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Fatti&Misfatti / Il grande sognatore e le favole spente del nostro sport

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Martedì 14 Febbraio 2017

tanjevic

di OSCAR ELENI

Travestito da gorilla, è il momento direbbe Gabbani che ha gabbato la nostra cara Mannoia con una accozzaglia di parole che assomiglia tanto alla vita, davanti al ristorante preferito di Boscia Tanjevic nella Trieste che è diventata la sua Camelot. Ci sarebbe da brindare ai suoi 70 anni, anche se lui dice di averne 35, eh sì, nella logica del grande sognatore che ha sempre lavorato per dare qualcosa agli altri, l’età vera è quella che senti: 35 nella amata Jugoslavia, la scuola di Belgrado, cultura, matrimonio, nella cara Sarajevo, coppa dei campioni vinta come allenatore a 32 anni, 35 in Italia, andando su e giù per l’Eurosistema, vincendo ovunque, dopo i capolavori di Caserta e Trieste poi trasferita a Milano per l’ultimo scudetto dell’altro secolo, tanti anni prima del primo vinto con il progetto Armani fondato su tantissimi giocatori che difficilmente resteranno nella memoria collettiva di una città che ama i Pascolo i Cerella e non è vero che ama soltanto i talenti.

Gli crediamo. Lo abbiamo sempre fatto anche quando ci ha trattato male, anche quando non eravamo d’accordo su certi giocatori o capi giocatori, su certi dolorosi divorzi, su certi sogni impossibili, tipo far giocare giocare Fucka o Bodiroga come play per tutta la vita (non è vero, urla il coro e il senso di colpa dentro di noi perché quelle esplorazioni furono geniali e straordinarie).

Brindare ai 70 anni di Tanjevic in un tempo dove il ritorno degli avvoltoi, dal grifone al capovaccio, nei cieli italiani non ha nulla a che vedere con le messe funebri per lo sport nazionale smascherato in questi giorni.

Vogliamo sempre bene al rugby, ma qualcuno dovrebbe avvisare che urlare alla gente “mai paura” fa ridere se poi il campo accoglie gladiatori e congeda frittelle, perché non è una questione di coraggio o finto tale, ma di tecnica e qualità atletiche. La base e la scuola della palla ovale dove la troviamo a parte che nei racconti finti di chi mitizza un passato da esploratori? Non abbiamo mai considerato il tennis una terra per affetti popolari, sapere che un eliminato al primo turno di un grande slam se ne va con 50.000 dollari ci ha fatto rivedere tanti giudizi severi su chi non riesce più a reclutare in discipline dure, crudeli, vere, tipo l’atletica, ma sapere che si festeggia una salvezza al quinto set con le riserve argentine, che si minimizza sul disastro della femminile invecchiata e senza ricambi è davvero troppo.

Sullo sci che si scioglie quando c’è da vincere davvero, mondiale, olimpiade, rispolveriamo la teoria che riguarda un po’ anche gli avvoltoi: in una nazione dove lo sport serve, ma non è servito, come dice giustamente Pietrangeli, dove un errore arbitrale riempie più pagine di grandi imprese atletiche, dove i genitori si svenano per mandare il bimbo a fare lo sport giusto (già, per molti quello giusto è dove si guadagna tanto e magari anche subito) e poi gli portano la sacca o la cartella, dove gli ignoranti comandano al mercato che premia chi urla di più, senza sentire il tempo di una partita, di un’azione di una giocata, in questo Paese, dicevamo l’italiano favorito viene mangiato dagli avversari perché la sua testa è indebolita dalle carezze. Molti pensano che ci siano interviste o copertine che portano sfortuna. Molti ignoranti lo dicono. La realtà è che questa ciucca di belle parole, di rosee previsioni, ruba l’unica cosa che serve anche nelle sfide sportive: fame di tutto, non soltanto di gloria.

Scivolare altrove e non è da avvoltoio monaco dire che la gran cassa sulla Coppa Italia in partenza a Rimini ci sembra davvero come quella della sgangherata banda nelle strade dove una volta al mese si finge di fare festa fra manufatti che più finti non potrebbero essere.

Capirete perché preferiamo garantire a Tanjevic che gli troveremo i voti per farlo diventare davvero presidente federale come ha detto anche a Bologna, nei giorni in cui è entrato nella nostra chimerica Casa della Gloria, facendo sorridere papa Petrucci e Messina che, però, conoscendolo, sanno che quello ci tenta davvero. Uno che a 70 anni dice di volere in regalo altri 30 come allenatore che tipo di soggetto può mai essere? Certo i voti promessi sono soltanto quelli sentimentali. Era la stessa domanda che facevano Rubini e Porelli, tutti e due tenuti alla larga dai cubisti capaci di danzare intorno ai pali dei votaioli, sapendo che mai avrebbero potuto battersi contro gente abituata a conservare gomme e pennini, le prime per cancellare le buone idee, i secondi per scrivere cose quasi mai vere sullo stato della repubblica cestistica, ma anche dello stato sportivo.

