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I sentieri di Cimbricus / Doping: l'inquietante proposta del microchip

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Giovedì 12 Ottobre 2017

doping-1

di Giorgio Cimbrico

“Siamo un popolo che ama i i cani e siamo pronti a usarli su di loro. Perchè non dovremmo farlo con noi stessi?”: per combattere il doping e chi ne fa uso una volta per tutte, Mike Miller, a capo della World Olympians Association, lancia il Progetto Microchip e lo fa durante un seminario tenuto a Westminster. Installare, inserire, ficcare uno di quei minuscoli tubicini nel corpo costituirebbe una nuova frontiera di indagine prima e di pulizia dopo. Dove non sono riusciti i controlli, che possono essere aggirati, dove può essere eluso il programma di reperibilità, dove può lasciare spazio a controversia l’andamento del passaporto biologico, il microchip è in grado di offrire lo stato delle cose.

“Non sono Steve Jobs, ma credo che la tecnologia debba essere utilizzata”, sostiene Miller che sa perfettamente che una proposta del genere va a cozzare contro la privacy. I cani non possono dissentire né formare un gruppo di protesta; gli esseri umani, sì.

L’idea apre a scenari suggestivi (e inquietanti? ) che riportano a vecchi libri o a magnifici film di fantascienza lontani 40, 50 anni, alla descrizione di società che sembravano frutto di una fantasia spinta e sfrenata e che oggi affrontiamo ora dopo ora, minuto dopo minuto.

In “La fuga di Logan”, film del ’76 di Michael Anderson, tratto dall’omonimo libro di William Nolan e George Clayton-Johnson, tutti gli abitanti della Città hanno, fuso nel palmo della mano, un cristallo a variazione cromatica che li tiene in costante contatto con il computer di controllo. Detto in quattro parole, Logan, un guardiano fidato, esattamente come l’altro grande ribelle (il pompiere Montagu di Fahrenheit 451), avverte crepe sulla superficie della sua sicurezza, lascia la Città, capisce che esiste anche un mondo esterno e al suo ritorno riesce a debellare il potere assoluto, di vita e di morte, del Grande Computer Centrale.

In Fahrenheit – sia quello stampato di Ray Bradbury, sia quello portato sullo schermo dal grande umanista Francois Truffaut - non ci sono installazioni corporee, ma solo un potente condizionamento (“i libri sono dannosi”) che crea un conformarsi alle disposizioni dello stato: i segugi di libri, liberati nella notte, scoraggiano i potenziali trasgressori. In 1984 di George Orwell c’è un terzo elemento, l’uso ossessivo dell’Occhio e della Voce del Potere.

Riunire tutti questi elementi, e aggiungere qualcosa della genetica di stato raccontata da Aldous Huxley in “Il Mondo Nuovo”, o della violenza sfogatoria di Rollerball (il primo, non il brutto remake), porta alla formazione di un mosaico che, prima con sorpresa, poi con orrore, finisce per rappresentare la realtà con cui siamo quotidianamente a contatto: il pensiero incanalato, la dipendenza dalla tecnologia, l’imposizione di scelte (fumare è il Male, scommettere è fortemente incoraggiato, e se qualcuno giunge al suicidio, sono cose che capitano: avesse fumato, sarebbe stato sicuramente ghermito da un cancro ai polmoni), la proposta di modelli da cui non è possibile derogare, l’informazione martellante, isterica, vuota.

E così la proposta di Mike Miller finisce per essere più che suggestiva, inquietante. Io il microchip non lo metterei neppure al mio cane che si dopa di crocchette e, se le crocchette sono finite, di avanzi.

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