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I sentieri di Cimbricus / Una tragica vena di indomita allegria

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Venerdì 3 Novembre 2017

poppies

di Giorgio Cimbrico

Da qualche giorno la Gran Bretagna e lo sport britannico portano addosso i papaveri: i poppies che inondavano i campi di Fiandra, lo stesso colore del sangue che aveva irrigato quelle pianure, sono spillati sui baveri, cuciti sul petto, stampati sulle maniche ("The Thin Red Line" di Harold H. Piffard). Chi gioca, chi sta in panchina, chi assiste ce l’ha. Di carta, di metallo, non importa. Sono il segno di qualcosa che non può essere cancellato: l’assurdo bagno di sangue di Loos (perdite britanniche, 40.000; yarde guadagnate, zero: annunciava un cartello alzato da una trincea), di Passchadaele, dello Chemin des Dames, di Mons, di Ypres, di Messines, il tentativo di spallata sulla Somme quando 500 metri di progresso furono salutati dallo stato maggiore alleato come un eccellente progresso: costò 400.000 morti e feriti.

Una guerra criminale, senza senso, una fabbrica della morte e di denaro per chi produceva i cannoni e le munizioni e tutti aderirono cantando Dio salvi il re, It’s long way to Tipperary. Waltzing Matilda. La loro innocenza gli australiani la persero a Gallipoli, sul Neck, sulla Cresta del Pino Solitario.

E così, all’arrivo di ogni novembre, in attesa dell’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese, come in una canzone di De André, i papaveri rossi tornano e sono molto rigogliosi sui campi di calcio e di rugby che in quella bufera insensata lasciò molti buoni figli. Dave Gallaher, capitano dei primi All Blacks, caduto a Lens, è uno dei simboli, così come tutti i francesi e gli scozzesi che mancarono all’appello dell’arbitro il 1° gennaio 1920, quando il Championship, il Cinque Nazioni, tornò per piangere quelli che non c’erano più. Ma il rugby ha anche una sua vena di indomita allegria – almeno, una volta l’aveva – e sulla partita venne stampata l’etichetta di partita dei ciclopi: una seconda linea francese aveva perso un occhio, idem il suo diretto avversario scozzese.

Alla chiamata di Kitchener dai baffoni a manubrio e dal fierissimo cipiglio, avevano risposto in tanti: gli impiegati della City, i commercianti di Liverpool, i giocatori di rugby e di cricket. Il calcio reagì con la solita lenta ponderatezza ma finì per offrirsi: la Gran Bretagna non è mai stato un paese per imboscati. Due capitani dell’Inghilterra che aveva dominato il Torneo negli anni che precedettero la Grande Bufera sparirono: Edgar Mobbs, che nel saliente di Ypres corse contro una mitragliatrice tedesca stringendo al petto un piccolo ovale, e Ronnie Poulton Palmer, abbattuto da un cecchino.

Quando si ritrovarono di fronte ai nemici, ai terribili Unni, nel fango, nel freddo, tra i mostruosi topi da trincea, si accorsero che anche quelli erano dei poveri disgraziati che come loro si erano fatti fregare dalla propaganda, dalle parole vuote della retorica assassina. E in Fiandra un reparto di scozzesi scoprì che dall’altra parte della terra di nessuno c’erano i bavaresi. “Non possiamo combattere contro chi ha il nostro stesso principe”. Era Rupert, principe di Baviera, ultimo pretendente al trono di Scozia. Non volevano combattere e furono decimati, come quelli che davanti alla cresta di Vimy dallo zaino avevano tirato fuori un pallone tondo – o era ovale? â€“ e avevano pensato che non sarebbe stato male risolverla così quella guerra dannata.

I papaveri tornano e quando è il momento del minuto di silenzio ogni rumore scompare e dopo non ci sono gli applausi stolidi da noi così di moda. A Cardiff il trombettiere della Guardie Gallesi suonerà la ritirata, le note che invitano i soldati a raggiungere la caserma alla fine della libera uscita: le ragazze, la birra, le chiacchiere torneranno il giorno dopo. E non una mosca volerà e quel suono sarà limpido.

In Italia non c’è neppure un momento per pensare a quel che è stato. Il 4 novembre ora si chiama "Giornata delle Forze Armate" e qualche anno fa su iniziativa del Ministero della Difesa la tv trasmetteva un messaggio pubblicitario che non si capiva fosse ipocrita o bieco: giovani soldati (e soldatesse, tutte ovviamente belle e ben truccate) che sbucavano in una strada scatenando l’affetto caldo di chi era alla finestra o al bar. Brutto come tutto quello che è finto.

 

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