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Atletica / Riflessioni sulla FIDAL e sul caso Schwazer

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Lunedì 5 Ottobre 2015

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di LUCIANO BARRA

In questi giorni l'atletica italiana sta attraversando uno dei momenti più delicati dell'ultimo decennio, causa la contro-performance di Pechino. Stupisce che, dopo lo "zero-tituli" di Berlino 2009, il CONI di allora non abbia attivato lo stesso allarmismo che viene usato oggi. Anzi, resta famosa la giustificazione dell'allora presidente del CONI, quando sulla dirigenza federale dell'epoca (Arese), affermò che si poteva "fare il presidente di federazione anche solo col telefono di casa". Adesso, invece, la FIDAL fortemente sollecitata dal CONI, sta provando a "resettare" la sua struttura tecnica e vedremo cosa accadrà al prossimo convegno tecnico di Fiuggi (quello che Stassano ed Oberweger, ai loro tempi, chiamavano le "riunioni del carciofo").

Qualcuno, e mi ci metto anch'io, avrebbe voluto più coraggio, non nel decapitare teste, ma nel promuovere colonnelli di lungo corso. Ma è pur vero che, a dieci mesi dai Giochi di Rio, un cambiamento drastico non sarebbe garanzia di successo, per di più neppure facile a farsi. Se non altro, ora il disegno tecnico organizzativo si comprende meglio. Prima era una stella a tante punte, dove le punte finivano a casa di ciascun atleta. Ora si presenta a sei punte ed è quindi più intellegibile. Ovviamente, il problema non è geometrico, ma l'essere capaci di riempire di contenuti le diverse punte: tecnici, medici, fisioterapisti, massaggiatori, cultura tecnica o digitale e quanto altro. E soprattutto trovare lo "sceriffo" che quella stella sappia appuntarsela con successo sul petto.

La scelta dello "sceriffo" - Certo, il controllo del meccanismo, delle norme e dei principi enunciati dopo l'ultimo C.F. della FIDAL, compresi gli aspetti relativi al conseguimento degli obiettivi e all'applicazione del famoso detto "pagare moneta, vedere cammello", resta da verificare. Si sono dibattute due tesi sulla scelta dello "sceriffo": quella della Commissione Tecnica ristretta, e forte, e quella della responsabilità diretta di una sola persona. Ha prevalso la seconda ed il malcapitato è proprio il presidente Alfio Giomi. Gli ho parlato l'altro giorno, e a lungo, ed è stato onesto dicendomi: "E' una responsabilità che mi devo prendere, io in prima persona, perchè mi gioco la testa".

Coraggioso e onesto, e tutti dovremmo aiutarlo. Tecnici, dirigenti, società, atleti e brontoloni fuori dalla porta. L'atletica italiana deve mettere in cassaforte l'individualismo e il disfattismo "bartaliano" che la contraddistingue. C'è necessità di compattezza e orgoglio. Non è in ballo qualche poltrona, ma la credibilità e il futuro stesso dell'atletica italiana. Chi ha ambizioni future deve capire che se troverà solo ceneri, non potrà far nulla. Già stiamo pagando gli ultimi 10 anni (due di Gianni Gola e otto di Franco Arese), semplicemente folli. Per cui, mugugnoni e coraggiosi candidati ritirativi in buon ordine e remate in una sola direzione.

Ovviamente, il presidente della FIDAL dovrà permettere che ognuno di noi, io in primis, che per fortuna non ho ambizioni future, segnalino ed indichino criticità e deviazioni dal programma annunciato.

La questione Schwazer - La vicenda tecnica, ed in particolare la decisione di spostare in avanti i termini per la scelta dei marciatori per Rio, da ottobre 2015 a primavera 2016, si è incrociata con la questione Schwazer e con la pagliacciata di Tagliacozzo (località nei primi contrafforti abruzzesi, a 750 metri slm), dove si è consumata una farlocca prestazione, bene orchestrata grazie al tamburo di un ben noto circo mediatico.

La coincidenza delle due faccende ha dato segnali da cataclisma. Dall'intervento del CONI, eccitato dall'idea di una medaglia in momenti di magra e in barba alle sbandierate medaglie pulite del presidente Malagò, al rinnegare quanto detto a suo tempo dallo stesso presidente della FIDAL sulla presenza a Rio dello stesso Schwazer. E tanto altro. La spiegazione fornitami da Alfio Giomi ha una sua logica. Dal momento che a Pechino un solo atleta aveva i criteri per essere selezionato per i Giochi (posizione tra i primi 16), è stato giocoforza spostare la scadenza per la scelta alla primavera prossima, quando si svolgerà la Coppa del Mondo di marcia. Tutto qui. Logica e comprensibile, se non fosse che andava spiegata meglio e non tramite un freddo comunicato stampa. Casomai parlando con gli operatori dell'informazione che, ovviamente, non avevano capito.

