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I sentieri di Cimbricus / La leggenda del re balbuziente

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Venerdì 12 Maggio 2017

giorgio vi 2

di Giorgio Cimbrico

A parte un’eliminazione al primo turno a Wimbledon, un’esibizione su un campo erboso di Giamaica, una formula d’apertura pronunciata ai Giochi di Londra del ’48, una bella foto in cui, in cappotto spigato, passa in rassegna e stringe la mano ai giocatori dell’Arsenal in un Highbury spazzato via e trasformato in lussuoso condominio, niente altro di sportivo ho rintracciato nella vita di Giorgio VI.
Oggi, 12 maggio, sono 80 anni dalla sua incoronazione. Tra i pochi testimoni ancora in vita, la figlia maggiore, Elisabeth che, tra amore per i cavalli (per anni, primo giornale sfogliato al mattino, a colazione, Sporting, un fitto susseguirsi di quote e di condizioni dei terreni di gara), storiche inaugurazioni olimpiche (Montreal ’76 e Londra 2012, oltre a una lunga serie di Giochi del Commonwealth) e illustri comparsate (ai Championships, al derby ippico, alla finale del Mondiale di calcio 1966, all’anniversario del rugby gallese quando, per il commento di Paolo Rosi, indossava “una pelliccia di chinchilla e uno spericolato cappellino di paglia verde”), una sua più assidua presenza ha finito per lasciare.

Con un film tratto da una “pièce” teatrale (“Amadeus”) molti pensano di conoscere Mozart; con un film (“Il discorso del re”) c’è chi è sicuro di saperne abbastanza sul re balbuziente. Schiacciato tra avvenimenti giganteschi e personaggi dotati di apparente maggiore appeal, Giorgio VI ha finito per trasformarsi in un’educata figura di sfondo. E’ tornato in superficie di recente con il volto di Colin Firth (nel bel duetto con il logopedista Lionel Logue, interpretato da Geoffrey Rush), di Rupert Everett (“Una Notte con la Regina”) e di Iain Glen (“La guerra di Churchill”: lo statista era impersonato da un formidabile Brendan Gleeson) che, sotto il profilo fisico, espressivo, formale, era di gran lunga il migliore dei tre.

A 80 anni dalla cerimonia a Westminster e a due terzi di secolo dalla sua scomparsa, non rimane che provare a cancellare gli stereotipi, riscoprire caratteristiche e qualità, rivivere gli anni duri che ebbe come re e imperatore: non uno solo risultò facile, in un succedersi che prese il via con l’abdicazione del fratello David (Edoardo VIII, successivamente Duca di Windsor), con la minaccia di Hitler (che ebbe in Gran Bretagna un seguito vasto e variegato: dall’aristocrazia a una piccola borghesia incattivita da lunghi anni di crisi), con la guerra, affrontata all’inizio in solitudine, con la vittoria e con l‘inizio del processo di liquidazione di un Impero che, al momento del suo accesso al trono, comprendeva India, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Africa orientale e australe e buona parte di quella occidentale, la successione incatenata delle caribiche isole nella corrente, i punti chiave – Singapore, Hong Kong – dell’Asia.

Così battezzato in onore di un bisnonno, il Principe Consorte, scomparso esattamente 34 anni prima che lui vedesse la luce (il Principe di Galles, poi Edoardo VII, fece pressioni sul figlio, Duca di York, poi Giorgio V) e Victoria, inconsolabile imperatrice vedova, ne fu compiaciuta: “Un giorno triste ma quel nome me lo rende caro e gradito”.

Dal momento che – al contrario di quanto è sempre accaduto qui - in quel paese non è mai stato possibile evitare i propri doveri o sfuggirne grazie a compiacenti certificati medici, è possibile imbattersi in un 21enne Albert che, guardiamarina sull’incrociatore Collingwood, prende parte al controverso scontro dello Jutland, l’unica battaglia navale della Grande Guerra tra la Flotta d’Alto Mare tedesca e la Home Fleet. Ufficiale di torretta, contribuisce a colpire un incrociatore nemico e il suo nome finisce nei dispacci, un modo molto britannico per indicare chi si è distinto sotto il fuoco.
Passa all’appena nata Raf, diventa il primo membro della famiglia reale a ottenere il brevetto di pilota, scavalca la Manica e, negli ultimi mesi di guerra, è a Nancy, nello staff di Lord Trenchard, primo comandante della neonata arma aerea.

Negli anni Venti il giovanotto, descritto come insicuro e tremebondo, si iscrive al Trinity College di Cambridge dove studia storia e economia, ha una relazione con l’australiana Sheila Loughborough (divorziata) ma se ne distacca dopo che il padre, Giorgio V, ha espresso la sua disapprovazione, conosce Elisabeth Bowes-Lyon e dopo due rifiuti riesce a convincerla (matrimonio nel 1923: il Capitolo di Westminster si oppone alla diretta radio della Bbc), va anche a calpestare i prati di Wimbledon: eliminato al primo turno del doppio, giocato al fianco di Louis Greig, intimo amico, chirurgo e giocatore di rugby degno di una selezione nei Lions. In doppio tornerà a giocare durante un royal tour: in Giamaica, con Bertrand Clark, di pelle scura e naturalmente qualcuno si scandalizza. Diventa l’Industrial Prince, attento alla produzione ma anche alle condizioni dei lavoratori.

Giorgio V è un uomo duro, spesso intransigente, ma sa vedere lontano. “Spero che il mio figlio più anziano non si sposi, così nulla separerà Albert e Elisabeth dal trono”, confida, quando sente che la fine è vicina. In realtà, proprio un matrimonio, quello di Edward con la divorziata americana Wallis Simpson, apre le porte ad Albert, dal 12 maggio 1937 Giorgio VI. I quindici anni che rimangono a questo incallito fumatore sono duri e impegnativi: la crisi di Monaco, il viaggio in America dove entra in profonda sintonia con Franklyn Roosevelt, la guerra, l’isolamento, l’ingresso in scena di Winston Churchill (lui avrebbe preferito Lord Halifax, ma il rapporto va avanti e progredisce), il blitz, il rifiuto di lasciare Londra (“ora anche noi siamo dei bombardati”, dice con orgoglio Elisabeth dopo che gli Heinkel 111 hanno colpito Buckingham Palace), le visite sul fronte del Nord Africa, a Malta (che decora con la “sua” George Cross), in Italia, in Olanda. Sino alla giornata trionfale della resa tedesca.

Nel ’47, durante un lungo tour in Sudafrica, è costantemente attorniato da guardie del corpo che gli impediscono di stringere mani nere. Lui, con un elegante e sottile sorriso , li battezza “la mia Gestapo”. Ha da poco passato i cinquant’anni e un cancro ai polmoni lo sta divorando. Non è più imperatore del Raj ma, brevemente, sovrano dei due paesi che sono nati dalla spartizione: India e Pakistan. Quando, il 31 gennaio 1952,  la figlia e il marito Filippo partono per un lungo viaggio attorno al mondo, decide di andare all’aeroporto per un saluto che diventa un addio.

Sei giorni dopo viene trovato senza vita a Sandrigham, dove era nato 56 anni prima. Elisabeth si trova in un singolare resort, in Kenya, dove i bungalow sorgono su enormi baobab. “Questo è l’albero dove una donna salì principessa e discese regina”: la targa è ancora lì, 65 anni dopo la fine del regno di Albert Frederick Arthur George. Se saper affrontare le situazioni più dure, è prerogativa dei campioni, Giorgio VI lo era.  

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