Le medaglie di Rio nel gozzo, vetrina, ma la sostanza è ben diversa. Lo sapevano, lo sanno, lo dovrebbero sapere. Dura vita nel gorgo dello sport, anche se per molti è quasi sempre meglio che lavorare per andare oltre l’inganno del fumo senza arrosti da benedire.

Via verso Rimini dove non invitiamo Boscia Tanjevic perché lui preferisce pensare, godersi il mare triestino, sognare sempre e comunque, arrabbiandosi perché un Doncic lo hanno a Madrid, perché Zizic è finito per 150 mila euro al Darussafaka e non alla Milano che per lui è stata quasi tutto, madre carissima, matrigna, terra di tormento ed estasi michelangiolesca. Si diverte di più a vedere Trieste in A2, a seguire Dalmasson in allenamento, a godersi il lavoro serio di una società che al pala Rubini porta spesso più di 6000 spettatori, nell’ultimo turno di A “ vera”, come l’aloe, a parte gli 11 mila di Milano, si notano dei meno quattromila, diciamo che il Conegliano pallavolo femminile al Palaverde di Treviso porta sempre più di 5000 persone. Staccarsi malvolentieri dal fiume in piena chiamato Boscia Tanjevic che alza al cielo il suo toscano al caffè rosso urlando ai medici che nel combattimento non ci si arrende anche se puzza di chemio.

Rimpiangeremo il pesce del suo amico ristoratore, ma certo lui non si rammaricherà perdendosi la gara delle schiacciate che, secondo i votati su gazzetta.it, dovrebbero essere Gaspardo, 3 punti nella sbornia cremonese contro la Torino dove tutto vacilla, Moraschini 0 con Trento che vola grazie alla difesa, Putney e il Norvel Pelle che a Varese vive l’incubo della retrocessione.

Siamo dalla parte di chi organizza a Rimini se canta alla Gabbani, se il suo Namastè olè cerca di richiamare alla fiera romagnola tanta gente, ma neppure Canavacciuolo riuscirebbe a fare un pranzo di alto livello con certi ingredienti e poi sarebbe brutto se alla fine le uniche stelle viste fossero quelle dei conti da pagare.

Giornata per far squittire chi gode vedendo le grandi ammucchiate: certo per entrare ai play off sono in tanti a spingere ma, cartesianamente parlando, se Milano è quella che domina, ma è pure quella che in Europa hanno lasciato in fondo al mazzo, allora bisognerebbe farsi qualche domanda, sapendo, purtroppo, che certe risposte saranno sempre sbagliate. Manca la materia prima e il Tanjevic che vorrebbe fare il presidente federale ammette che questo miscuglio di scuole, prendendo troppi ripetenti, impedisce di affezionarsi ad un giocatore, ad una società. Tutti ammettono che la serie A2 piace molto di più, persino dopo una partita arbitrata male e giocata peggio come quella fra Treviso e la Virtus Bologna.

Viaggio fra gli avvoltoi, un bellissimo Gyps fulvus, per arrivare alle pagelle considerano quasi completata la guarigione di Reggio Emilia che vediamo favorita sulla Capo d’Orlando che ha il diritto di credere perché ha già sorpreso tanti ganassa, nel primo quarto di finale a Rimini. Milano contro le paturnie da ricconi per non lasciar credere a Sacchetti che la sua Brindisi può sgambettare i padroni del sistema come fece la sua Sassari. Il giorno dopo peccato veder uscire subito o Avellino o Sassari. Interessante capire se Venezia pagherà i suoi debiti fisici e mentali contro Brescia che per il ritorno a Milano dopo 29 anni si è portata dietro 600 tifosi e farà la stessa cosa col treno della fede per Rimini.

10 A Max MENETTI perché dopo anni di maledizioni verso gli allenatori che vedevano andare in fumo una partita dopo il minuto di sospensione “furbo”, quello per la ricerca della magata vincente, abbiamo visto una squadra, nel caso Reggio Emilia, beffare la difesa veneziana ( eh sì un allenatore gode per il minuto non sprecato e un altro piange sullo schema riversato invano in lavagna) in pochi secondi arrivando a canestro con 99 centesimi di vita. Bella cosa. Anche se siamo convinti che sia più fumo che arrosto quel sabba delle sospensioni nei minuti finali.

