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Giornale di attualita' storia e documentazione sullo Sport Olimpico in Italia

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I sentieri di Cimbricus / Giochi freddi e cittadini contro

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Giovedì 4 Gennaio 2018

pc-premiazioni 2

di Giorgio Cimbrico

A cinquant’anni da Franco Nones (oggi l’aggettivo storico è inflazionato, specie da chi in tv ha a disposizione un microfono dentro cui urlare isterico, ma lui lo è stato), dal bang-bang bob di Eugenio Monti, dal tris, con qualche spinta nei nobili glutei, di Jean Claude Killy, mi domando se le Olimpiadi Invernali abbiano un futuro. Se non esistessero grandi aziende, grandi marche, grandi interessi, nuovi mercati, no. Mi domando anche se, riportando dal mondo delle tenebre qualche nume, qualche spirito degli inverni passati (Dickens è sempre utile), o chiacchierando con qualche coetaneo (Gustavo Thoeni, ad esempio), questi Giochi con tubi dentro cui dei tipi in bracaloni si dondolano, brevi discese dove si saltella sugli sci con un ritmo da Parkinson, mini-pattinaggio di velocità, fondo-sprint (che è una contraddizione in termini) e altre amenità, sarebbero ancora riconoscibili a chi ne ha frequentati altri, molto diversi, molto normali.

D’altra parte, i Signori degli Anelli ci hanno abituato a ecumeniche e “disinteressate” aperture. L’ultima è quella sui videogiochi. Viva i dardi, o freccette, allora, u mondo dove i campioni sono extra large e birrosi.

Prima di tutto, un rilievo geografico: gli sport invernali sono nati in Scandinavia – Oslo è la culla – e sulle Alpi, specie quelle svizzere. In “Addio alle Armi”dove vanno il protagonista e la sua amata? A Murren. In alcune località elvetiche e austriache i promotori di competizioni diventate classiche furono britannici che capitavano da quelle parti.

Le ultime Olimpiadi ospitate dal Grande Nord sono state quelle di Lillehammer, nel 1994 (per l’Italia, trionfali); le ultime Olimpiadi nell’arco alpino, a Torino, nel 2006. Di quei giorni in città e nelle vallate sono rimasti pochi segni: budello di bob e slittino, abbandonato; percorso del biathlon, sparito; trampolini di Pragelato, inutilizzati; ghiaccio sbrinato. Costa troppo. Ricordo che di fronte ai successi di Fabris, un giornalista danese mi domandò: “Quanti pattinatori avete in Italia?”. “Settanta”, risposi. “Vuoi dire settemila?”. “No, no, settanta”. Il danese mi guardò con aria interrogativa: forse pensava che lo stessi ingannando.

Vancouver 2010, Sochi (o Putingrad) 2014, Pyoeng Chang 2018 sono state e sono le tappe successive. E nel 2022 Pechino diventerà la prima città ad aver accolto Giochi Estivi e Invernali: sembra una battuta tratta dal Dittatore dello Stato Libero di Bananas o un vertiginoso gioco di parole degno del miglior teatro yiddish, ma è solo la verità, lo stato delle cose.

Nel frattempo alcune delle località tradizionali – Monaco di Baviera, Oslo, Salisburgo, Sion – hanno pensato di porgere candidatura ma l’idea è morta in culla, soprattutto dopo interventi popolari che hanno bocciato ambizioni definite, a voler esser gentili, improvvide. Di fronte a questo sensato atteggiamento, e senza dar peso a quanto è accaduto a Torino e dintorni, negli ultimi mesi ha avuto il suo spazio la chance di un attacco milanese ai Giochi del 2026, come parziale consolazione all’addio a Roma 2024. In questo caso, non sarebbe male rievocare altri memorabili motti: sono indeciso se ricorrere all’Armata Brancaleone, ai Soliti Ignoti o a Frankenstein Junior. La vita è burla, dice Falstaff.

Non resta che attendere e tra un mese spostarsi dalle parti del 38° parallelo. Linea calda per Giochi freddi. Chamonix mon amour, Innsbruck mein liebe, Cortina amore mio dove siete finite?


 

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