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La Macchia

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Francesco LA MACCHIA


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Siciliano di Tonnarella, nel messinese, dove era nato il 9 ottobre 1938, Francesco La Macchia si è spento a Sabaudia il 31 luglio 2017. In coppia con Aldo Dezi è stato il primo canoista azzurro a vincere una medaglia olimpica: l'argento nel C-2 1000 metri, nel 1960, alle spalle dei sovietici e davanti ai maestri ungheresi (medaglia destinata a restare l’unica della canoa italiana per oltre trent'anni ed ancora oggi la sola riportata nella Canadese).


Una storia d’altri tempi. Proprio come la raccontò lui stesso, subito dopo la cerimonia di premiazione: “Io sono un pescatore, mio babbo è padrone di due barconi da pesca, i miei sette fratelli fanno i pescatori e a me quel mestiere non piace più. È anche per non stare sempre sulle barche grosse che l’inverno scorso, quando mi hanno chiesto se mi piaceva provare la canoa, ho detto di sì. Io, sulle canoe, non ci avevo mai messo piede, ma erano pur sempre barche piccole …”.

Tutto era iniziato alla fine degli anni Cinquanta quando, arruolato in polizia, poco più che ventenne La Macchia si era ritrovato sul lago Paola, in barca con Aldo Dezi. A “costruire” quell’equipaggio, partendo dal nulla, era stato Kalman Blahó, ex-allenatore della nazionale ungherese che dopo l’invasione sovietica nel 1958 era riparato in Italia. Era stato Luigi Grappelli, pioniere della canoa italiana e in quegli anni segretario della federazione canottaggio al cui interno allora si svolgeva l’attività canoistica, ad assumere Blahó come allenatore dei pochi praticanti italiani. Una scelta che si rivelò felice tanto che in pochi mesi venne costruito dal nulla un equipaggio da podio olimpico.  

Blahò, che aveva gareggiato ai Giochi 1948, diede una vera e propria svolta al settore tecnico. Competente, preciso, a volte pignolo, la sua presenza consentì alla canoa italiana un deciso salto di qualità. Si occupò anche di propaganda ed organizzazione, ideando il KS1 (kayak schuler) una imbarcazione a fondo piatto per incrementare l’attività giovanile. Nato in Ungheria nel 1920, Blahó mantenne l’incarico tecnico fino all’indomani dei Giochi di Tokyo, trasferendosi quindi negli Stati Uniti dove si è spento pochi mesi più tardi, nel 1966.

Durante i funerali, tenuti nella chiesa della Santissima Annunziata di Sabaudia, sulla bara di La Macchia è stata distesa la bandiera olimpica. L’orazione funebre l’ha tenuta Aldo Dezi, il suo amico di una vita, che dal pulpito ha ricordato quei lontani giorni olimpici. Visibilmente commosso, Dezi ha tratteggiato quell'epoca concludendo con un “Urrà Franco” cui hanno risposto tutti i presenti. La Macchia lascia la moglie Anna e due figli, Silvio e Fabio.

 

 

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