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I sentieri di Cimbricus / Le statue che (in)segnano la memoria

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Mercoledì 6 Dicembre 2017

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(gfc) Il gruppo bronzeo d'apertura - il podio dei 200 di Città del Messico, or sono cinquant'anni - non è quello dedicato a Tommie Smith e John Carlos dall'Università di San Josè. Questo si trova al Museo Nazionale dell'African American History, presso la Smithsonian Institution. Dall'altro, riprodotto più in avanti, manca il secondo classificato, il nativo australiano Peter Norman [1942-2006], bianco, che appoggiò la protesta dei due neri e suggerì l'idea del doppio guanto. Un gesto che, al ritorno a casa, gli costò l'ostracismo da parte delle autorità non solo sportive del suo paese. E che gli impedì di partecipare, come avrebbe avuto tecnicamente diritto, ai Giochi del 1972 pagandolo duramente per il resto dell'esistenza. Salvo una postuma e imbarazzante riabilitazione.  

di Giorgio Cimbrico

Lo spunto è la statua di Usain Bolt - della quale abbiamo presentato tempo fa il bozzetto - che al National Park di Kingston è andata a raggiungere quelle di Arthur Wint (la prima ad esser stata piazzata in quel moderno Pantheon), di Herb McKenley, di Don Quarrie e di Merlene Ottey. Se c’è qualche giovane che legge questo quotidiano on line gli consiglio vivamente di far qualche ricerca sui primi due: avrà coinvolgenti e commoventi sorprese. Tema, dunque, le statue, quelle che ho visto e che non sono necessariamente legate all’atletica. La prima risale all’annuale visita al cimitero di Staglieno che, piccolissimo, facevo con mio padre: Alfredo Gargiullo spalancava le braccia sull’arrivo. 1906-1928 diceva la pietra, un lampo in vita, ma in tempo per correre ai Giochi di Parigi, quelli di Eric Liddell, superare le batterie, fermarsi ai quarti come il suo compagno d’avventura Luigi Facelli. Prima di morire, nel ’27, 49”0. Mio nonno, che lo incrociò, ricordava che aveva ricevuto l’invito per partecipare alle 440 yards dei campionati inglesi che al tempo valevano un campionato europeo e dove fu secondo.

Vado su e giù per il tempo, senza ordine: nel ’92, dopo i Giochi di Barcellona, parto con mio figlio, che aveva 11 anni, a fare un giro in Canada e Usa. Un giorno siamo a Vancouver, Stanley Park - Hyde Park al confronto sono i giardinetti -, ci sediamo in riva al mare e dietro a noi c’è un bel bronzetto: Harry Jerome, il primo ad aver eguagliato Hary. Non era frequente, a quei tempi, imbattersi in uno sprinter canadese, per di più con la pelle scura.

A Helsinki, come tutti, sono andato a riverire la statua di Nurmi che introduce alla dolce salitina verso lo stadio. A un tiro di sasso, vicino alla vecchia palestra olimpica che usano sempre come centro stampa, c’è, stesso stile, stesso materiale, quella dedicata a Lasse Viren. Allo svelamento, nel 1994, partecipiamo numerosi. Il destinatario non è molto loquace e raffredda l’incontro: “Le quattro medaglie me le sono vendute”. Bene, saluti e fine dell’intervista.

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Il gruppo eretto nei giardini della San José University. Il secondo gradino è vuoto.

La prima cosa da fare quando si va a Cardiff è andare al St David Mall, un grosso centro commerciale nel cuore della città, per fare una foto al monumento di Gareth Edwards che è vivo e vegeto. La statua lo rappresenta, ovale nelle mani, mentre sta per aprire il gioco: quando è stagione è circondata da asfodeli, il fiore giallo amatissimo dai gallesi. Gareth è perfetto, basettoni compresi: a 400 metri in linea d’aria, lo stadio, una volta Arms Park, ora Principality, il luogo del suo capolavoro, la meta, spesso scritto LA META, segnata agli All Blacks il 27 gennaio 1973 con la maglia dei Barbarians. Di recente Phil Bennett, suo compagno in quel memorabile match, ha regalato un memorabile che non può essere taciuto: “A lui lo hanno fatto cavaliere, a me è venuta l’artrite”.

Davanti al vecchio Ullevi – tutto in legno, tettoie basse – ‘c’è un piccolo monumento in pietra chiara: Gunnar Gren, detto il Professore, stoppa elegantemente la palla con il tacco. Visto una mattina, al fianco di un altro Gunnar, Nordahl, venuto a far visita al suo vecchio e amato Milan che giocava a Goteborg. Quando Nordahl se n’è andato, telefonai a Nils Liedholm per avere qualche parola di ricordo. “C’era Gre-No-Li e ora è rimasto solo Li”. Sempre geniale, il vecchio Nils che ha raggiunto i suoi compagni dieci anni fa. Mi hanno detto, ma non sono andata a cercarla, che a Stoccolma c’è una deliziosa statuetta che potrebbe stare accanto a quella di Peter Pan a Kensington: è Nacka Skoglund, genio e sregolatezza alcolica.

Camminando per Oslo ho visto l’imponente bronzo in onore di Hjalmar Andersen, il pattinatore che nel ’52, al Bislett ghiacciato, vinse tre medaglie d’oro. Non lontano, c’è quello molto aggraziato, di Sonia Henje, impegnata in un axel: tre ori olimpici e tre mariti.

Anni di pellegrinaggio hanno allargato la galleria: davanti al nuovo Wembley c’è Bobby Moore, il capitano che alzò la Rimet e che, al fianco di Pelé, pareggiò la partita di Colombes con i cattivissimi tedeschi; arrivando a Old Trafford si incontra Matt Busby che allevò i suoi magnifici ragazzi per vederne morire tanti nella tragedia di Monaco di Baviera; a Costermano c’è il busto di Adolfo Consolini, opera di Bernardino Morsani che, per fortuna senza abbandonare la classicità, realizzò molti anni dopo il monumento che Carpi ha dedicato a  Dorando Pietri.

Avevo incaricato mio figlio di andare a dare un’occhiata al gruppo bronzeo che l’università di San José ha dedicato al podio dei 200 di Città del Messico. Era troppo indaffarato con la nazionale di rugby e ha evitato il pellegrinaggio. Questi giovani sono, a volte, così deludenti.  

 

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