9 Alla LEGA che finalmente ha reso noti gli incassi e il numero degli spettatori dopo le prime 15 giornate. Analizzeremo queste cifre dopo aver scoperto che Reggio Emilia è quella che fa pagare di più e Milano quella che fa pagare meno, anche se è più a buon mercato andare a vedere basket a Pesaro, Capo d’Orlando, Desio-Cantù, Caserta. Meglio il grande pubblico o il grande incasso. Stiamo con chi sceglie di rendere popolare il gioco e la festa, certo e dura se hai palazzetti bigi, arene invivibili.

8 Per AVELLINO e SASSARI sapendo che venerdì sera dopo il quarto a Rimini in coppa Italia una delle due se ne andrà infelice, ma intanto restano in vita nelle coppe fibaiolie e questo ci conforta dopo il flop milanese nella vera NBA europea.

7 A LEPORI e alla Cremona che sta facendo diventare bianchi i capelli di tanti che a Pesaro e Varese non avrebbero mai voluto vedere la resurrezione di una squadra che sa stare in piedi se tutto va male. Certo Torino ha agevolato la resurrezione e ora deve prepararsi a reggere l’urto. Atripladi conosce queste bufere. O no?

6 A Marino ZANATTA che ha compiuto gli anni e ha trovato sul comodino il regalo di tanti fratelli della ciurma varesina, dell’altra Milano dove è cestisticamente nato, ma anche dell’Arturo Kenney che amava la battaglia e rispettava i suoi avversari sul campo.

5 A CONTI E MARIA LA SANGUINARIA perché nel loro intrigante San Remo, in un Festival condotto da grandi sono caduti sulla buccia di banana delle banalità per altezze di italiani non tuti mandolinisti e culi bassi, i piedi grandi di cestisti, nel caso Cusin, o pallavoliste, nello specifico la Diouf. Per fortuna ci ha pensato Daniele DALLERA sul Corrierone ad alzare il cartellino arancione. Bene in alto dove anche chi si nascondeva dietro ai “giganti” pensava di essere spiritoso. Una storia vecchia, un modo banale per togliersi il basket o il volley di torno, anche se adesso pure il calcio comincia ad amare i gigantoni.

4 Al BARCELLONA che sarà rivale di Milano dopo la settimana delle coppe nazionali perché quella multa collettiva di 5000 euro per ogni giocatore potrebbe essere imitata anche da noi facendo inalberare le varie associazioni, i tanti agenti a cottimo. Certo qualcosa devi fare se vedi i giocatori più attivi in discoteca che sul campo.

3 A GENTILE e MELLI perché nella sfida italiana fra il Panathinaikos vincente di Alessandro e il Bamberg perdente del Nicolò a servizio nella piantagione tedesca di Trinchieri la coppia italiana che dovrebbe farci sognare per gli europei ha chiuso con un modesto: 0 punti Ale, 2 l’arzan. Ehi ragazzi non avvelenate il sangue del povero Petrucci, certo per gli “esiliati” fra infortuni e magre sono tempi difficili. Ma Messina ridarà a tutti il sorriso. Forse.

2 Al LECHTHALER che sembra non partecipare alla rifioritura di una Trento che ha costruito in difesa le sue nuove fortune. Ora il giocatore si è chiesto perché nessuno gli spiega i motivi di tanta panchina. Forse dovrebbe farsi prestare un videoregistratore e rivedere certe prestazioni. Nessuno discute il suo impegno, ma da quanto tempo trova così poco spazio? Succedeva anche prima di Trento.

1 Ai tipi come Carmelo ANTHONY che hanno sempre una scusa per dare la colpa a qualcun altro. Lo fece per far cacciare D’Antoni da New York, ma le cose non sembrano tanto cambiate. Magari Jackson è stato frainteso, magari battere in casa San Antonio a buoi scappati servirà ad illudere tifosi come gli Spike Lee che fortunatamente circondano ogni campo sportivo, ma nella realtà certi campioni adatti agli sport individuali non cambieranno mai pelle. Peccato abbiano scelto lo sport di squadra.

0 Al gemellaggio tragico delle ultime settimane fra i tifosi della Virtus e quelli del Bologna calcio: sconfitte, delusioni, amarezze. Ora, come avviene cercando il capro espiatorio, allenatori alla sbarra, nei processi, ovviamente anche Boniciolli della Fortitudo, pure quando vince ma non s’inchina a certi ceffi, questa bufera nasconde una verità che addolora davvero: chi ha in mano le società di una città che ha vinto tanto nello sport non sembra poter reggere la competizione economica o di non volerlo fare pur avendo i mezzi. Triste.
 

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