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Saro' greve / Come si diventa giornalisti a quarant'anni

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LunedĂŹ 13 Marzo 2017

ghirelli

di Vanni Loriga

Più che “greve”, questa volta sarò grevissimo. E lo faccio rivolgendomi ai giovani che hanno perso speranze per il futuro, che appartengono cioè alla sterminata categoria degli inoccupati, tanto scoraggiati dall’aver addirittura rinunciato a cercare un lavoro. Non disperate mai. Esiste sempre una possibilità. E lo testimonio con una mia vissuta e verificabile esperienza personale. Sono trascorsi esattamente cinquanta anni fa da quando, lunedì 20 marzo 1967, il Corriere dello Sport pubblicò, in prima pagina e con una “terza” d’appoggio, alcuni miei articoli che presentavano la partita di calcio Cipro – Italia che si sarebbe disputata il successivo mercoledì allo Stadio Gymnasion di Nicosia.

Niente di speciale, diranno gli attenti lettori. Tutti i giornalisti ricordano la data d’inizio della loro professione. In realtà qualcosa di insolito in questa vicenda c’è: si tratta del particolare che io avessi compiuto pochi giorni prima il mio quarantesimo compleanno.

Luigi Moretti, professore di greco e di latino

E come mai, si potrebbe legittimamente insistere, uno decide di diventare giornalista in così tarda età? In realtà se da giovane studente mi avessero domandato cosa fare da grande avrei sicuramente risposto: “Vorrei essere il titolare della rubrica di atletica leggera sul quotidiano sportivo della Capitale”. In parole povere: posti uno ogni vent’anni, quasi difficile come diventare Papa…

Mi aveva fortificato nelle mie ambizioni il professore di latino e greco nel Liceo Guglielmotti di Civitavecchia. Si chiamava Luigi Moretti, padre del regista Nanni, fenomenale docente (insegnò epigrafia greca alla Sapienza e per conto dell’Accademia dei Lincei compilò l’elenco dei vincitori di Olimpia, il citatissimo Olympionikai), in gioventù buon velocista e facondo narratore di vicende atletiche.

L’importanza di partire dal Litorale

Cominciai a scrivere di sport, su suo suggerimento, prima su un giornale locale Il Littorale (fondato, edito e diretto da tal Espartero Melchiorri, grade amico di Oscar Barletta); poi su Paese e Paese Sera, dove conobbi Antonio Ghirelli. Scrissi molto, ma come collaboratore dedicandomi soprattutto all’atletica. Fui anche “inviato” (ovviamente a spese mie) a Napoli per l’incontro Italia-Svizzera del 9 luglio 1950. Nello stesso anno, a fine agosto, seguii (sempre dalla redazione, tramite agenzie e notizie radio) gli Europei di Bruxelles.

Di assunzione neanche a parlarne, anche perché prima dovevi assolvere, di rigore, gli obblighi militari. Allora la naja era praticamente inevitabile e decisi infine di frequentare il corso allievi ufficiali. Nell’Esercito ci sarei rimasto per sedici anni e nel 1967 ero in servizio (avevo sempre continuato a scrivere) all’Ufficio Stampa del Ministro della Difesa. E proprio a marzo 1967 venni incaricato di andare appunto a Nicosia al seguito di un aereo militare (C 119 per l’esattezza) che colà si recava per traportare materiali della RAI.

De Cèspedes, la scrittrice che venne da Cuba

Antonio Ghirelli (nella foto, assieme a Sandro Pertini) allora Direttore del Corriere, si ricordò di me e mi chiese se fossi disponibile a comunicare qualche notizia sul calcio cipriota di cui nulla si sapeva.

Dissi di sì. Giunsi a Nicosia esattamente il 17 marzo e la prima persona che ebbi modo di incontrare fu l’ambasciatore italiano Franco Bounous, un gentiluomo che era anche il marito, in seconde nozze, della scrittrice Alba Carla Laurita de Céspedes.

Con lei cominciammo a parlare di sport, e fu molto disponibile anche perché scoprì che ero un suo affezionato lettore, sin dai tempi di “Nessuno torna indietro” e di “Dario segreto”. Lei era in partenza per Roma dove doveva presentare il libro “La bambolona”, la storia delle dimissioni di un quarantenne, nel quale a causa della mia età mi riconobbi. Il nostro colloquio continuò sino all’aeroporto ed al ritorno suo marito l’Ambasciatore mi chiese se avessi bisogno di qualcosa.

Gli dissi che avrei voluto intervistare il responsabile della nazionale cipriota. Dopo poche ore mi raggiunse in albergo il signor Argirios Gavalas, DT della squadra locale, accompagnato da una gentile interprete, sempre incaricata da sua Eccellenza l’Ambasciatore. Appresi tutto del calcio di Cipro, comprese le biografie dei vari giocatori. Mi consigliò, il signor Gavalas, di assistere la domenica mattina, alla partita fra le squadre dell’Apoel e dell’Omonia, in cui militavano praticamente tutti i componenti della sua Nazionale. Ci andai ma siccome piovigginava la partita non venne disputata.

Quando domenica 19 marzo chiamai il giornale dettai le mie notizie. Il pezzo base comunicava che a “Cipro quando piove non si gioca” e descrissi lo strano campo di calcio sabbioso, senza un filo d’erba e con le porte con i pali squadrati e non a sezione lenticolare come da anni prescritti ed adottati nel resto del mondo. Aggiunsi l’intervista alla De Cèspedes, al DT Gavalas, le biografie dei nostri avversari e, per non farmi mancare nulla, un colloquio con Michail Christopolu Muskos, al secolo Makarios III, capo della Chiesa ortodossa e Presidente di Cipro. Sottolineai che l’Arcivescovo “sapeva di calcio ma era meno preparato nelle lingue avendo ricordato che, come dicono i greci, ‘mens sana in corpore sano’, …”

Alla vigilia della partita, vinta faticosamente dall’Italia per 2-0 e dopo 75 minuti di inutili assalti, giunse a Nicosia Antonio Ghirelli che mi propose l’assunzione al Corriere dello Sport. Risposi senza esitazioni: “Si, a patto di scrivere solo d’atletica…”

Affare fatto e dal 1967, Pasqua dell’Atletica e record di Silvano Simeon, praticamente scrivo solo di Lei.

Il tutto per dimostrare, sia pure in maniera greve, che la “speranza giammai si muore”.
 

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