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Osservatorio / Verso gli Stati Generali dello sport italiano

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Giovedì 12 Ottobre 2017

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di Luciano Barra

Il CONI ha convocato per il 20/21 novembre gli Stati Generali dello Sport Italiano. La motivazione principale che traspira dalla convocazione, da quanto si è letto di recente sui giornali, è quella dei modesti risultati conseguiti questa estate, soprattutto dagli sport di squadra. Sportolimpico ha trattato l’argomento nel suo complesso già il 18 settembre e poi in occasione dei singoli tornei europei. In quell’occasione immaginai una riunione – tipo S.P.E.C.T.R.E. dei film di James Bond – con Presidenti e DT delle varie discipline di squadra. Poi, recentemente, il presidente del CONI Giovanni Malagò ha addirittura parlato di una revisione del “modello Italiano”, a sua detta invidiato da tutto il mondo.

Che il “modello italiano” sia da invidiare è certo, ma non solo per quello che è (o meglio, è stato). Il “modello italiano” è da invidiare perché, grazie all’insipienza della maggioranza dei nostri politici, lo Sport è stato abbandonato a se stesso in tutte le sue funzioni sociali e solo grazie alla avvedutezza di due personaggi (Giulio Andreotti e Giulio Onesti) ha trovato almeno un’autonomia gestionale ed economica per la parte agonistica. Se così non fosse stato oggi lo Sport italiano sarebbe simile ad uno dei tanti Enti Pubblici inefficienti ed allo sfacelo economico.

Più che dal "modello italiano", all’estero sono colpiti soprattutto da questa diversità del nostro Paese: inefficiente nelle sue funzioni statuali e efficiente nello sport. Quando capiranno che la nostra autonomia finanziaria è ormai agli sgoccioli, legata com'è ad una legge dello Stato e non più alla gestione diretta del Totocalcio, e che le risorse sono ai minimi storici (il valore economico è oggi pari a un terzo di quelle d’una ventina d’anni fa) e senza che nessuno dica nulla, forse rivedranno il loro giudizio. Ed il rischio è anche maggiore se nelle prossime elezioni politiche gli equilibri, e i risultati sportivi, non saranno più gli stessi di oggi.

Forse questo rischio deve averlo capito Malagò, che appare finalmente intenzionato a lasciare il suo mondo fiabesco alla La La Land. Persino Fabio Fazio e Maurizio Crozza, la settimana scorsa su RAI 1, ci hanno chiosato sopra. In una recente dichiarazione Malagò ha ammesso che solo due discipline hanno raggiunto ottimi risultati: la Scherma e il Tiro (a volo, presumo). Ha volutamente dimenticato il Nuoto? Ora, dopo i recenti mondiali in Florida, potrà aggiungere alla lista il Canottaggio.

Sportolimpico ha proprio di recente analizzato l’attuale situazione sia per i Giochi Invernali che per quelli Estivi. A livello di medaglie d’oro la situazione è positiva per i Giochi Estivi, meno per i Giochi Invernali e per i totali. Ovviamente non sono questi i risultati che ci possono garantire di andare a Tokyo nel 2020 sereni. Nulla è perduto anche perché l’anno post-Olimpico non ci deve ingannare, nel bene e nel male. Gli anni importanti saranno in parte il 2018 e molto di più il 2019 quando si svolgeranno la maggioranza dei Campionati Mondiali con le relative qualificazioni Olimpiche.

Ma per un vero cambio di ritmo non basta una riunione, per quanto autorevole essa possa essere. Il CONI negli ultimi anni ha abdicato al suo ruolo di coordinatore della Preparazione Olimpica, lasciando del tutto libere le Federazioni. È stata sicuramente una scelta “politica”, ma è una scelta errata perché alla fine della vicenda se non vengono i risultati l’opinione pubblica se la prende con il CONI e non con le Federazioni.

Partecipazione Olimpica o Preparazione Olimpica?

