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Opinioni / Il sarto di Panama e le tentazioni del Rugby

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Giovedì 13 Aprile 2017

rugby

di Giorgio Cimbrico

Volete capire come vanno le cose nel rugby e, diciamo tutta la verità, non solo nel rugby? Leggete il "Sarto di Panama" di John Le Carrè (ne hanno fatto anche un eccellente film con Geoffrey Rush e Pierce Brosnan) e capirete. Il sarto è tutto sommato un buon diavolo, ma ha un passato oscuro, imbarazzante. Ai suoi bruni, arricchiti e spesso atticciati clienti panamensi dice di essere della vecchia scuola, di aver imparato il taglio nientemeno che a Savile Row, che una volta stava all’arte sartoriale come Wimbledon al tennis e via con il resto dei templi londinesi. Ovviamente, tutte fandonie, però forbici e ago li sa usare bene e la stoffa non è cascame.

Il sarto si ritrova alle prese con dei problemi finanziari e pensa di risolverli accettando le offerte di uno spregiudicato agente del servizio segreto britannico. Prende il denaro e in cambio gli regala una bufala dopo l’altra. Dimenticavo, ora si dice fake news. Le bufale sono così gigantesche - e inverosimili – da esser prese come oro colato  sino a provocare un intervento armato degli USA che porta una zona così delicata del mondo sull’orlo della guerra. Contro chi o a favore di chi, non si sa. 

Il sarto di Panama del rugby è stato all’inizio Rupert Murdoch: “Guardate com’è striminzito il vestite che portate. Di ottimo taglio, certo, ma utile solo in poche occasioni”. E così dalle scadenze stile “quattro matrimoni e un funerale”, quando il vecchio vestito veniva spazzolato e tirato fuori dall’armadio con ogni cura, si è passati a una celebrazione continua e la sartoria si è allargata: primi e secondi tagliatori, specialisti in maniche, pantalonai, esperti di fodere, ricercatori del perfetto set di bottoni e, di conseguenza, cravattieri (da non confondere con i cravattari), camiciai, etc etc. Un vestito perfetto, con gli accessori giusti, ora prodotto in serie e pronto per essere messo a disposizione di una clientela sterminata.

Solo che, dopo un po’, rispetto al vecchio vestito confezionato con un’attenzione che poteva dirsi commovente (tutto sommato, diceva il Duca di Bedford, con un paio di capi adatti, grigio scuri o neri, si poteva andare avanti per molto tempo), rispetto al vecchio vestito, dicevo, il nuovo tende a “tirare” un po’ in vita o sulla schiena o inizia a ballare addosso. Capita quando, giorno dopo giorno, senza accorgersene, si va incontro a un processo di ingrossamento. E capita anche quando si va incontro a un fenomeno di deperimento. Saltano le cuciture, i bottoni possono diventare proiettili o i calzoni cascano se la cintura non è agganciata all’ultimo buco. D’accordo, il vestito non sarà più come quelli di una volta, ma tutto sommato non è male. Quel che non funziona, in realtà, è chi sta dentro il vestito, in preda a fenomeni incontrollati di crescita, seguiti da improvvise discese dell’ago della bilancia. Malattie gravi.

E così se il SuperRugby corre verso un ridimensionamento che assomiglia a un taglio (senza toccare la squadra giapponese, ovviamente), c’è chi vuole lanciare il progetto di un Pro12 transoceanico o di far giocare il Sei Nazioni a rotta di collo. E intanto nell’Empireo di World Rugby hanno steso, sul tavolo delle grandi strategie, il calendario globale che a occhio non concederà più requie, specie a quelli del’emisfero nord, chiamati a un impegno via l’altro.

Nel tennis e nel golf è così da tempo, ma nessuno rischia di farsi spezzare l’osso del collo, di vedere i legamenti trasformati in uno spaghetto spezzato e penzolante o di uscire rintronati dopo aver subito un conteggio. Stanno portando i valori del rugby dappertutto, dicono loro. Forse è meglio girarla al singolare: il valore. E se un giorno la borsa conoscerĂ  il suo venerdì nero, che fine farĂ  quel vestito? Il vecchio è ancora lĂ , nell’armadio. Ogni tanto, una spazzolata e una lacrima.  

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