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I sentieri di Cimbricus / United, il giorno che spense il sorriso

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Giovedì 8 Febbraio 2018

united 2

di Giorgio Cimbrico

Sessant’anni fa, appena nove dopo Superga, un’altra tragedia spazzò una grande squadra. Del Toro, rosso come il sangue e il barbera (Giovanni Arpino), non rimase nessuno; del Manchester United, un nucleo di sopravvissuti che, come disse Bobby Charlton, “quel giorno perse gli amici e il sorriso”. Charlton aveva 20 anni: lui e Harry Gregg, il portiere, sono gli unici rimasti. Voci da una tragedia. “Voli cancellati: arrivo domani”, telegrafa a casa Duncan Edwards prima che li richiamino per il terzo tentativo di decollo. “Qui c’è da morire: bene, sono pronto”, mormora Liam Whelan salendo a bordo e leggendo il proprio destino. “Andiamo in fondo, è più sicuro”, invita Frank Swift, il vecchio portiere della Nazionale e del City, diventato commentatore per News of the World. “Cristo, non lo tiriamo su”, grida Ken Rayment, secondo pilota, a James Thain, il comandante. La velocità cala, l’Elisabethan della Bea, volo 609, piega sulla sinistra, esce dalla pista, investe alberi, entra in una casa, inizia a bruciare.

Le tre passate da poco di sessant’anni fa, 6 febbraio 1958, Monaco di Baviera, neve, fiamme, fumo, sirene all’aeroporto di Riem: l’aereo del Manchester United non si è alzato, Harry Gregg, il portiere, è ferito ma tenta di dare una mano estraendo corpi: vivi, morti, non lo sa. “Quando mi sono passato una mano sulla testa l’ho vista tutta rossa di sangue”. Gregg e Bobby Charlton sono gli ultimi ancora in vita che possono raccontare quel che è avvenuto. Otto giocatori, due allenatori, il segretario, otto giornalisti andati a Belgrado con la squadra, l’agente di viaggio, un tifoso, amico dei vertici del club.

Sabato scorso, a Old Trafford, partita con l’Huddersfield, ancora una volta i tifosi sono andati silenziosi sotto la tribuna di sud-est dove un orologio è fermo all’ora di Monaco. L’ultima ora per otto dei Busby Babes, i ragazzi dello scozzese Matt che aveva avuto il padre caduto sulla Somme e sapeva che la tragedia è sempre lì, appollaiata sul primo ramo. Busby uscì a pezzi, gli diedero due volte l’Estrema Unzione ma le vere rovine erano dentro. Lo scosse Jean, sua moglie: “Matt, se i ragazzi fossero ancora vivi, ti direbbero di andare avanti”. E così tornò e con la seconda generazione dei suoi Babes, il Manchester United vinse la Coppa dei Campioni, prima squadra britannica a riuscirci.

Sessant’anni dallo schianto, mezzo secolo dalla vittoria a Wembley, contro il Benfica di Eusebio. Poteva arrivare proprio in quei giorni terribili, la Coppa: dal Real Madrid era arrivato l’invito ad assegnarla a loro, ai morti, ai vivi e a quelli che come Johnny Berry e Jackie Blanchflower non avrebbero più sentito l’erba sotto i piedi, ma non se ne fece niente.

Raccontano che il giorno prima di morire, dopo due settimane di strazio, il meraviglioso Duncan Edwards abbia domandato l’ora del calcio d’inizio di United-Sheffield Wednesday che i superstiti, le riserve e qualche giocatore messo sotto contratto con la fretta del dolore, avrebbero giocato il giorno dopo. Non arrivò a sapere il risultato, 3-0 per i Red Devils.   

Ripercorrere quel che avvenne in quelle due ore tra l’atterraggio a Monaco di Baviera e una partenza fallita significa finire nel solito labirinto del caso o di quello che gli antichi greci chiamavano fato. Erano andati con un charter perché nel turno precedente, quando avevano eliminato il Dukla Praga, al ritorno, con un volo di linea, avevano trovato nebbia sull’Inghilterra, erano stati costretti ad atterrare a Amsterdam, prendere il ferry dalla costa olandese ad Harwich e da lì in treno a Manchester. Erano tutti stanchi, tre giorni dopo pareggiarono con il Birmingham City e Busby non era contento. Così, molto più comodo. Sistemata la Stella Rossa, il prossimo ostacolo era il Milan: quelli che non schiacciavano un sonnellino, cominciarono a parlarne dopo la partenza da Belgrado. “Ora pensiamo al campionato”, disse Busby che puntava all’accoppiata.

Alle 13,15 l’Airspeed Ambassador, due motori a elica, prese terra in Baviera. Il tempo di fare il pieno e ripartire: l’autonomia, a quel tempo, era limitata. Alle 14,31 primo tentativo di decollo: sia Rayment che Thain vengono dalla Raf, hanno servito in guerra. Si accorgono che uno dei motori, il sinistro, non ha la necessaria potenza, fanno marcia indietro, riprovano tre minuti dopo ma non sono convinti. Segnalano alla torre di controllo che hanno un problema e tornano verso il terminal. E’ allora che la comitiva scende e che Edwards manda il telegramma. Ma dopo un quarto d’ora, tutti a bordo.

Nel frattempo inizia a nevicare, sempre più fitto. “Il vostro spazio per decollare finisce alle 15,04”, li avvertono dalla torre. Alle 15,03 iniziano la rincorsa su quei due chilometri di asfalto, raggiungono i 217 km che potrebbero bastare per far alzare l’aereo ma da quel momento la velocità decresce: la pista è diventata un nastro di fanghiglia. “Cristo, non lo tiriamo su”. Così muore una squadra: diventò il titolo del libro di Frank Taylor, uno di quelli che si salvarono portando per sempre addosso le ferite di quel giorno e le voci di chi era seduto a fianco.

 

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