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I sentieri di Cimbricus / Le giovani cavallette della Linda Cuba

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Lunedì 17 Luglio 2017

diaz 2

di Giorgio Cimbrico

Jordan Diaz, altissimo, elastico come Tiramolla, capace di volare come il Guerriero che non si arrende di Avatar: nemmeno 16 anni e mezzo (23 febbraio 2001) e 17,30 di triplo, mondiale giovanile strappato a Lazaro Martinez, settimo al mondo in questo momento: la risposta cubana agli altri adolescenti che hanno guadagnato la scena, Jakob, il più piccolo degll Ingebritsen, e Armand Duplantis, lo svedese che viene da Dixieland, che a 11 anni saltava 3,86 e a 17 anni e mezzo si è già lasciato alle spalle 5,90. Diaz, con quel suo rimbalzare alto e ritmato, molto sovietico: gli allenatori arrivavano dal freddo.

La vecchia Cuba, la linda Cuba, la Cuba di estudio, trabajo e fucil, delle adunanze oceaniche, dei discorsi fiume del Lider che se n’è andato, della sua felicità, del suo orgoglio (“perché quelli possono anche conquistare la luna ma non il titolo mondiale di baseball amateur”), è nei nomi e nelle antiche radici delle sue eroine e dei suoi centauri, nelle storie di piantatori britannici e francesi che lasciarono i loro nomi come vecchi semi: il secondo cognome di Figuerola era Camus; quello di Juantorena, Danger; Ana Fidelia oltre che Quirot è anche Moret, l’effimero erede del caballo fu Norberto Tellez e Libania si chiama Grenot.

Cuba è dentro queste vecchie storie perdute di lavoro nei campi, in questi ricordi cosparsi di zucchero, tabacco e rum, è nei secoli spagnoli e cattolici, quando le donne venivano battezzate Maria Caridad (Colon, primo oro cubano femminile, a Mosca ’80) o Miguelina o Concepcion. La rivoluzione spazzò, laicizzò, indicò nella natura l’origine di tutte le cose: Yamilé, Osleydis sono nomi di fiori.

E così, oggi, dopo la fine del blocco – ma in questo caso è stata l’America ad alzare un muro –  può esser avvertito quel loro spagnolo che piĂą che di miele sa di cannella e riascoltare quell’inno che profuma di viaggio verso il sol dell’avvenire, una marcia allegra, non austera, lontana da tutti gli altri inni caribici di stile britannico, imperiale, come fossero stati composti da emuli o allievi di sir Edward Elgar.

Quello di Cuba è così fresco che avrebbero potuto suonarlo anche quelli di Buena Vista Social Club ed è riascoltandolo che il desiderio di viaggio allunga i tentacoli trascinando all’inizio dei Sessanta, agli anni felici del piccolo Enrique Figuerola, l’unico, con il povero Harry Jerome, ad arginare il bombardiere Hayes, a mantenere nei confini del dignitoso, due metri, il distacco dallo spaventoso Bob. In una foto che riesce a catturare le otto corsie di terra umida, Enrique dà un’occhiata sulla destra: ha vinto la gara dei normali ma Hayes è là davanti, sventolando i braccioni.

Gli anni di Alberto il Grande, della doppietta olimpica che soltanto Rudolf Harbig avrebbe potuto tentare non fosse sparito sul Fronte Orientale, del record strappato a Marcello Fiasconaro e di quello strappato a se stesso; il rimbalzare di Pedro Perez Duenas che succede nella cronologia del record mondiale a Viktor Saneyev (che se lo sarebbe ripreso un anno dopo); le bordate di Luis Mariano Delis (derubato a Mosca ’80); l’alfa e l’omega degli ostacoli dell’isola nella corrente, Alejandro Casanas, il guantanamero Dayron Robles e oggi di  Orlando Ortega che ha scelto la Spagna; le ascensioni di Javier Sotomayor, ancora sul trono a 24 anni dal suo record e 21 volte al di lĂ  dei 2,40; le parabole del peso leggero Ivan Pedroso che in molti pensavano sarebbe stato il primo esploratore dei 9 metri; il valore e lo strazio disegnati sul volto e sulla pelle di Ana Fidelia Quirot; il braccio d’oro di Osleydis Menendez.

A parte le lunghe distanze, li abbiamo visti e viste dappertutto, più “universali” ed eclettici dei giamaicani, infilati dentro la loro maglia e con quella dei paesi (Italia, Spagna, Gran Bretagna, persino Sudan) che hanno scelto per amore, per convenienza, per desiderio di cambiare. Ora è cambiato tutto e Il tempo di Teofilo Stevenson l’incorruttibile è sempre più lontano, odora di una resistenza e di un fervore che non vanno più di moda, ma loro ci sono sempre.

Per chi ama il genere (ce ne sono ancora?), ecco la lista all-time del triplo cubano. Da quelle parti non ci sono canguri, ma cavallette. Tante.

18,08 Pedro Pablo Pichardo 2015
17,85 Yoelbi Quesada 1997
17,78 Lazaro Betancourt 1986
1770 Aniecer Urrutia 1996
17,68 Alexis Copello 2011
17,65 Yoandri Betanzos 2009
17,62 David Girat 2009
17,58 Ernesto Revé 2014
17,52 Osniel Tosca 2007
17,51 Alexander Martinez 2007
17,49 Osviel Hernandez 2012
17,48 Jorge Reyna 1987
17,47 Yoel Garcia 1995
17,43 Hector Fuentes 2008
17,40 Pedro Perez Duenas 1971
17,40 Andy Diaz 2017
17,30 Jordan Diaz 2017 WRY
17,27 Cristian Napoles 2017  

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