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I sentieri di Cimbricus / "Dio mio, ma allora e' vero che sono nero"

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Sabato 10 Marzo 2018

thompson

Rivendicando l'origine ghanese, Mario Balotelli se la prende coll'italo-nigeriano Toni Iwobi che diverse migliaia di italiani hanno mandato in Senato. Avrà capito di cosa parla?

di Giorgio Cimbrico

C’è chi si è accorto di essere nero mentre andava a Buckingham Palace, in tight e cilindro color tortora: “Dio mio, sono nero? Non me ne ero mai accorto”, regalò un clamoroso sorriso Daley Thompson prima di essere ammesso al cospetto della Regina e ricevere un cavalierato al tempo in cui bastava un solo Orazio britannico, scoto-nigeriano, per piegare tre Curiazi nibelunghi. C’è chi ha sempre saputo di essere nero: fu un motivo di orgoglio per Chester Williams quando diventò il primo Springbok scuro in mezzo a tutti quei biondoni boeri che tra loro parlavano uno strano dialetto olandese. Di solito quelli come lui, in quel Sudafrica che appena albeggiava, venivano chiamati kaffir.

C’è chi non mai dato troppa importanza al colore: Peter Norman volle una spilla dello Human Rights Olympic Project e se l’appuntò sulla tuta mentre Tommie Smth e John Carlos, scalzi, si infilavano i guanti e si avviavano verso il podio, quel podio.

C’è chi, sembra un gioco di parole, è stato nominato bianco tra i neri: è capitato ai maori che giocavano negli All Blacks in un tour in Sudafrica, quando la notte dell’apartheid non gareggiava ancora con i primi chiarori e Mandela soggiornava nei due metri per tre di Robben Island, battuta dai venti australi.

C’è chi ha vinto quattro medaglie d’oro e non è stato atleta americano dell’anno e lasciato fuori della Casa Bianca: è capitato a Jesse Owens dopo Berlino. Meglio Glenn Morris che era bello, bianco e che il dottor Goebbels avrebbe voluto nella parte di Sigfrido.

C’è chi è sempre stato fiero, sino alla sfacciataggine e alle estreme conseguenze: Alì e Malcolm X.

E ora, per chi come noi ha sempre vissuto nello sport, nella sua narrazione, è venuto il momento di dire la verità, praticando per sommi capi, in semplici soldoni, un po’ di etnologia, di etnografia, per giungere alla conclusione che se il primo uomo a usare sempre più frequentemente i piedi è stato kenyano, etiope, forse dell’Africa Australe, il modello di campione, l’idea di forza e abilità, sono nati in Africa Occidentale, nelle tribù del Senegal, del Togo, del Dahomey, della Costa d’Oro, della Nigeria, della Costa d’Avorio.

Gli arabi li catturavano nell’entroterra e li vendevano a portoghesi, spagnoli, olandesi, inglesi che sapevano di combinare buoni affari: Il viaggio era bestiale, il cibo orrendo, il trattamento inumano, ma almeno metà del carico arrivava a Cuba, a Barbados, in Giamaica o sulla costa della Carolina e lì messo all’asta. Venivano disperse le famiglie, non la fibra.

E così l’Africa occidentale ha popolato le isole che erano state spopolate rapidamente dai loro originari abitanti (secondo solerti missionari spagnoli erano più bestie che essere umani, e così privi dell’anima) e che, da Bahamas a Trinidad, da quattrocento anni sono abitate dagli eredi di quegli schiavi. E identiche radici hanno i neri d’America.

È un elenco interminabile, di uomini e di donne, che hanno costruito lo sport di ieri e di oggi, che si apprestano a occupare quello di domani, andando a conquistare spazi un tempo negati, in nome di formidabili patrimoni concessi dalla natura. Vi viene in mente un bianco che assomigli a Bolt?

Sabato, a Parigi, Francia e Inghilterra si scontrano in una delle più classiche battaglie ovali: nella seconda linea della Rosa, Maro Itoje, bello come Clay, colto, gentile e feroce quando occorre: nella prima linea dei Galli-Galletti, Jefferson Poirot, indagatore di se stesso attraverso studi psicologici. L’uno e l’altro sono doni della Nigeria.

 

 

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