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I sentieri di Cimbricus / Un consiglio lungo (appena) un miglio

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Mercoledì 13 Settembre 2017

bannister 2

di Giorgio Cimbrico

Per evitare di finire con il cervello in fuga (cerebrum fugacis) e con il cuore arido, un consiglio per gli amici, un consiglio lungo un miglio (la spiegazione verrà tra un po’ di righe): leggete i libri di Bill Bryson che in Italia sono stampati da Guanda e che riusciranno a darvi quella serenità spesso smarrita o dimenticata in quel tempo semplice che abbiamo conosciuto da ragazzi e subito dopo. Ora no di sicuro. Bryson è un mio coetaneo (1951), è di Des Moines, Iowa, ma ha vissuto a lungo ed è tornato a vivere in Inghilterra.

E’ un camminatore, a suo modo un poeta, un collezionista di fatti, di tipi umani, di situazioni, di aneddoti singolari. E’ anche un difensore di cause nobili, un curioso osservatore, un debordante scrittore, spesso spassoso, che ha già fornito materiale a occhio direi per almeno 2.000 pagine. John Keats ne lasciò una ventina ma a sua scusante bisogna dire che morì giovanissimo.

Ho appena finito di leggere “Piccola grande isola”, una specie di seguito, vent’anni dopo, di “Notizie da un’isoletta”. Genesi: Bill traccia sulla carta una linea diritta da Bognor Regis, sulla Manica, a Capo Wrath, tempestoso mare scozzese, e percorre la Gran Bretagna per 1226 chilometri da sud a nord, concedendosi ovviamente variazioni sulla linearità della sua Bryson Line.

Mi ha colpito che in 472 pagine, a parte la breve cronaca di un pomeriggio passato a Goodison Park con il cognato e due nipoti per Everton-Manchester City (i cognato è tifoso dei blu di Liverpool), di sport si parli soltanto citando un episodio che per tutti noi, che abbiamo amato l’atletica in tutte le sue gradazioni (è stata Lolita, Lara, Emma Bovary, Lady Croft, la ragazzina dai capelli rossi) è qualcosa di transitato in una dimensione storica o in un’immagine che può andar di pari passo con la Ronda di Notte di Rembrandt: Roger Bannister che per primo scende sotto i 4’ nel miglio.

Bryson è a Oxford e, al solito, lascia i bagagli in albergo e cammina. Seguendo le tracce dell’affettuosa dedica che la scrittrice Candida Lycett Greene ha concesso a Iffley, percorre quelle strade, sino a quando arriva a Iffley Road e a quella che oggi si chiama Sir Roger Bannister Track. “La fotografia che lo ritrae mentre crolla sul nastro del traguardo fu una delle immagini della mia infanzia”. Non solo per te, Bill. E subito dopo osserva (anche tutti noi lo abbiamo fatto) che quel record durò poche settimane, un mese e mezzo, sino a quando John Landy corse in 3’58” a Turku.

Beamon ha tenuto duro per quasi un quarto di secolo, Mennea per 17 anni, Bannister per 46 giorni. E allora perché è infisso nella roccia come Excalibur? Perchè l’uno e l’altro, Roger e il record, sono diventati simboli di una frontiera violata, come quella raggiunta un anno prima sull’Everest da Edmund Hillary e Tensing Norgai, e di un meriggio imperiale che meriterebbe una delle Variazioni Enigma di Edward Elgar.

Qualche pagina dopo, Bryson torna a parlare del miglio annotando con una certa soddisfazione che la Gran Bretagna, tre anni dopo, si riprese il record con Derek Ibbotson. Anche in questo caso la vita non sarebbe stata lunga, poco più di un anno, e a batterlo, con larghissimo progresso sarebbe stato un altro australiano, Herb Elliott che alcuni dei lettori del giornale di GFC hanno visto dal vero compiere il miracolo dell’Olimpico.

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