindi: responsabile ricerca e sperimentazione metodologica 1997-99, direttore tecnico scientifico 2000-2002. Il 31 dicembre 2002 ha dato le dimissioni da tutti gli incarichi federali.

Responsabile endurance in Qatar 2004-2010 (dimissioni subito dopo gli Asian Games di Guangzhou per motivi di rispetto umano nei confronti dei kenyani). Responsabile endurance in Cina 2013-2015. Dimissioni (con contratto a fine 2016) subito dopo i Mondiali di Pechino 2015 «Perché non era possibile modificare situazioni strutturali legate alle Provincie che impediscono una evoluzione della organizzazione atletica».


MEDAGLIE E RECORD DEI SUOI ATLETI

• MEDAGLIE AI GIOCHI OLIMPICI

Wilson Boit Kipketer (2000 - Argento) 3000 siepi
Edwin Soi (2008 - Bronzo) 5.000
Abel Kirui (2012 - Argento) Maratona
Thomas Longosiwa 2012 - Bronzo) 5000
Wilson Kipsang  (2012 - Bronzo) Maratona

• MEDAGLIE AI CAMPIONATI MONDIALI

Caleb Ndiku (2014 - Argento) 5.000
Moses Mosop (2005 - Bronzo) 10.000
Saaeed Saif Shaheen (2006 - Argento) 3.000 indoor
Wilson Boit Kipketer (1999 - Argento) 3.000 siepi
Paul Kosgei (1998 - Bronzo) Cross corto
Sergey Lebid (2001 - Argento) Cross lungo
Wilbeforce Talel (2002 - Bronzo) Cross lungo
Abdulla Ahmed Hassan (2005 - Bronzo) Cross
Moses Mosop (2007 - Argento) Cross
Martin Sulle (2003 - Bronzo) Mezza maratona
Abdulla Ahmed Hassan (2004 - Bronzo) Mezza maratona
Mubarak Shami (2005 - Argento) Mezza maratona
Robert Kipchumba (2006 - Argento) 20 km strada
Abdullaed Hassan (2008 - Bronzo) Mezza maratona
Sylvia Kibet (2009 - 2011 - Argento) 5.000 F
Jeruto Kiptum (2005 - Bronzo) 3.000 siepi F
Maria Curatolo (1987 - Bronzo) 15 km strada F
Ornella Ferrara (1995 - Bronzo) Maratona F
Lydia Cheromei (2004 - Argento) Mezza maratona
Rita Jeptoo (2006 - Bronzo) 20 km strada F

• CAMPIONI DEL MONDO

Christopher Koskei (1999) 3000 siepi M
Saaeed Saif Shaheen (2003 - 2005) 3.000 siepi M
Caleb Ndiku (2014) 3.000 indoor M
Imane Merga (2011) Cross M
Wilson Kiprop (2010) Mezza maratona
Abel Kirui (2009 - 2011) Maratona M
Geoffrey Kirui (2017) Maratona M
Dorcus Inzikuru (2005) 3000 siepi F
Florence Kiplagat (2009) Cross F
Florence Kiplagat (2010) Mezza maratona F
Irene Cheptai (2017) Cross F

• CAMPIONI DEL MONDO JUNIORES

Robert Kipchumba (2000) Cross - 10.000
Ronald Rutto (2004) 3000 siepi
Caleb Ndiku (2010) Cross - 1500
Remmy Limo Ndiwa (2006) 1500
Willy Komen (2006) 3000 siepi
Gladys Kipkemboi (2004) 3000 siepi F

• RECORD MONDIALI

3000 siepi (Saaeed Saif Shaheen, 7'53"63 / 2004, tuttora in vigore).
25.000 e 30.000 maschili (Moses Mosop, 1h12’27” e 1h26’47” / 2011, tuttora in vigore)
25 km su strada (Paul Kosgei, 1h12’25” / 2006)
Maratona (Wilson Kipsang, 2h03’23”/ 2013)
15 km strada donne (Florence Kiplagat, 46'15" / 2016)
20 km su strada donne (Florence Kiplagat, 1h01’56” / 2015 e 1h01’54” / 2016)
Mezza Maratona donne (Florence Kiplagat, 1h05’12” / 2015 e 1h05’09” / 2016)

• RECORD EUROPEI

Maratona (Sondre Nordstadt Moen, 2h05’48” / 2017, tuttora in vigore)

• RECORD MONDIALI JUNIORES

Miglio uomini (James Kwalia, 3'50"43 / 2003)
1500 uomini (Ronald Kwemoi, 3'28"81 / 2014, tuttora in vigore)

 

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