In teoria è giusto che l'atleta e il tecnico (il diavolo e l'acqua santa, come sono stati chiamati) siano lasciati in pace a lavorare per un obiettivo non facile. Ma da parte loro si dovrebbero evitare le esaltazioni con autonome conferenze stampa e con la chiamata alle armi del "cerchio magico" dei giornalisti amici, da tempo arruolati nella grande battaglia contro il doping. Qualcuno, questo sistema, l'ha chiamato operazione di marketing, io direi di marketing attorno alla gara di domani, domenica, sui 20 km. C'è chi ha previsto il risultato di 1h18', tanto non ci sono giudici, nè si ha certezza della misurazione del percorso, ...

Il "cerchio magico" - Su Schwazer mi sento di dire che, mentre è giusto che ritenti dopo aver pagato le pene previste per i suoi errori, non ritengo che debba invece avere sconti dal Tribunale Nazionale Antidoping, nè da WADA o da IAAF, che - per quanto ne so - non ci pensano proprio. Questo atteggiamento per un semplice motivo: Alex, per salvarsi, ha inventato verità diverse, col contorno di molte bugie, inguaiando tante persone - dalla sua fidanzata di allora a seri professionisti e dirigenti - che stanno duramente pagando, forse più di lui, il fango che - sempre il famoso "cerchio magico" - ha rovesciato loro addosso.

Questo non è nè bello nè corretto, perchè potrebbe permettere nel futuro il ripetersi di atteggiamenti similari, pari a quelli dei pentiti di mafia che pur di salvarsi da duri carceri, e per accedere a status giuridico/assistenziali speciali, hanno fornito verità che poi si sono dimostrate false o non provate.

Trovo poi curioso che come colpevoli "presunti" di questa vicenda siano stati additati i medici Fischetto e Fiorella e la dipendente federale Rita Bottiglieri, persone sulla cui onestà metterei la mano sul fuoco. E non i dirigenti federali di allora che hanno lasciato Schwazer, nell'anno olimpico 2012, con un allenatore part-time e da solo, negli ultimi mesi prima di Londra. Eppure nessuno di questi dirigenti è stato chiamato in causa dalla giustizia ordinaria o da quella sportiva, e nessuno di loro è stato chiamato in causa dal "cerchio magico", con titoloni e foto come invece avviene con i tre malcapitati.

E' chiaro che il TNA dovesse concedere uno sconto della pena in base alla collaborazione di Schwazer, il tutto potrebbe interpretarsi come un regalo al CONI, alla disperata ricerche di medaglie e qualificazioni (è di ieri il mancato "passi" per la squadra femminile di pallavolo). Sempre, come detto, che WADA e IAAF accettino tale decisione, il chè mi pare al momento perlomeno difficile.

Sandro Donati. - Di recente, un giornalista mi ha chiesto a bruciapelo: "Ma tu lo odi, Donati?". "Neanche per sogno", ho risposto di botto. Anzi, forse, lo dovrei ringraziare perchè nel percorso della mia lunga carriera dirigenziale, mi ha permesso di interrompere un legame con una persona - Primo Nebiolo - che era diventato pesante. E se c'è qualcuno che ha ancora dubbi sulla famosa vicenda del salto "allungato", e sull'eventuale mio diretto coinvolgimento, mi scriva che glielo chiarisco. E poi, perchè l'odio? Ammesso che lo si debba nutrire, io lo riserverei, semmai, a chi ritengo migliore di me.

Tra l'altro, quando dalla FIDAL andai al CONI, e presi la Direzione Tecnico-Sportiva, cosciente delle capacità di Sandro Donati (e di Lino Bellotti), a dispetto di tutti, coinvolsi entrambi nel programma della preparazione olimpica che ci portò a vincere 35 medaglie ad Atlanta e 34 a Sydney. Donati lavorò con entusiasmo e dedizione con alcune federazioni, in particolare con il Canottaggio, allora diretto da La Mura. Ricordo ancora le sue preoccupazioni, che mi esternò, sull'enorme carico di lavoro a cui La Mura sottoponeva i canottieri. Cosa accadde dopo, perchè Donati (e Bellotti), percorressero un'altra strada e si mettessero sull'Aventino nei confronti del mondo ufficiale del CONI? Io credo di saperlo, ma è talmente banale e stupido che mi vergogno a raccontarlo.

Tutti quelli che dipingono Sandro Donati come un "santo" in un "mondo di ladri" sbagliano, perchè ognuno ha i suoi scheletri nell'armadio. Trovo ridicolo ed offensivo, e non credo che sia Donati a vantarsene, perchè ciò sarebbe grave, è quanto lo si etichetta come "consulente della WADA". Profittando di una buona conoscenza con il presidente della WADA, ho chiesto informazioni al riguardo. La risposta scritta del Direttore Generale della WADA è stata la seguente: "Hi did perform work for us as a consultant some years ago. He also has received research funding for a study in Italy".

Come si vede, tutto al passato remoto e non al prsente. Come se qualcuno dicesse di essere consulente del Vaticano perchè in gioventù ha servito messa e svolto attività in Parrocchia. O come se io mi spacciassi per consulente del CIO perchè, per oltre 20 anni, ho svolto funzioni in diverse commissioni dello stesso CIO. Direi il falso e farei del danno a me stesso.

Quindi, amici, se volete aiutare Donati, non esaltate cose non esatte - a partire dai riscontri di domenica - perchè gli fareste del danno. 

 


 

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