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Piste&Pedane / Infortuni: il male oscuro dell'atletica giovane

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Mercoledì 8 Febbraio 2017

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di DANIELE PERBONI

Sono lì spaparanzato sul divano leggendo la consueta rassegna stampa quando mi balza all’occhio il titolo del Messaggero Veneto: "Italiani ed Europei, Rossit a rischio". Vado a leggere e scopro che la ragazza di Nespoledo, classe ’94, 1.97 di personale, “soffre di un fastidio al bicipite e le è anche stata riscontrata una infiammazione al nervo sciatico”. Nulla di particolarmente preoccupante si direbbe. Però i dubbi restano. Potrebbe anche saltare la stagione indoor, dice l’articolo. In sè questa notizia non farebbe, e non fa, rumore. Che volete. Un piccolo contrattempo in un’atleta di codesta levatura ci sta. Tutto questo, però, si aggiunge ad un’altra notizia letta poco prima e riferita al neo tricolore U-23 Christian Falocchi che nel fine settimana ad Ancona ha saltato 2.25, quinta prestazione europea dell’anno. Che c'entra Falocchi con la Rossit (foto FB), si domanderanno i quattro lettori di questa rubrica?

C'entra, c'entra. Abbiate pazienza. Giorgio Rondelli, che firma l’articolo riguardante Falocchi, ci fa anche sapere che il ragazzo è al rientro agonistico dopo uno stop di 18 mesi a causa di un’operazione subita alla caviglia. Eccovi accontentati: il punto d’incontro fra i due protagonisti sono gli infortuni. Presenti a passati.

E qui scatta un piccolo interruttore. Una breve ricerca ed ecco che salta fuori un vecchio tormentone, scoppiato nel 2015 (e, forse, sottovalutato): l’incredibile serie di infortuni subiti dagli atleti di punta che avevano fortemente decimato la squadra azzurra. Proviamo a citarne alcuni, peraltro andando a memoria: Andrew Hove, Michael Tumi, Veronica Borsi, Paolo Dal Molin, Marcel Jacobs, Daniele Greco, Valeria Straneo, Alessia Trost, Silvano Chesani, Federica Del Buono, Marta Zenoni. E sicuramente ne abbiamo dimenticato qualcuno, …

Insomma, ci troviamo di fronte ad una vera e propria infermeria a ciclo continuo, senza nessuna interruzione temporale. La domanda, a questo punto, sorge spontanea. Perché? A nostra memoria non ricordiamo, nei decenni passati, così tanti pit-stop. Possibile che i nostri atleti siano così fragili geneticamente? Si sbaglia qualcosa nella preparazione? Non si fa sufficiente prevenzione? Si allenano troppo, o troppo poco, e male? Domande a cui per ora nessuno ha saputo, o voluto, dare risposte.

C'è chi sostiene che tale serie di infortunati siano dovuti al fatto che sino ad una certa età (diciamo fino a quando frequentano la scuola dell’obbligo), questi ragazzi si allenano 3-4 volte a settimana, per un totale di 10-15 ore. Successivamente (specialmente se entrano nei corpi militari) i carichi aumentano improvvisamente, passando a 6-7 giorni settimanali per 20-30 ore di allenamento. Risultato? Tra i 18 e i 23-24 anni quasi tutti si "rompono". I risultati sono prima altalenanti e via via sempre più scadenti, gli infortuni diventano talmente frequenti che impediscono l’attività agonistica per mesi o per anni. Sarà proprio così? Il dubbio è forte.

Per saperne di più, abbiamo interpellato un amico di lunga data: Nardino Degortes, docente presso la Scuola Regionale dello Sport CONI Sardegna e già allenatore federale. Dopo una lunga chiacchierata abbiamo avuto la conferma di quanto già sospettavamo: allenare un atleta è come costruire una casa. In parole povere prima devi capire come la vuoi, devi progettare e creare una struttura che regga il tutto: muscoli, tendini, ossa. È un percorso progressivo che va iniziato sin dalla tenera età. I giovani hanno sì tutto il necessario per intraprendere una carriera agonistica, ma non sono preparati per affrontare determinati carichi di lavoro loro proposti senza la necessaria preparazione. Il tutto deve avvenire con armonia. In ogni ambito.

E qui entrano in gioco altre dinamiche: la preparazione dei tecnici. Come sostiene Degortes, per troppo tempo abbiamo trascurato la preparazione di allenatori specifici che si prendano cura di giovani e giovanissimi. Anche le tecniche di allenamento sono cambiate negli ultimi anni. Addirittura rivoluzionate. Sino a metà degli anni Novanta sottoporre i giovani atleti a sedute di forza, con pesi e bilancieri era un’eresia. Ora, studi statunitensi, tedeschi e britannici hanno dimostrato che allenare la forza anche nei più giovani si può, anzi è doveroso (naturalmente con le dovute precauzioni e sotto la guida di tecnici preparati). Così facendo diminuiscono gli infortuni in età matura.

Insomma, “creare” un atleta, portarlo ai massimi livelli e riuscire a mantenercelo per lungo tempo senza incorrere in infortuni più o meno gravi non è certamente facile, ma è un esercizio che si può fare. E come dimostrano campioni di altre nazioni non è impresa impossibile. Proviamoci.

Con questo scritto non abbiamo la pretesa di risolvere il “caso” o di proporre ricette magiche. Semplicemente il nostro intento è quello di gettare il sasso e provocare un salutare dibattito. Un esercizio che pare caduto in disuso, nello sport in genere, nell'atletica (madre di tutto) in particolare.



 

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