D’altronde il CONI, ormai da una decina di anni, si è strutturato in maniera di porre grande attenzione alla Partecipazione Olimpica (trasferta, Casa Italia ecc.), ma molto meno alla Preparazione Olimpica. Ha vantato e vanta fra i suoi dirigenti responsabili due dei suoi migliori elementi: Rossana Ciuffetti ed Anna Riccardi. Loro hanno una eccellente formazione organizzativa, ma non tecnica. Non so se la recente chiamata alle armi di Sandro Donati da parte della Presidenza tende a cambiare questa tendenza. Arruolamento discutibile dal punto di vista etico ed economico, non certo per il valore della persona, anche se una sua recente dichiarazione ad un simposio sull’attività giovanile ci ha fatto sorridere quando, parlando di allenatore, ha detto “... che sappia mostrare molto e parlare poco”. Una conversione?

La domanda che si sta ponendo Malagò, esplicitata anche in un suo recente intervento radiofonico, dopo l’intervista di Emanuela Audisio a Liz Nichols, CEO di UK Sport, l’Agenzia pubblica che finanzia lo sport britannico, in cui ha dichiarato che loro finanziano solo le discipline che possono andare a medaglia, sarebbe proprio questa. È possibile fare ciò in Italia e, soprattutto, sarebbe giusto? La Gran Bretagna, che in questo caso va citata come Regno Unito, per il fatto che ai Giochi possono portare una sola squadra, ha un grande vantaggio: nella maggioranza degli sport di squadra, con la sola eccezione di Hockey su prato e, in parte del Rugby Seven, è inesistente.

Negli sport individuali, con il sistema delle qualificazioni, è di fatto moralmente impossibile lasciare indietro una disciplina olimpica. In Italia – in regime di monopolio sportivo – è possibile lasciare a casa chi si è qualificato ai Giochi? E quali sono oggi le discipline individuali che non hanno potenzialità olimpiche? Speriamo che dagli Stati Generali, pur di contrastare i negativi risultati degli sport di squadra, non si sostenga che l’Otto del Canottaggio o le prove della Scherma sono … di squadra: sarebbe una bestemmia. Stupisce, proprio in questi giorni, un comunicato della FISI sulla loro partecipazione ai prossimi Giochi Invernali, quasi si tratti di una decisione che possono prendere loro unilateralmente.

L’idea di seguire l’esempio del Regno Unito è principalmente dettata dal massimizzare sforzi economici solo dove c’è merito. E questo ci riporta al problema finanziario. Le risorse a disposizione del CONI, come detto, sono agli sgoccioli rispetto al passato e le nostre Federazioni, a differenza di quelle britanniche (per esempio), si devono occupare di attività sportiva dalla … culla alla pensione. Il tutto per tutta una serie di carenze che lo Stato non ha saputo, o voluto, mai coprire e che il CONI non ha mai voluto che lo Stato coprisse, per la paura di un vero e autorevole Ministero dello Sport.

Siccome le nozze non si fanno con i fichi secchi, il CONI dovrà ottimizzare le sue risorse a favore della Preparazione Olimpica se vuole reggere botta a Tokyo 2020. Le possibilità ci sono: basterebbe azzerare il contributo CONI alla Federcalcio (l’Italia è l’unico paese in Europa in cui lo Stato finanzia la Federazione del Calcio). Ciò libererebbe parecchi decine di milioni (da 40 a 60) che potrebbero essere utilizzati per le Federazione Olimpiche. All’inizio del passato quadriennio la Giunta del CONI aveva iniziato questa “bonifica” che poi si è fermata.

L’altra possibilità è battere cassa allo Stato richiedendo la revisione dell’importo stabilito per legge e giustificandolo con le motivazioni punitive che hanno costretto il Totocalcio a chiudere (Enalotto e non solo), anche se pure lì ci sono delle responsabilità dello sport, tutte legate all’ingordigia del Calcio.

Ovviamente l’alternativa vera resta quella di mettere in piedi un sistema orientato a una vigilanza stretta e controllata sulle Federazioni. Non come avviene attualmente, saltuariamente e solo in casi macroscopici (vedi l’Atletica). Stupisce che lo strumento programmatico (acronimo GIPSO) utilizzato negli ultimi dieci anni sia stato abbandonato. Era obbligo delle Federazioni relazionare mensilmente sull’attività tecnica al CONI. Ed ora, sul finire del 2017, silenzio assoluto.

Vedremo e vigileremo, perché va sempre ricordato (anche se non è popolare dirlo), che stiamo parlando di risorse pubbliche.

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