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PyeongChang 2018 / Cerimonia d'apertura, spremute di sentimenti

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Sabato 10 Febbraio 2018

alibaba

di Gianfranco Colasante

Spremute di sentimenti e lacrimevoli accenni da libro Cuore. Le parole più gettonate? Speranza, pace, fratellanza, festa, sogno. Questi ventitreesimi Giochi Invernali non lontani dall'insanguinato 38° parallelo rischiano di passare alla storia più per il merluzzo secco e il kimchi bianco che hanno riunito attorno allo stesso desco le delegazioni delle due Coree, che per i risvolti sportivi o per le pacioccone guerre al doping che li hanno preceduti. Missili sparacchiati a caso, muscolari esercitazioni navali, gigantesche parate militari, minacciosi sorvoli, bottoni esibiti a chi ce l'ha più grosso: tutto dimenticato in pochi giorni. Tutti fratelli, come amano ripetere (e scrivere) i bempensanti da salotto. Intanto, più che sfilare assieme sotto una bandiera inesistente, profilo azzurro della penisola più calda del pianeta su sfondo bianco-latte olimpico, sarà meglio attendere la verifica dei nuovi scenari politico-economici.

A quando, cioè, nord e sud coreani - a Trump piacendo, ovviamente - potrebbero ritrovarsi a Pyeonyang (quell'altra, la capitale del piccolo satrapo) dove Kim Yo-jong, dismessa sorella del dittatore Kim Jong-un, ha invitato il presidente Moom Jae-in, un democratico da pochi mesi impegnato a risollevare il suo paese dalla corruzione che ha portato in carcere la precedente leader. Tutto bello, tutto credibile ma da verificare, tanto che Thomas Bach, dopo notti insonni, ha finalmente tirato un sospiro di sollievo. E ne ha fatto la centralità del suo intervento inaugurale.

kim 2   Kim Yuna

CERIMONIE - Iniziata alle 8,02 con gli ammiccanti fuochi d'artificio e proseguita per due ore e 17 minuti. Con una temperatura da 4/5° sotto zero e in uno stadio destinato a venir presto smontato, presidiato da 35.000 spettatori infreddoliti che, tramite una serie di 16 led da manovrare, hanno avuto parte attiva in tutta la cerimonia.

Dopo l'ingresso della beneagurante tigre bianca, alle 8,25 ha avuto inizio la sfilata delle 91 rappresentative, in buona parte folkloristiche, ordinate secondo l'alfabeto coreano: dopo la Grecia, guarda caso, tre nazioni africane - tra le meno interessate a neve e ghiaccio - Ghana, Nigeria e Sud Africa, a precedere l'Olanda e poi via via le altre. Il clou, ovvio, è per le due Coree con la bandiera inesistente disegnata da Bach, tenuta a quattro mani dalla hockeysta Hawang Chung-kum (nord) e dal bobista Won Yun-jong (sud).

Il tricolore affidato ad Arianna Fontana, è apparso al n. 59 della lista, a separare due paesi che proprio non si sono mai amati, Iran (portabandiera una fondista) e Israele. Tra i tanti a trepidare, il presidente Giovanni Malagò, alla sua terza esperienza olimpica, ma un po' distratto per le parole non proprio di miele (riferiscono dall'Italia) che gli riserva Urbano Cairo, uomo forte dello sport italiano. C'è poi il presenzialista ministro in scadenza Luca Lotti. L'ultima volta, a Sochi, era arrivato l'allora premier Enrico Letta, si proprio quello della campanella, e il viaggio non gli portò proprio bene.

Per gli azzurri le divise di Armani, per gli statunitensi (i più numerosi, con 244 elementi, esattamente il doppio dei nostri) quelle disegnare da Ralph Lauren. Ma c'è stato anche chi, malgrado la temperatura, ha sfilato in bermuda, e chi a torso nudo come Pita Taufarofua, il portabandiera di Tonga, anche se prudentemente cosparso di olio protettivo: proverà a gareggare nel cross, due anni fa a Rio lo avevamo visto nel Taekwondo. Miracoli della globalizzazione e dei mercati che tutto indirizzano e governano. Anche le Olimpiadi, Invernali o Estive che siano. Ovviamente, come insegna il gigante cinese dell'e-commerce Alibaba, diventato partner principale del CIO.

TRIPODE - Chiusa la sfilata, è venuto il momento dei discorsi e della simbologia. Bach ha iniziato in coreano, prima di passare al francese e al più rassicurante inglese, lui che è di lingua madre tedesca. Quindi il presidente della repubblica Jae-In Moon ha formalmente aperto i Giochi. Subito dopo ha preso vita l'elaborato percorso finale della torcia, mentre l'inno olimpico veniva cantato (in francese) dalla soprano Su-Mi Hwang. Il giuramento a nome degli atleti, con qualche lieve ritocco dettato dal politically correct, lo ha declamato (in coreano) il pattinatore Tae-Bum Mo, vincitore nei 500 metri a Vancouver 2010:

"A nome di tutti gli atleti, promettiamo di partecipare a questi Giochi Olimpici, rispettando ed attenendoci alle regole e allo spirito del fair play. Noi tutti confidiamo in uno sport senza doping e senza inganni. Tutto questo per la gloria dello sport, per l'onore delle nostre squadre e nel rispetto dei Fondamentali Principi dell'Olimpismo".

Infine, sul tema musicale "Let Everyone Shine", quattro tedofori hanno consegnato il fuoco a due giocatrici di hockey, una nord-coreana e l'altra sud-coreana, che l'hanno portato fino alla base del tripode, affidandolo alla pattinatrice di artistico Kim Yu-Na (oro a Vancouver e argento a Sochi) che - sui pattini con lame - ha finalmente acceso il braciere: erano le ore 10,09 del 9 febbraio.

I XXIII Giochi Olimpici Invernali potevano cominciare. 


 

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