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I sentieri di Cimbricus / "Quando eravamo re e regine"

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Lunedì 11 Settembre 2017

mennea-vittori 2

di Giorgio Cimbrico

Se per l’Italia l’8 settembre è il giorno della vergogna nazionale (ma provate voi a chiedere in giro se qualcuno ne ha ancora percezione o ricordo), per l’atletica italiana e a occhio direi anche per lo sport italiano il 12 settembre è un giorno giubilare. Dico a occhio perchè mi è capitato di sentire un influente telecronista dire che Valentino Rossi è probabilmente il più forte atleta della storia. Perdona loro: lo diceva anche Gesù, non è vero? (nella foto, tre grandi che ci hanno lasciato troppo presto).

Comunque, quel giorno di 38 anni fa, messicano e universale, quello del 19”72 che tirò avanti per quasi 17 anni (“tanti avevano detto che sarebbe durato poco e invece…”: il virgolettato è di quel buonanima di Pietro) può trasformarsi senza alcuna abilità manipolatoria in simbolo di una stagione perduta come l‘arca, e prendere in prestito il titolo del più bel documentario (oggi li chiamano docu-film o biopic o altre stronzate del genere) che sia mai stato girato, non è un abuso, viene naturale.

“Quando eravamo re” era la cronaca martellante di Alì-Foreman, era il rumble in the jungle di Kinshasa, era il cuore di tenebra di Conrad, erano le apparizioni stregonesche di Miriam Makeba, erano le testimonianze di Norman Mailer, erano i ragazzi di strada che in quelle albe intrise di umidità inventarono il ritmo che non prevedeva pietà, in nome della negritude: “Alì, booma ye, Alì uccidilo”.

E così, in questo 38° anniversario senza più lui, viene una voglia, senza pruriti inventati, genuina, commossa di allungare quel titolo, di trasformarlo in “Quando eravamo re e regine” perché quel giorno divenne una linea di confine e una tappa di passaggio, un coronamento e un annuncio, il risultato di un lavoro matto e disperato di una strana e folle coppia (Mennea e Vittori erano una polveriera che poteva saltare in aria da un momento all’altro) e il simbolo di un’epoca che qualche mese prima era stata capace di un altro miracolo: in una Torino agostana, deserta, dagli scenari degni di “La donna della Domenica”, il Comunale pieno (ma purtroppo senza Jacqueline Bisset) per una finale di Coppa Europa che i vecchi d’amore e di mestiere ricordano, indicano a perduto esempio di bellezza, di ardore.

Per raccontare quei due giorni, tanto per citare ancora una volta il Bardo (come giocava con le parole lui, non ci ha mai più giocato nessuno),, sarebbe necessario avere a disposizione una Musa di fuoco. Non c’è e chi ha memoria può salire sul proprio carro di fuoco e rivivere. E’ gratis ed è bellissimo.

E tutto questo avvenne all’inizio d’agosto e poco più di un mese dopo, arrivò quel 19”72, undici anni dopo il 19”83 d Tommie Smith detto Jet, nove anni dopo Italia-Germania 4-3. Messico e nuvole nel volo spiritato e felice di Pietro Mennea che un anno prima era stato il capitano nostro capitano sulla collina praghese di Strahov, in una finale d’estate che pareva autunno inoltrato e che costrinse Sara Simeoni e Rosemarie Ackermann a rifugiarsi, dopo ogni salto, nel passeggero tepore di un sacco a pelo perché quel feroce scontro di dame non perdesse un grado di calore.

E così vengono in mente date che noi, felici pochi (ancora Shakespeare, ma quando ci vuole, ci vuole) finiremo per celebrare tra non molto: il quarantesimo anniversario dell’ascensione di Brescia (4 agosto) e il quarantesimo del bis (31 agosto) concesso a Praga quando sotto i colpi di Sara cadde chi per prima aveva meritato l’etichetta di Horine in rosa.

Il ’78 che era iniziato con i voli milanesi di Volodja Yashenko, cosacco di Zaporozje, il ’78 di Sara, di Pietro e di Venanzio Ortis che strappò a Paolo Rosi un urlo strozzato quando, ormai dentro gl scacchi dell’arrivo imminente, bruciò Ryffel e Fedotkin; il ’79 di Torino e di Città del Messico; l’80 di Mosca: la rimonta impossibile che diventa reale, gli occhi perforanti e le braccia allargate di Sara appena ricaduta sui sacconi, il saluto sventolato da Maurizio Damilano. Quando eravamo re e regine. Il tempo è fuggito. Chi vuole, può fermarlo e accarezzare l’arca.

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